Il vento scrive
Su la docile sabbia il vento scrive
con le penne dell’ala; e in sua favella?
parlano i segni per le bianche rive.
Ma, quando il sol declina? d’ogni nota
ombra lene si crea, d’ogni ondicella,
quasi di ciglia su soave gota.
E par che nell’immenso arido viso
della piaggia s’immilli il tuo sorriso.
Invocazione
Kαλòς τέϑνακε μελικταζ
Bocca amata, soave e pur dolente,
qual già finsero l’Arte e il Sogno mio;
ambigua forma, tolta a un semidio,
al bello Ermafrodito adolescente;
o bocca sinuosa umida ardente
che a me, dove più forte urge il desìo,
a me sommerso in un profondo oblìo
suggi la vita infaticabilmente;
o gran chioma diffusa in su’ ginocchi
miei nel dolce atto; o fredda man che spandi
il brivido e mi senti abbrividire;
o voi, tra i lunghi cigli languidi occhi,
che v’aprite al mio grido ultimo e grandi
lampeggiate guardandomi morire,
oh ch’io muoia, ch’io muoia al fin di vera
morte e quel grido il grido ultimo sia
veramente e di lacrime la mia
spoglia s’irrori ne la dolce sera
e tutti i mirti de la primavera
le sian letto e gli aromi di Sirìa
l’aspergano ed in grave teoria
la traggan per la pallida riviera
con lenti inni gli Efebi (a le seguaci
Vergini tremi sotto la ghirlanda
la gota lungo il flauto sonora)
e s’accendano gli astri come faci
e al termine degli inni in ciel si spanda
come una rosa la divina Aurora!
L’imagine
Tristezza atroce de la carne immonda
quando la fiamma del desìo nel gelo
del disgusto si spegne e nessun velo
d’amor l’inerte nudità circonda!
(E tu sorgi ne l’anima profonda,
pura Imagine. Come su lo stelo
èsile piega un fùnebre asfodelo,
su ’l collo inclini la tua testa bionda.)
Tristezza immensa de la carne bruta
quando nel petto il cor fievole batte
lontano e solo come in una tomba!
(E tu guardi, tu sempre guardi, o muta
Imagine, tu pura come il latte,
con i tuoi teneri occhi di colomba.)
La lotta
Ella a l’ebro d’amor lenta si niega;
con un perfido invito ella si abbatte.
E l’iride nel bianco le si annega
simile a un fiore glauco nel latte.
Come vampa la faccia le si piega
in dietro luminando, e le scarlatte
labbra feroci mostrano una sega
di denti acuti a lui che in van combatte.
Ma si divincola in un serpentino
guizzo e s’allunga e resta irrigidita
con un riso terribile ne gli occhi,
se l’uom, livido in faccia, a capo chino,
ebro d’ira, tenendola a la vita,
su ’l collo i baci aridi alfin le scocchi.
La pioggia nel pineto
Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove su i pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri vélti
silvani,
piove su le nostre mani
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella, ’°
su la favola bella
che ieri
t’illuse, che oggi m’illude,
O Ermione.
Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitìo che dura
e varia nell’aria
secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
né il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancéra, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immersi
noi siam nello spirto
silvestre,
d’arborea vita viventi;
e il tuo vélto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.
Ascolta, ascolta. L’accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall’umida ombra remota.
Più sordo e più fioco
s’allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s’ode voce del mare.
Or s’ode su tutta la fronda
crosciare
l’argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell’aria“
è muta; ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell’ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.
Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pèsca
intatta,
tra le pàlpebre gli occhi
son come polle tra l’erbe,
i denti negli alvèoli
son come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i mallèoli
c’intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri vélti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m’illuse, che oggi t’illude,
o Ermione.
La sera
Rimanete, vi prego, rimanete
qui. Non vi alzate! Avete voi bisogno
di luce? No. Fate che questo sogno
duri ancora. Vi prego: rimanete!
Ci ferirebbe forse, come un dardo,
la luce. Troppo lungo è stato il giorno:
oh, troppo! Ed io già penso al suo ritorno
con orrore. La luce è come un dardo.
Anche voi non l’amate; è vero? Gli occhi
vostri, nel giorno, sono stanchi. Pare
quasi che non possiate sollevare
le pàlpebre, su quei dolorosi occhi;
e nulla, veramente, nulla è più
triste de l’ombra che le ciglia immote
fanno talvolta a sommo de le gote
quando la bocca non sorride più.
II.
Ma chi vide più larghi e più profondi
occhi dei vostri, se incominci il sole
a morire? Quale anima si duole
fascinata da abissi più profondi?
Io non conosco, veramente, cosa
che somigli a quel lento dilatarsi
ne la sera: — non gli astri in alto apparsi,
non i fiori. Non so nessuna cosa.
E quale cosa eguaglia ne la vita
del mio spirito l’estasi e il terrore
che m’invadono? Il mio corpo non muore,
e pur sembra ch’io viva oltre la vita!
Sembra che in ciel l’innaturale forma
con la sera divina si congiunga,
poi che l’immensa ombra del ciel prolunga
i tuoi capelli in una sola forma,
in una sola onda, in un sol fiume
misterioso che con un suo largo
giro m’avvolge e trae nel suo letargo
dando l’oblìo come l’antico fiume.
