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Poesie di questo tema

Angoscia

Dino Campana

Dino Campana

Ho scritto. Si chiuse in una grotta

Ho scritto. Si chiuse in una grotta
Arsenio fortissimo disegnatore
Dipinse quadri piccoli e grotteschi
E tese l’anima in affreschi
Per desolare l’immensità
Della sua furia policroma
Attese i gnomi e le fate;
Cantava il ruscello ecc.
lo mi domando. Ha ciò senso comune
Qual cosa mi tortura e mi sospinge
All’assurdo. E il bisogno della morte
Perché su tutto chiamo distruzione?
Ci pensavo nel porto questa sera
Nel porto enorme carico di navi
Il tramonto aranciato mi ha dato lo spasimo
Della febbre malarica
Oh avere un cielo nuovo, un cielo puro
Dal sangue d’angioli ambigui
Senza le zuccherine lacrime di Maria
Un cielo metallico ardente di vertigine
Senza i miasmi putridi dei poeti e delle fanciulle
Che accolga il respiro vergine violento e sublime della
[prateria
Dove il tramonto bruci in fiamma vera
Col solo aroma purificatore della forza
Nuova, infinita, intatta; un cielo dove
Frati e poeti non abbiano fatto
La tana come i vermi
È questo che io voglio e lancerei
Le navi colossali
Verso il paese nuovo (non putrida patria)
Le navi sferrate sul mare senza colore
Sì senza colore alla fine. Come à infinitamente stupido
L’azzurro infinto
Chiudiamo gli occhi o squarciamo il pavone bastardo
Anche il mare hanno imbastardito
Come il sangue che oggi sa di miasma
Hanno mai pensato che odor salutare ha il sangue nella
[prateria vergine
Il ferro per fortuna si copre di ruggine o li stritola
Schiacciamo una volta gli infami decrepiti
Certamente è ben questo che vorrei
Felice Piemontese

Felice Piemontese

Enormi insetti, orribili

Enormi insetti, orribili, escono dalla tazza del cesso. Ho
cercato di ricacciarli giù, ma non ci sono riuscito. Non ho
mai visto nulla di simile. E continuano a uscirne...invadono
tutta la casa...ho sbagliato a tagliare i fili del telefono...
dovrei chiedere soccorso...sapere se la stessa cosa sta
succedendo altrove...un tragico errore...continuano ad
arrivare anche qui, dove mi sono rifugiato sprangando
la porta...non so come fanno ad entrare...s’infilano
dappertutto...anche tra le mie carte....dappertutto...

Da LA CITTÀ DI YS

Fu dalle parti di Gand, mi pare. Sragionava,
diceva “le metafisiche hanno occhi prolissi”,
si sporgeva dal finestrino, per cadere.
La follia non è necessariamente un crollo...
Trovammo poi un albergo vecchiotto, ma
confortevole. Noi, nomadi irriducibili.
Sono così allegri, di solito, gli annegati

ci sono alcuni vagabondi con un cane, una donna
dal ventre enorme. È affollato, stasera,
il Vieux Colombier. Un irlandese prende appunti,
in un angolo, senza mai parlare. “Andiamo
alla deriva in mezzo alle, canne e
ci siamo arenati”, dice-a un tratto. Scrive anche
qualche lettera, che adesso vanno all’asta,
a Drouot. Je ne suis pas mort,
mais je suis séparé

Il più crudele dei mesi, dicono. Spossati
si aggirano per il Luxembourg, calpestando
aiuole maleodoranti. C’è Baudelaire,
vestito di nero. Tutto ciò che è sonnambulo,
losco, notturno. Nessun canto del gallo lacera
l’aria brumosa. Ha una grande sciarpa a fiori
quando annega nella vasca dei cigni,
ma sembra poco convinto

Da LETTERINE

*
tra le tombe degli uomini illustri
vi sono quelle degli scrittori Molière,
La Fontaine, Balzac, De Musset, Oscar Wilde.
Ma l’unica dove c’è sempre folla
è quella di Jim Morrison, e tutti scrivono
sui muri messaggi d’amore

