Ballata del delirio

Solo, solo, una statua di cera
indurita dal vecchio raggio
della mia vita già leggera...
E torna l’aria della sera
muta nel cuore del linguaggio.
Con sospiri d’anni è svanita
in lucidi orizzonti, aria
alitata da gole d’angeli,
l’esistenza – e torna alle nari
del mio cadavere, mare
di giorni dagli Ave agli Angelus.

Tutto stona, parola, ascolto
il disaccordo delle tenebre,
pazzo e sadico sgomento
nella parola, tromba ebbra di
dissonanze – è il fallimento,
anonimo, del mondo. Batte
cieca la luce delle stelle
nelle cucine spente, attratte
dal fetore le jene grattano
àtone...

Ecco, ti sento e non mi scuoto,
diapason tremante d’anni,
punta di diamante fioco
che incide l’orlo dell’anima;
devo ancora restare immoto:
ormai sono vivo nello specchio,
sono la mia immagine immersa
nella vita di luce cieca
nello specchio del giovinetto
prigioniero del lume terso.

Sono dentro lo specchio muto
– un azzurro pesce stretto
dal ghiaccio, col guizzo perduto
nella bara di eterno vetro –
l’allarme che sibila acuto
nei grembi vaghi della parola
non incrina la superficie
dello specchio: e appena sfiora
gli occhi dell’immagine sola
che vive...

Dentro il silenzio pastorale
dello specchio con il candido
colore dell’alba natale,
quanto innocente, mia domanda
d’irresponsabile mortale!
Dove corrono i treni, arsi
di ferro per la pianura umida,
dove guardano i lumi sparsi
nell’orizzonte, dove puntano i salsi
piroscafi e dove i fumi

delle fabbriche, dove tende
la vita se non all’acheronte
che nello specchio si distende?
I vizi e le viltà, mia fonte,
hanno in te freschezze stupende?
E che stupendi assassinii
compie l’infante nel segreto
del corpo di fresco carminio?...
(Voce squisita, così incrini
il barbaro nel vetro quieto,

così incanti l’estremo rosa
di chi parlava un’altra lingua
e s’è ammutolito alla nuova,
così sei l’ombra che cinge,
funebre sciopero del cuore,
le pazzie impietrite dell’anima;
così sei l’estrema eleganza
della foglia che sfiora gli anni
dando ai silenzi troppo umani
del selvaggio una finta fragranza.)
Poco più che corpo, o futuri
Vivi che vivrete al mio posto
al tepore di questi muri,
altro amore in me non conosco
che l’Azzurro dei giorni scuri,
altro il tempo non è che Azzurro
dietro le spalle del morente,
un paesaggio soave e brullo,
un ossessionante sussurro,
fisica immagine sul Niente.
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