In memoria III
La bambina schiacciò con il sasso la mantide.
A scatti moveva la testa.
Dal ventre una frittata di seme
una chiazza di pasti consumati.
Le mandibole mordevano.
I coltelli delle zampe recidevano
aria. Una metà
d’insetto s’adempìva.
L’animale
Stanotte un qualche animale
ha ucciso una bestiola, sottocasa. Sulle piastrelle
che illumina un bel sole
ha lasciato uno sgorbio sanguinoso
un mucchietto di visceri viola
e del fiele la vescica tutta d’oro.
Chissà dove ora si gode, dove dorme, dove sogna
di mordere e fulmineo eliminare
dal ventre della vittima le parti
fetide, amare.
Vedo il mare, è celeste, lietissime le vele.
È non è vero.
Il piccolo animale sanguinario
ha morso nel veleno
e ora cieco di luce
stride e combatte e implora dagli spini pietà.
La gioia avvenire
Potrebbe essere un fiume grandissimo
Una cavalcata di scalpiti un tumulto un furore
Una rabbia strappata uno stelo sbranato
Un urlo altissimo
Ma anche una minuscola erba per i ritorni
Il crollo d’una pigna bruciata nella fiamma
Una mano che sfiora al passaggio
O l’indecisione fissando senza vedere
Qualcosa comunque che non possiamo perdere
Anche se ogni altra cosa è perduta
E che perpetuamente celebreremo
Perché ogni cosa nasce da quella soltanto
Ma prima di giungervi
Prima la miseria profonda come la lebbra
E le maledizioni imbrogliate e la vera morte
Tu che credi dimenticare vanitoso
O mascherato di rivoluzione
La scuola della gioia è piena di pianto e sangue
Ma anche di eternità
E dalle bocche sparite dei santi
Come le siepi del marzo brillano le verità.
La gronda
Scopro dalla finestra lo spigolo d’una gronda,
in una casa invecchiata, ch’è di legno corroso
e piegato da strati di tegoli. Rondini vi sostano
qualche volta. Qua e là, sul tetto, sui giunti
e lungo i tubi, gore di catrame, calcine
di misere riparazioni. Ma vento e neve,
se stancano il piombo delle docce, la trave marcita
non la spezzano ancora.
Penso con qualche gioia
che un giorno, e non importa
se non ci sarò io, basterà che una rondine
si posi un attimo lì perché tutto nel vuoto precipiti
irreparabilmente, quella volando via.
Traducendo Brecht
Un grande temporale
per tutto il pomeriggio si è attorcigliato
sui tetti prima di rompere in lampi, acqua.
Fissavo versi di cemento e di vetro
dov’erano grida e piaghe murate e membra
anche di me, cui sopravvivo. Con cautela, guardando
ora i tegoli battagliati ora la pagina secca,
ascoltavo morire
la parola d’un poeta o mutarsi
in altra, non per noi più, voce. Gli oppressi
sono oppressi e tranquilli, gli oppressori tranquilli
parlano nei telefoni, l’odio è cortese, io stesso
credo di non sapere più di chi è la colpa.
Scrivi mi dico, odia
chi con dolcezza guida al niente
gli uomini e le donne che con te si accompagnano
e credono di non sapere. Fra quelli dei nemici
scrivi anche il tuo nome. Il temporale
è sparito con enfasi. La natura
per imitare le battaglie è troppo debole. La poesia
non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi.
Una facile allegoria
I
Vedi questo pezzo di legno secco
che la mano tocca, non molto pesante,
per bruciarlo in mezzo a quest’aria d’inverno.
Se domandi perché scrivo le parole
e ascolto dove le scrivo gli accordi e i riposi,
e come mai questo piacere e fatica,
guarda questo pezzo di legno, la scheggia
che la mano tocca, il secco della corteccia,
e vedrai che è una facile allegoria.
Presto la neve dai carri di ferro sarà
in gola alle fogne, la schiuma delle piene
alle prue dei ponti. Sui tumulti dei monti
la primavera, pianto e risa. E poi, ultima,
l’inquietudine. Allora non sarà
più facile questa parola, ragazzo, che ti dico
senza canto senza voce quasi morta
per insegnarti...
II
Vedi questo pezzo di legno secco.