*
è una piazzetta come tante altre, con
quattro alberelli al centro e due panchine
su cui è meglio non sedersi, perché gli uccelli
le sporcano di cacca. Se la merda è la materia
dell’anima, chi sa se anche quella
degli uccelli

*
c’incontrammo all’ Atrium, lei partiva
per New York, luminosa. C’erano pure
Artaud con l’ano pudibondo, Mille Maupin
e un commerciante di pellami di Charleville
convocato con uno stratagemma

Da Fuoco perpetuo

a)
dal cratere escono vortici di fumo bianco
fetido; schizzano fuori getti di lava
e sassi roventi, e sotto il fumo
giace e rutta Satana

e)
senonché le sirene possiedono un’arma
ancora più terribile del canto,
ed è il loro silenzio

i)
a causa delle paludi e delle esalazioni
della terra vulcanica, l’aria è infetta
e provoca epidemie: gli uomini, allora,
muoiono come mosche

j)
il colore del precipizio
è quello di un carbone spento. Ma
la natura sa spargere delle grazie
perfino sugli oggetti più orribili

z)
intorno a quelle macerie, giocano
alcuni ragazzi. Sono contenti, scavando
hanno trovato qualcosa. Poi qualcuno
per mandarli via gli butta
addosso un cane morto.

Da LA CITTÀ DI YS

Sulle lunghe spiagge che la costeggiano,
le correnti portano spesso i cadaveri
degli annegati. Un’imbarcazione tutta
illuminata appare, si dice, al tramonto;
non si vede nessuno a bordo; qualche volta
si sente il rumore dei remi sulla bruma.
È il bag-noz, il battello della notte.
Lo comanda il primo morto dell’anno. Se questi
è un vecchio, l’apparizione del bag-noz significa
che nei dodici mesi successivi molti fanciulli
moriranno. Se il capitano è un ragazzo,
invece, saranno i vecchi a morire.

Le ore passano leggendo, talvolta sognando.
Si guarda i segnali luminosi, gli altri fari,
i battelli che sfilano in lontananza,
gli uccelli che vengono a battere ai vetri,
il tempo che fa, il vento che gira,
la pioggia che arriva.

La campagna è deserta, e stranamente
vuota. Alberi, ginestre, ginestre spinose,
tamerici sul ciglio dei fossi,
pianori che si stendono a perdita d’occhio,
e nemmeno la più piccola traccia
di uomini.

Gli uccelli tacciono (saranno volati
lontano); le foglie sono spesse, l’erba
soffoca il rumore dei passi, e il paese
silenzioso vi contempla come un volto
bagnato di tristezza. Sembra
fatto apposta per accogliere
le esistenze in rovina.

Non è raro, dicono i pescatori,
che dalle barche sì senta il suono
delle campane della città sommersa.
Quando si placa la tempesta accade pure
che se ne scorgono le rovine,
sul fondo del mare.
Guido Gozzano

Guido Gozzano

Pioggia d’agosto

Nel mio giardino triste ulula il vento,
cade l’acquata a rade goccie, poscia
più precipite giù crepita scroscia
a fili interminabili d’argento ...
Guardo la Terra abbeverata e sento
ad ora ad ora un fremito d’angoscia ...

Soffro la pena di colui che sa
la sua tristezza vana e senza mete;
l’acqua tessuta dall’immensità
chiude il mio sogno come in una rete,
e non so quali voci esili inquete
sorgano dalla mia perplessità.

«—La tua perplessità mediti l’ale
verso meta più vasta e più remota!
È tempo che una fede alta ti scuota,
ti levi sopra te, nell’Ideale!
Guarda gli amici. Ognun palpita quale
demagogo, credente, patriota ...
Guarda gli amici. Ognuno già ripose
la varia fede nelle varie scuole.
Tu non credi e sogghigni. Or quali cose
darai per meta all’anima che duole?
La Patria? Dio? l’Umanità? Parole
che i retori han fatto nauseose! ...

Lotte brutali d’appetiti avversi
dove l’anima putre e non s’appaga ...
Chiedi al responso dell’antica maga
la sola verità buona a sapersi;
la Natura! Poter chiudere in versi
i misteri che svela a chi l’indaga!»