La sera
Piangi, tu che hai nei grandi occhi la mia
anima ed in cui palpita il mio cuore
segreto, o tu, sorella del Dolore,
sorella de la Sera, unica mia.
Per consolarmi in ore di tristezza
io ti creai de la più pura essenza,
fantasma immarcescibile, ma senza
consolare la mia vera tristezza!
La sera fiesolana
Fresche le mie parole ne la sera
ti sien come il fruscìo che fan le foglie
del gelso ne la man di chi le coglie
silenzioso e ancor s’attarda a l’opra lenta
su l’alta scala che s’annera
contro il fusto che s’inargenta
con le sue rame spoglie
mentre la Luna è prossima? a le soglie
cerule e par che innanzi a sé distenda un velo
ove il nostro sogno si giace’°
e par che la campagna già si senta
da lei"! sommersa nel notturno gelo
e da lei beva la sperata pace
senza vederla.
Laudata sii pel tuo viso di perla,"
o Sera, e pe’ tuoi grandi umidi occhi ove si tace
l’acqua del cielo!
Dolci le mie parole ne la sera
ti sien come la pioggia che bruiva*?
tepida e fuggitiva,
commiato lacrimoso! de la primavera,
su i gelsi e su gli olmi e su le viti
e su i pini dai novelli rosei diti
che giocano con l’aura che si perde,
e su ’l grano che non è biondo ancéra
e non è verde,
e su ‘l fieno che già patì la falce"
e trascolora,
e su gli olivi, su i fratelli olivi
che fan di santità pallidi i clivi
e sorridenti.
Laudata sii per le tue vesti aulenti’’,
o Sera, e pel cinto che ti cinge come il salce
il fien che odora!
Io ti dirò verso quali rami”!
d’amor di chiami il fiume, le cui fonti
eterne a l’ombra de gli antichi rami
parlano nel mistero sacro dei monti;
e ti dirò per qual segreto
le colline su i limpidi orizzonti
s’incùrvino’ come labbra che un divieto
chiuda, e perché la volontà di dire
le faccia belle
oltre ogni uman desire
e nel silenzio lor sempre novelle
consolatrici, sì che pare
che ogni sera l’anima le possa amare
d’amor più forte.
Laudata sii per la tua pura morte,
o Sera, e per l’attesa che in te fa palpitare
le prime stelle!
Le belle
Mentre Lucrezia Borgia, in nuziale
pompa, venia con piano
incedere (la veste liliale
risplendea di lontano)
tra i cardinali principi in vermiglia
cappa, che con ambigui
sorrisi riguardavano la figlia
de ’l papa, – ne’ contigui
atrii i coppieri, adolescenti flavi
che rispondeano a un nome
sonoro ed arrossìan come soavi
fanciulle ed avean chiome
lunghe, i coppieri d’Alessandro Sesto
tenean coppe d’argento
entro la man levata, e con un gesto
d’umiltà grave e lento
offerìano a le molte inclite dame
le rose ed i rinfreschi.
Allettati correan pieni di brame
i veltri barbareschi
traendo fra le zampe il guinzal d’oro
che mal ressero i paggi.
Gioivano le dame inclite in coro
ai gran salti selvaggi,
e disperdendo in copia su ’l lucente
musaico a piene mani
cibi e rose, blandìan trepidamente
i belli atroci cani.
Allor Giulia Farnese, un suo lascivo
balen da li occhi fuora
mettendo (a ’l riso il corpo agile e vivo
fremea come sonora
cetra), il sen nudo porse; e in tra le poppe
bianche rotonde e dure
un fante a lei da le papali coppe
versò le confetture.
Or non così, mie belle, o voi che tanto
amai e celebrai
e incoronai del mio lucido canto
ne’ boschi e ne’ rosai,
or non così venite al mio festino
ove l’Amor v’aduna?
I vostri baci, più dolci de ’l vino,
a ’l sole ed a la luna
io colsi un tempo; e, come entro una rara
coppa di fin lavoro,
mentre i nuovi desii cercanvi a gara
– veltri da ’l guinzal d’oro –,
la profonda dolcezza entro la rima
sottilemente infusa
io vi rendo. Gioite voi. Ma, prima,
la Gòrgone, Medusa,
quella ch’io non baciai, con un baleno
tra i cigli e con protese
le bellissime braccia, offre il suo seno,
come Giulia Farnese.
Le città del silenzio: pisa
O Pisa, o Pisa, per la fluviale
melodiìa che fa si dolce il tuo riposo
ti loderò come colui che vide
immemore del suo male
fluirti in cuore
il sangue dell’aurore
e la fiamma dei vespri
e il pianto delle stelle adamantino
e il filtro della luna oblivioso.
Quale una donna presso il davanzale,
socchiusa i cigli, tiepida nella sua vesta
di biondo lino,
che non è desta ed il suo sogno muore;
tale su le bell’acque pallido sorride
il tuo sopore.
E i santi marmi ascendono leggeri,
quasi lungi da te, come se gli echi
li animassero d’anime canore.
Ma il tuo segreto è forse tra i due neri
cipressi nati dal seno
de la morte, incontro alla foresta trionfale
di giovinezze e d’arbori che in festa
l’artefice creò su i sordi e ciechi
muri come su un ciel sereno.
Forse avverrà che quivi un giorno io rechi
il mio spirito, fuor della tempesta,
a mutar d’ale.