Part’io mi cavalcava
audivi una donzella,
forte si lamentava,
dicea; “oi madre bella,
lungo tempo è passato
ch’io degio aver marito,
e tu non lo m’ài dato;
quest’è malvagio invito,
ch’io sofro, tapinella.

La vita de sto mondo
nulla cosa mi pare,
quand’altri è giucondo,
me ne membra penare:
non agio quel ch’io voglio,
ma perdo lo sollazo;
spesso languisco e doglio,
fra me me ne disfazo,
membrando quello affare.”
La madre’ le risponde:
figlia mia benedetta,
se l’amor ti confonde
de la dolce saetta,
ben ti puoi soferire:
tempo non è passato,
ché tu potrai avire
ciò c’ài disiderato,
ca tèntene in distretta.’

“Per parole mi mini,
tuttor così dicendo;
questo patto non fini,
ed io tutta ardo e ’ncendo.
La voglia mi domanda
cosa che nomar suole
una luce miranda,
ch’è più chiara che ’l sole;
per ella vo languendo.”

‘Oi figlia, non pensai
sì fosse mala tosa,
ché ben conosco ormai
di che se’ goliosa;
ché tanto n’ài parlato,
non s’avene a pulcella,.
credo che l’ài provato
si ne sai la novella.
Lascioti dolorosa.’

“Qi vecchia trenta cuoia,
non mi stare in tenzone,
se non vuoli ch’io muoia
o perda la persone;

cia. 28. mini: meni (mi prendi in giro, mi blandisci con le paro-
ché lo cor mi sollaza
membrando quella cosa
che le donne sollaza,
per ch’amor ne riposa,
ed io ne sto ’n arsione!”

Canzonetta novella,
moveti a lo palese
e vanne a la donzella,
che sta ne le difese:
a Saragosa n’andà,
e va fedelemente,
canta là ad ogni banda
per la rosa più gente
chi sia ne lo paese.

Cielo d’ Alcamo
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