Ah! La Natura non è sorda e muta;
se interrogo il lichène ed il macigno
essa parla del suo fine benigno ...
Nata di sé medesima, assoluta,
unica verità non convenuta,
dinnanzi a lei s’arresta il mio sogghigno.

Essa conforta di speranze buone
la giovinezza mia squallida e sola;
e l’achenio del cardo che s’invola,
la selce, l’orbettino, il macaone,
sono tutti per me come persone,
hanno tutti per me qualche parola ...

Il cuore che ascoltò, più non s’acqueta
in visioni pallide fugaci,
per altre fonti va, per altra meta ...
O mia Musa dolcissima che taci
allo stridìo dei facili seguaci,
con altra voce tornerò poeta!—
Pier Paolo Pasolini

Pier Paolo Pasolini

Ballata del delirio

Solo, solo, una statua di cera
indurita dal vecchio raggio
della mia vita già leggera...
E torna l’aria della sera
muta nel cuore del linguaggio.
Con sospiri d’anni è svanita
in lucidi orizzonti, aria
alitata da gole d’angeli,
l’esistenza – e torna alle nari
del mio cadavere, mare
di giorni dagli Ave agli Angelus.

Tutto stona, parola, ascolto
il disaccordo delle tenebre,
pazzo e sadico sgomento
nella parola, tromba ebbra di
dissonanze – è il fallimento,
anonimo, del mondo. Batte
cieca la luce delle stelle
nelle cucine spente, attratte
dal fetore le jene grattano
àtone...

Ecco, ti sento e non mi scuoto,
diapason tremante d’anni,
punta di diamante fioco
che incide l’orlo dell’anima;
devo ancora restare immoto:
ormai sono vivo nello specchio,
sono la mia immagine immersa
nella vita di luce cieca
nello specchio del giovinetto
prigioniero del lume terso.

Sono dentro lo specchio muto
– un azzurro pesce stretto
dal ghiaccio, col guizzo perduto
nella bara di eterno vetro –
l’allarme che sibila acuto
nei grembi vaghi della parola
non incrina la superficie
dello specchio: e appena sfiora
gli occhi dell’immagine sola
che vive...

Dentro il silenzio pastorale
dello specchio con il candido
colore dell’alba natale,
quanto innocente, mia domanda
d’irresponsabile mortale!
Dove corrono i treni, arsi
di ferro per la pianura umida,
dove guardano i lumi sparsi
nell’orizzonte, dove puntano i salsi
piroscafi e dove i fumi

delle fabbriche, dove tende
la vita se non all’acheronte
che nello specchio si distende?
I vizi e le viltà, mia fonte,
hanno in te freschezze stupende?
E che stupendi assassinii
compie l’infante nel segreto
del corpo di fresco carminio?...
(Voce squisita, così incrini
il barbaro nel vetro quieto,

così incanti l’estremo rosa
di chi parlava un’altra lingua
e s’è ammutolito alla nuova,
così sei l’ombra che cinge,
funebre sciopero del cuore,
le pazzie impietrite dell’anima;
così sei l’estrema eleganza
della foglia che sfiora gli anni
dando ai silenzi troppo umani
del selvaggio una finta fragranza.)
Poco più che corpo, o futuri
Vivi che vivrete al mio posto
al tepore di questi muri,
altro amore in me non conosco
che l’Azzurro dei giorni scuri,
altro il tempo non è che Azzurro
dietro le spalle del morente,
un paesaggio soave e brullo,
un ossessionante sussurro,
fisica immagine sul Niente.
Pier Paolo Pasolini

Pier Paolo Pasolini

Il pianto della scavatrice

I
Solo l’amare, solo il conoscere
conta, non l’aver amato,
non l’aver conosciuto. Dà angoscia

il vivere di un consumato
amore. L’anima non cresce più.
Ecco nel calore incantato

della notte che piena quaggiù
tra le curve del fiume e le sopite
visioni della città sparsa di luci,

echeggia ancora di mille vite,
disamore, mistero, e miseria
dei sensi, mi rendono nemiche

le forme del mondo, che fino a ieri
erano la mia ragione d’esistere.
Annoiato, stanco, rincaso, per neri

piazzali di mercati, tristi
strade intorno al porto fluviale,
tra le baracche e i magazzini misti

agli ultimi prati. Lì mortale
è il silenzio: ma giù, a viale Marconi,
alla stazione di Trastevere, appare

ancora dolce la sera. Ai loro rioni,
alle loro borgate, tornano su motori
leggeri – in tuta o coi calzoni

di lavoro, ma spinti da un festivo ardore
i giovani, coi compagni sui sellini,
ridenti, sporchi. Gli ultimi avventori

chiacchierano in piedi con voci
alte nella notte, qua e là, ai tavolini
dei locali ancora lucenti e semivuoti.