Il carbonaio, quando d’ottobre ai castagni
foglie mezze e ricci cascano nei giardini,
porta alle case il carbone delle miniere.
. . .
Lontani dai nostri occhi vivono i boschi
chiusi con antiche parole, rovine d’altri tempi,
vivono dove non siamo più noi.
E i rami respirano le arie diverse
delle stagioni, ora molli di pelli, ora scaglie,
al tronco tanto stretti che la burrasca non li crolla
o fini che li fletta, se vi posa, lo scricciolo.
. . .
Rimane disteso in mezzo alle radici
che hanno odore di fungo e di fragola
e a poco a poco si addormenta. Evapora
nel caldo ogni parte d’acqua. Dimentica
i mesi umorosi, la sete delle ràdiche, il moto
delle comete sulla corona. Scende
in sé più stretto, unito e senza peso
come la pomice o la canna.
III
Quaggiù croste di neve dai carri di ferro le pale
l’hanno calate in gola alle fogne gli uomini d’incerati e stivali
che raschiano i binari. Finito l’inverno
battono i piedi davanti a caserme e conventi. Tra poco
i viali avranno fiori e polvere, sole e giornali,
la primavera delle officine di acciai speciali, di acidi.
I disoccupati ridono tra i manifesti,
sventola la biancheria, i giornali dalle edicole gialle
dicono che domani avremo le mosche alle labbra,
e chi va sui bastioni alle cinque del pomeriggio
porta un’ombra lunga come un palo.
. . .
IV
Legna e carbone, calore futuro, disgregata vivezza!
Inariditi morendo per stagioni e stagioni
diverremo realtà compatte leggere, arderemo
sino al nido dell’ambra, alla fibra del tarlo.
Ogni anno del libro una parola,
ogni sigillo di delusa storia una sillaba luminosa,
in fiamma alito aria
tutta tramuterà questa sostanza;
e quella che ora ti reco quasi opaca eco sarà
lo strido d’uno spirito,
un grido acuto e sommesso nel cuore degli altri.
Una sera di settembre
Una sera di settembre
quando le dure donne rauche?’ di capelli strinati
si addolcivano pronte nei borghi calcinati
e ai fonti la sabbia lavava le gavette tintinnanti
ho visto sotto la luna di rame
sulla strada viola di Lodi due operai, tre ragazze ballare
tra le bave d’inchiostro dei fosfori sull’asfalto
una sera di settembre
quando fu un urlo unico la paura e la gioia
quando ogni donna parlò ai militari
dispersi tra i filari delle vigne
e sulle città non c’era che il vino agro
dei canti e tutto era possibile
intorno al fuoco della radio pallido
e chi domani sarebbe morto sugli stradali
beveva alle ghise magre delle stazioni
o nella paglia abbracciato al fucile dormiva
quando l’estate inceneriva
da Ventimiglia a Salerno
e non c’era più nulla
ed eravamo liberi
di fuggire, di non sapere o piangere,
una sera di settembre.
From UNA VOLTA PER SEMPRE
Una sottile pena giovanile...
Una sottile pena giovanile
alla campagna deserta mi mena. Si posa
nel silenzio del sonno mattutino
la madre terra. Un vento
agita freddo i rami tesi. Il fremito
è al mio canto dolente melodia
e la natura è muta in ansia e lutto, eppure
ha più speranza che il mio cuore.
Che presto, vedi, gaie corone di rose recando
nelle mani paffute, o Iddio del Sole, i Gemelli
di turchini occhi aperti, di riccioli dorati
sulla tua orbita ti verranno incontro. E a danza
sui prati nuovi si prepara
il giovane e di nastri
adorna il suo cappello e la ragazza
nella giovane erba la viola
coglie e in segreto il seno
guarda mentre s’inchina e si compiace
di vederlo più colmo oggi e più vago
che non fu a maggio, alla festa passata,
e trema e spera.
E Iddio mi benedica
quell’uomo nel suo orto! Come comincia presto
ad apprestare al seme un letto morbido!
Marzo da poco spogliò di sue nevi
i magri fianchi dell’inverno
che se n’andò tra le burrasche e ai campi
lasciò di sé velo di nebbie lungo
fiumane e prati e monti
nel freddo grigio; e lui, ecco, è già fuori,
l’animo colmo di sogni di mèssi,
e sparge e spera.