Madre mia, dammi marito
Madre mia, dammi marito.
Figlia mia, dimmi il perché.
Ché mi faccia dolziemente
quel che fa mio padre a te.
Figlia, che sie maledetta:
tu non m’hai ancor dieci anni.
Troppo vuoi marito in fretta;
et non ti sai alzare i panni.
Non regieresti agli affanni
si hai tènere le coscie
a ricevere le percosse
che dà lo tuo padre a me.
L’altra notte, madre mia,
tu facevi un gran menare;
isvegliàmi che dormìa,
cominciai un poco ascoltare
il baciare e l’abbracciare
col dire nol far troppo in fretta,
un cotal poco m’aspetta
che ’l farò insieme con teco.
Non posso celar la doglia
che io sento dentro al petto,
quando mio padre si spoglia
per prender di te diletto;
tutto fa tremare il letto,
e, tremando, egli mi coce;
delle braccia ti fo crocie:
trovane uno che ’l faccia a me.
Figlia mia, poi che ti piace,
troverotti un bel marito:
fai che soffrisca in pace
quando sei giunta al partito.
Ficheraviti dentro il dito;
poi lo piglia per la punta,
lo scudo e la mazza a fronte
ficcal tutto in corpo a te.
Figlia mia, quando e’ ti tocca
et volessiti baciare,
mettigli la lingua in bocca
dolzemente lo lascia fare;
se le labbra e’ vuol succiare,
gittagli al collo la man manca
et la ritta sotto l’anca
acciò ch’ei tiri la posta a te.
Quando di sopra ti monta,
figlia, fa che sia cortese;
sta di sotto alla riscontra,
et terrai le coscie stese;
mandale in verso il paese;
falla trita e ben calcata;
quando compie la sua giornata
e tu compi la tua per te.
Quando tel vuol far talotta,
fa’ che gli usi dolci modi;
pianamente te gli accosta
et con esso lui ti godi;
non curare che ’l corpo sodi
gittagli le gambe addosso,
e poi prendi il buon sanz’osso,
ficcalo tutto in corpo a te.
Et se per maggior diletto
tel volessi far dirieto,
accostagli le rene al petto;
mostreragli il viso lieto,
sto che sua gran divieto;
tu ti porrai giù bocconi
et lui sarà a cavalcioni;
assaggerai il boccone che gli è.
Quando non riza la punta,
che non potesse schermire,
lo tuo scudo alla mazza a fronte
e comincialo a ferire;
quando il senti rinvenire,
il capo gli metti nel caldo,
e con la mano lo tien saldo
finché ei possa far da sé.
Mamma, lo temp’ è venuto
«Mamma, lo temp’ è venuto
ch’eo me voria maritare
d’un fante che m’è sì plaçuto,
no’l te podrïa contare.
Tanto me plaçe ’l so fatto,
li soi portament e i scemblanti
che, ben te lo dico entrasatto,
sempre ’l voria aver davanti;
e ’l drudo meo ad onne pacto
del meo amor voi’ che se vanti.
Matre, lo cor te se sclanti
s’tu me lo vòi contrariare.»
«Eo te’l contrario en presente,
figl[i]ola mia maledetta,
de prender marito en presenti
troppo me par c’aibi fretta.
Amico non ài né parente
che ’l vogl[i]a, tant èi picoletta.
Tanto me par’ garçonetta,
non èi da cotai fatti fare.»
«Matre; de flevel natura
te ven che me vai sconfortando
de quello ch’eo sun plu segura
non fo per arme Rolando
né ’l cavalier sens paura
né lo bon duxo Morando.
Matre, ’l to dir sia en bando,
ch’eo pur me voi’ maritare.»
«Figl[i]a, lo cor te traporta,
né la persona non ài:
tosto podriss’ esser morta
s’usassi con hom, ben lo sai.
Or, figl[i]a, per Deo, sii acorta
né no te gl[i] ametter çamai,
ch’ a la ventura che sai
morte ’n pudrisse portare.»
«Matre, tant ò ’l cor açunto,
la vogl[i]a amorosa e conquisa,
ch’aver voria lo meo drudo
vixin plu che non è la camixa.
Cun lui me staria tutta nuda
né mai non voria far devisa:
eo l’abraçaria en tal guisa
che ’l cor me faria allegrare.»
Mano nella mano
Mano nella mano,
coso nella mano,
mano nella cosa,
coso nella cosa,
di cosa nasce cosa.
Musarum invocatio
Rica putanarum notissima tuque Roseta
Unica vacarum multo bertone superba
Tu Franceschina quidem semper colante potifa
Tu quoque Marieta nunquam satiata futiri
Vos quae albarellis vos quae ad vignale sedetis
Huc bordellorum vache: poteque venite
Que juristarum dignissima numina sitis
Vos mihi cantanti largis favete potifis.
Nascoso el viso
Nascoso el viso, stava fra le fronde
d’un bel giardino: appresso a me guardava
sopr’una fonte dove si pescava.
E vedea donne vermigliette e bionde
leggiadre al modo che solean le Euguane
trovarsi al bosco e quando a le fontane.
Qual era scalza e qual com’ella nacque:
più non vo’ dir quanto quel dì mi piacque.
Non v’è piacer
Non v’è piacer più dolce che riesca
di quello di chiavar nell’acqua fresca.
Nova danza più fina
Nova danza più fina,
vatten da quello sereno;
da la’ mia parte inchina
lo cavalero più fino,
ch’è fiore gibellina
sovr’ ogn’ altro latino!
E dille chio so’ so prigione
e non pozo, languendo!