Stupenda e misera città,
che m’hai insegnato ciò che allegri e feroci
gli uomini imparano bambini,

le piccole cose in cui la grandezza
della vita in pace si scopre, come
andare duri e pronti nella ressa

delle strade, rivolgersi a un altro uomo
senza tremare, non vergognarsi
di guardare il denaro contato

con pigre dita dal fattorino
che suda contro le facciate in corsa
in un colore eterno d’estate;

a difendermi, a offendere, ad avere
il mondo davanti agli occhi e non
soltanto in cuore, a capire

che pochi conoscono le passioni
in cui io sono vissuto:
che non mi sono fraterni, eppure sono

fratelli proprio nell’avere
passioni di uomini
che allegri, inconsci, interi

vivono di esperienze
ignote a me. Stupenda e misera
città che mi hai fatto fare

esperienza di quella vita
ignota: fino a farmi scoprire
ciò che, in ognuno, era il mondo.

Una luna morente nel silenzio,
che di lei vive, sbianca tra violenti
ardori, che miseramente sulla terra

muta di vita, coi bei viali, le vecchie
viuzze, senza dar luce abbagliano
e, in tutto il mondo, le riflette

lassù, un po’ di calda nuvolaglia.
È la notte più bella dell’estate.
Trastevere, in un odore di paglia

di vecchie stalle, di svuotate
osterie, non dorme ancora.
Gli angoli bui, le pareti placide

risuonano d’incantati rumori.
Uomini e ragazzi se ne tornano a casa
– sotto festoni di luci ormai sole –

verso i loro vicoli, che intasano
buio e immondizia, con quel passo blando
da cui più l’anima era invasa

quando veramente amavo, quando
veramente volevo capire.
E, come allora, scompaiono cantando.

II
Povero come un gatto del Colosseo,
vivevo in una borgata tutta calce
e polverone, lontano dalla città

e dalla campagna, stretto ogni giorno
in un autobus rantolante:
e ogni andata, ogni ritorno

era un calvario di sudore e di ansie.
Lunghe camminate in una calda caligine,
lunghi crepuscoli davanti alle carte

ammucchiate sul tavolo, tra strade di fango,
muriccioli, casette bagnate di calce
e senza infissi, con tende per porte...

Passavano l’olivaio, lo straccivendolo,
venendo da qualche altra borgata,
con l’impolverata merce che pareva

frutto di furto, e una faccia crudele
di giovani invecchiati tra i vizi
di chi ha una madre dura e affamata.

Rinnovato dal mondo nuovo,
libero – una vampa, un fiato
che non so dire, alla realtà

che umile e sporca, confusa e immensa,
brulicava nella meridionale periferia,
dava un senso di serena pietà.

Un’anima in me, che non era solo mia,
una piccola anima in quel mondo sconfinato,
cresceva, nutrita dall’allegria

di chi amava, anche se non riamato.
E tutto si illuminava, a questo amore.
Forse ancora di ragazzo, eroicamente,

e però maturato dall’esperienza
che nasceva ai piedi della storia.
Ero al centro del mondo, in quel mondo

di borgate tristi, beduine,
di gialle praterie sfregate
da un vento sempre senza pace,

venisse dal caldo mare di Fiumicino,
o dall’agro, dove si perdeva
la città fra i tuguri; in quel mondo

che poteva soltanto dominare,
quadrato spettro giallognolo
nella giallognola foschia,

bucato da mille file uguali
di finestre sbarrate, il Penitenziario
tra vecchi campi e sopiti casali.

