Oppure in un meriggio d’un ottobre
Dagli armoniosi colli
In mezzo a dense discendenti nuvole
I cavalli dei Dioscuri,
Alle cui zampe estatico
S’era fermato un bimbo,
Sopra i flutti spiccavano
(Per un amaro accordo dei ricordi
Verso ombre di banani
E di giganti erranti
Tartarughe entro blocchi
D’enormi acque impassibili:
Sotto altro ordine d’astri
Tra insoliti gabbiani)
Volo sino alla piana dove il bimbo
Frugando nella sabbia,
Dalla luce dei fulmini infiammata
La trasparenza delle care dita
Bagnate dalla pioggia contro vento,
Ghermiva tutti e quattro gli elementi.
Ma la morte è incolore e senza sensi
E, ignara d’ogni legge, come sempre,
Già lo sfiorava
Coi denti impudichi.
Le usate strade
I
— Folli i miei passi come d’un automa —
Che una volta d’incanto si muovevano
Con la mia corsa,
Ora più svolgersi non sanno in grazie
Piene di tempo
Svelando, a ogni mio umore rimutate,
I segni vani che le fanno vive
Se ci misurano.
‘° E quando squillano al tramonto i vetri,
— Ma le case più non ne hanno allegria —
Per abitudine se alfine sosto
Disilluso cercando almeno quiete,
Nelle penombre caute
’° Delle stanze raccolte
Quantunque ne sia tenera la voce
Non uno dei presenti sparsi oggetti,
Invecchiato con me,
O a residui d’immagini legato
°° Di una qualche vicenda che mi occorse,
Può inatteso tornare a circondarmi
Sciogliendomi dal cuore le parole.
Appresero così le braccia offerte
— I carnali occhi
Disfatti da dissimulate lacrime,
L’orecchio assurdo, —
Quell’umile speranza
Che travolgeva il teso Michelangelo
A murare ogni spazio in un baleno
°° Non concedendo all’anima
Nemmeno la risorsa di spezzarsi.
Per desolato fremito ale dava
À un’urbe come una semenza, arcana,
Perpetuava in sé il certo cielo, cupola
°° Febbrilmente superstite.
I
I ricordi, un inutile infinito, -
Ma soli e uniti contro il mare, intatto
In mezzo a rantoli infiniti...
Il mare,
Voce d’una grandezza libera,
Ma innocenza nemica nei ricordi,
Rapido a cancellare le orme dolci
D’un pensiero fedele...
Il mare, le sue blandizie accidiose
Quanto feroci e quanto, quanto attese,
E alla loro agonia,
Presente sempre, rinnovata sempre,
Nel vigile pensiero l’agonia...
I ricordi,
!5 Il riversarsi vano
Di sabbia che si muove
Senza pesare sulla sabbia,
Echi brevi protratti,
Senza voce echi degli addii
2° A minuti che parvero felici...
Il tempo è muto fra canneti immoti...
Lungi d’approdi errava una canoa...
Stremato, inerte il rematore... I cieli
Già decaduti a baratri di fumi...
Proteso invano all’orlo dei ricordi,
Cadere forse fu mercé...
Non seppe
Ch’è la stessa illusione mondo e mente,
Che nel mistero delle proprie onde .
1° Ogni terrena voce fa naufragio.
Cessate d’uccidere i morti,
Non gridate più, non gridate
Se li volete ancora udire,
Se sperate di non perire.
Hanno l’impercettibile sussurro,
Non fanno più rumore
Del crescere dell’erba,
Lieta dove non passa l’uomo.
From LA TERRA PROMESSA
1
I molti, immani, sparsi, grigi sassi
Frementi ancora alle segrete fionde
Di originarie fiamme soffocate
Od ai terrori di fiumane vergini
Ruinanti in implacabili carezze,
– Sopra l’abbaglio della sabbia rigidi
In un vuoto orizzonte, non rammenti?
E la recline, che s’apriva all’unico
Raccogliersi dell’ombra nella valle,
Araucaria, anelando ingigantita,
Volta nell’ardua selce d’erme fibre
Più delle altre dannate refrattaria,
Fresca la bocca di farfalle e d’erbe
Dove dalle radici si tagliava,
– Non la rammenti delirante muta
Sopra tre palmi d’un rotondo ciottolo
In un perfetto bilico
Magicamente apparsa?
Di ramo in ramo fiorrancino lieve,
Ebbri di meraviglia gli avidi occhi
Ne conquistavi la screziata cima,
Temerario, musico bimbo,
Solo per rivedere all’imo lucido
D’un fondo e quieto baratro di mare
Favolose testuggini
Ridestarsi fra le alghe.
Della natura estrema la tensione
E le subacquee pompe,
Funebri moniti.
2
Alzavi le braccia come ali
E ridavi nascita al vento
Correndo nel peso dell’aria immota.
Nessuno mai vide posare
Il tuo lieve piede di danza.
3
Grazia, felice,
Non avresti potuto non spezzarti
In una cecità tanto indurita
Tu semplice soffio e cristallo,
Troppo umano lampo per l’empio,
Selvoso, accanito, ronzante
Ruggito d’un sole ignudo.
Lasciò i campi alle spighe l’ira avversi,
E, la città, poco più tardi,
Anche le sue macerie perse.
Ardee errare cineree solo vedo
° Tra paludi e cespugli,
Terrorizzate urlanti presso i nidi
E gli escrementi dei voraci figli
Anche se appaia solo una cornacchia.
Per fetori s’estende
”
I
1° La fama che ti resta,
Ed altro segno più di te non mostri
Se non le paralitiche
Forme della viltà
Se ai tuoi sgradevoli gridi ti guardo.
XIX
Deposto hai la superbia negli orrori,
Nei desolati errori.
❦
Il dolore · Giuseppe Ungaretti
Libri