❦
L’usignolo della chiesa cattolica
Pier Paolo Pasolini
❧

L’usignolo della chiesa cattolica

Ballata del delirio

Solo, solo, una statua di cera
indurita dal vecchio raggio
della mia vita già leggera...
E torna l’aria della sera
muta nel cuore del linguaggio.
Con sospiri d’anni è svanita
in lucidi orizzonti, aria
alitata da gole d’angeli,
l’esistenza – e torna alle nari
del mio cadavere, mare
di giorni dagli Ave agli Angelus.

Tutto stona, parola, ascolto
il disaccordo delle tenebre,
pazzo e sadico sgomento
nella parola, tromba ebbra di
dissonanze – è il fallimento,
anonimo, del mondo. Batte
cieca la luce delle stelle
nelle cucine spente, attratte
dal fetore le jene grattano
àtone...

Ecco, ti sento e non mi scuoto,
diapason tremante d’anni,
punta di diamante fioco
che incide l’orlo dell’anima;
devo ancora restare immoto:
ormai sono vivo nello specchio,
sono la mia immagine immersa
nella vita di luce cieca
nello specchio del giovinetto
prigioniero del lume terso.

Sono dentro lo specchio muto
– un azzurro pesce stretto
dal ghiaccio, col guizzo perduto
nella bara di eterno vetro –
l’allarme che sibila acuto
nei grembi vaghi della parola
non incrina la superficie
dello specchio: e appena sfiora
gli occhi dell’immagine sola
che vive...

Dentro il silenzio pastorale
dello specchio con il candido
colore dell’alba natale,
quanto innocente, mia domanda
d’irresponsabile mortale!
Dove corrono i treni, arsi
di ferro per la pianura umida,
dove guardano i lumi sparsi
nell’orizzonte, dove puntano i salsi
piroscafi e dove i fumi

delle fabbriche, dove tende
la vita se non all’acheronte
che nello specchio si distende?
I vizi e le viltà, mia fonte,
hanno in te freschezze stupende?
E che stupendi assassinii
compie l’infante nel segreto
del corpo di fresco carminio?...
(Voce squisita, così incrini
il barbaro nel vetro quieto,

così incanti l’estremo rosa
di chi parlava un’altra lingua
e s’è ammutolito alla nuova,
così sei l’ombra che cinge,
funebre sciopero del cuore,
le pazzie impietrite dell’anima;
così sei l’estrema eleganza
della foglia che sfiora gli anni
dando ai silenzi troppo umani
del selvaggio una finta fragranza.)
Poco più che corpo, o futuri
Vivi che vivrete al mio posto
al tepore di questi muri,
altro amore in me non conosco
che l’Azzurro dei giorni scuri,
altro il tempo non è che Azzurro
dietro le spalle del morente,
un paesaggio soave e brullo,
un ossessionante sussurro,
fisica immagine sul Niente.

Carne e cielo

O amore materno,
straziante, per gli ori
di corpi pervasi
dal segreto dei grembi.

E cari atteggiamenti
inconsci del profumo
impudico che ride
nelle membra innocenti.

Pesanti fulgori
di capelli... crudeli
negligenze di sguardi...
attenzioni infedeli...

Snervato da pianti
ben soavi rincaso
con le carni brucianti
di splendidi sorrisi.

E impazzisco nel cuore
della notte feriale
dopo mille altre notti
di questo impuro ardore.

Il ventaglio

Smorza tra i meridiani
il troppo azzurro Oceano
coi suoi incanti indiani
il ventaglio feroce.

La sconfinata Eurasia
ondeggia nel suo moto
trascolorando il raso
dei Giura nel vuoto.

Nel suo pallido alito
il colera disegna
penombre tropicali,
navi in quarantena.

E un Cinese impiccato
accenna nel ventaglio
le linee dell’asiatica
sua carogna abbagliante.

O ventaglio di aromi
remoti come nevi
calpestate da uomini
morti in altri evi!

L’aria che sommuovi
è un veleno che soffoca
candido e immobile
come una stinta stoffa.

La morte! No, silenzio!
Chi ha parlato di morte?
O ventaglio, il tuo assenzio
alita mille volte!
❦ L’usignolo della chiesa cattolica · Pier Paolo Pasolini
Libri