Perzò l’adorna so persona
ch’io disio ed attendo,
zoè lo chavaliero d’aunore
in chu’ non este mendo,
merzé vi voglia, el mie signore!
Po’ tuta a voi mi rendo
e no difendo mie servire.
In vostra voglia
e’ fussemi, dolze sire!
È di mie voglia
clio asotiglio di sospiri,
e più che foglia!
E voi ve solazate!
di mie male niente churate!
Per Dio, no soferate,
o dolz’ amor piacente,
ch’io sto gra...tate!
Per vosttr’amor sovente
immantenente mi mandate;
di voi asicurando
cha, se troppo vi tardirete,
amor vostro lepando,
sacciate, ben mi pordirete.
Ma per voi disiando
e stando ne lo letto,
sognomi co voi, misero,
in gran diletto,
sotto a uno ricco pomero,
basciarvi lo petto e ’l vostro viso
e gl’occhi d’oro.
E poi, quando mi sveglio,
non son a quello solazzo!
Di gran doglia asoteglio,
raffreddo come ghiaccio,
molto mi mereveglio,
so che presente pazo,
tutta mi disfaccio, per sognare!
Trovomi inghannata,
ché mi pare
chon vo donneiare
e stare a l’ abrazzata.
Poi, la mattina, isquadro el mare
e veggio la contrada
sempre ’intorno adormentare!
Ma, perché’io sia alleggiata,
a la fiata ch’io danzai,
a la vostra mano
tutt’a voi mi donai,
chavalier sovrano,
e non pensai
ch’ el vostro chor fusse lontano!
Ma posi mano ’n una
come che tenete;
perzò di mie persona,
messer, vi provedete
da po’ che semo ad una
e vo me chanoscete,
non m’ anchudete o’ ma’ seragio
destorta e richiusa,
per tanto grado che mi moraggio!
Ma per voi disiosa,
o lassa me! como faraggio?
tanto son angosciosa!
S’el vostro amor non m’ave staggio,
giamai non so’ gioiosa!
dalle Rime dei Memoriali bolognesi
O vedovella
O vedovella de Castiello a mare,
passa ’sso ponte e viéneme a basare.
Oi bona gente, oditi et entenditi
“Oi bona gente, oditi et entenditi
la vita che fa questa mia cognata.
La vita che la fa vui l’odirite
e, se ve place, vòilave contare.
A lato se ne ten sette gallete
pur del meglior per poter ben cioncare,
e tutora dice che mor de sete
ensin’ch’a lato non sel pò acostare:
né vin né aqua non la pò saziare,
sella non pon la boch’ a la stagnata.”
’
“Per Deo, vicine mie, or non credite
a quel che dice questa falsa rea.
L’altrier ch’eo la trovai fra le pariti,
et eo la salutai en cortexia;
assai li dixi: — Donna, che faciti? —,
et ella me respose villania.
Ma sacio ben l’opera che facia:
no’l ve direi, ch’eo ne seria blasmata.”
“Qi soza puta, chi te conoscesse
e sapesse, com’ eo so, lo to affare!
L’altrieri, per caxon de far dir messe,
al preite me volisti ruffianare:
ma ’nanti fus-tu arsa che ’l facesse
o ch’eo cum teco mai volesse usare!
Da mi te parti e non me favellare,
ch’eo non voglio esser mai de toa brigata.”
“Or Deo ne lodo ch’eo son conosciuta,
né non fo con’ tu, putta, al to marito,
ch’alotta te par aver gioi compluta
O che tu ài pregio d’averl’ enbozito.
Et oi me lassa, trista, deceduta!
ch’a tutta gente lo fai mostrar a dito
e de le corne l’ài sì ben fornito
ch’una galléa ne sereb’ armata.”
“Cognata, eo te dirò bona raxone,
se la credenza tu me vòi tenire.
Eo agio cotto un sì grosso capone
che lo buglione sereb’ bon da bere.
Al to marito e ’l meo vegna passione,
che ’nseme no ne laxan ben avere:
igli ànno doglia e faremci morire
a pena et a dolore onne fiata.”
“Cognata mia, zo ched eo t’è ditto,
eo sacio ben ched ell’è mal a dire.
Ma menaròt’ en casa un fantelleto,
e lui daremo ben manzar e bere,
e tu recharai del to vin bruschetto,
e’ recharò del meo plen un barile.
Quando gli avrén di ben manzar e bere,
zaschuna faria la soa cavalcata.”
Pajono i cazzi
Pajono i cazzi gente inetta e stupida
quando stan colchi, e sonnacchiosi dormono;
ma allora che si svegliano e che si rizzano
son più superbi che non è Lucifero.
Senza rispetto entrar per tutto vogliono,
e ch’ai capricci lor tutti si pieghino;
e quando si resiste, entrano in furia,
e gli opponenti atterrano ed infilzano:
ma d’altra parte non mancan di meriti,
che, per venire ai fini che presumono,
abbondano di spiriti e giudizio,
ed han cervello in testa di superfluo,
tanto che spesso per la bocca il versano.
Sono ancor molto entranti, e s’introducono
facilmente per tutto; son pieghevoli,
svelti di corpo, di figura amabile,
e di maniera tal che lor presenzia
è grata agli occhi: le man gli accarezzano,
il nome lor all’orecchie è gradevole,
li lodano le bocche, e spesso baciano:
a i culi più ritrosi non dispiacciono,
ma delle potte son gli amori e gl’idoli;
talché gonfiati delle proprie glorie,
non ben contenti della stima pubblica,
di dominar su gli altri anco aspirarono.