Le cartacce e la polvere che cieco
il venticello trascinava qua e là,
le povere voci senza eco

di donnette venute dai monti
Sabini, dall’Adriatico, e qua
accampate, ormai con torme

di deperiti e duri ragazzini
stridenti nelle canottiere a pezzi,
nei grigi, bruciati calzoncini,

i soli africani, le piogge agitate
che rendevano torrenti di fango
le strade, gli autobus ai capolinea

affondati nel loro angolo
tra un’ultima striscia d’erba bianca
e qualche acido, ardente immondezzaio...

era il centro del mondo, com’era
al centro della storia il mio amore
per esso: e in questa

maturità che per essere nascente
era ancora amore, tutto era
per divenire chiaro – era,

chiaro! Quel borgo nudo al vento,
non romano, non meridionale,
non operaio, era la vita

nella sua luce più attuale:
vita, e luce della vita, piena
nel caos non ancora proletario,

come la vuole il rozzo giornale
della cellula, l’ultimo
sventolio del rotocalco: osso

dell’esistenza quotidiana,
pura, per essere fin troppo
prossima, assoluta per essere

fin troppo miseramente umana.

III
E ora rincaso, ricco di quegli anni
così nuovi che non avrei mai pensato
di saperli vecchi in un’anima

a essi lontana, come a ogni passato.
Salgo i viali del Gianicolo, fermo
da un bivio liberty, a un largo alberato,

a un troncone di mura – ormai al termine
della città sull’ondulata pianura
che si apre sul mare. E mi rigermina

nell’anima – inerte e scura
come la notte abbandonata al profumo –
una semenza ormai troppo matura

per dare ancora frutto, nel cumulo
di una vita tornata stanca e acerba...
Ecco Villa Pamphili, e nel lume

che tranquillo riverbera
sui nuovi muri, la via dove abito.
Presso la mia casa, su un’erba

ridotta a un’oscura bava,
una traccia sulle voragini scavate
di fresco, nel tufo – caduta ogni rabbia

di distruzione – rampa contro radi palazzi
e pezzi di cielo, inanimata,
una scavatrice...

Che pena m’invade, davanti a questi attrezzi
supini, sparsi qua e là nel fango,
davanti a questo canovaccio rosso

che pende a un cavalletto, nell’angolo
dove la notte sembra più triste?
Perché, a questa spenta tinta di sangue,

la mia coscienza così ciecamente resiste,
si nasconde, quasi per un ossesso
rimorso che tutta, nel fondo, la contrista?

Perché dentro in me è lo stesso senso
di giornate per sempre inadempite
che è nel morto firmamento

in cui sbianca questa scavatrice?

Mi spoglio in una delle mille stanze
dove a via Fonteiana si dorme.
Su tutto puoi scavare, tempo: speranze,

passioni. Ma non su queste forme
pure della vita... Si riduce
ad esse l’uomo, quando colme

siano esperienza e fiducia
nel mondo... Ah, giorni di Rebibbia,
che io credevo persi in una luce

di necessità, e che ora so così liberi!

Insieme al cuore, allora, pei difficili
casi che ne avevano sperduto
il corso verso un destino umano,

guadagnando in ardore la chiarezza
negata, e in ingenuità
il negato equilibrio – alla chiarezza

all’equilibrio giungeva anche,
in quei giorni, la mente. E il cieco
rimpianto, segno di ogni mia

lotta col mondo, respingevano, ecco,
adulte benché inesperte ideologie...
Si faceva, il mondo, soggetto

non più di mistero ma di storia.
Si moltiplicava per mille la gioia
del conoscerlo – come

ogni uomo, umilmente, conosce.
Marx o Gobetti, Gramsci o Croce,
furono vivi nelle vive esperienze.

Mutò la materia di un decennio d’oscura
vocazione, se mi spesi a far chiaro ciò
che più pareva essere ideale figura

a una ideale generazione;
in ogni pagina, in ogni riga
che scrivevo, nell’esilio di Rebibbia,

c’era quel fervore, quella presunzione
quella gratitudine. Nuovo
nella mia nuova condizione

di vecchio lavoro e di vecchia miseria,
i pochi amici che venivano
da me, nelle mattine o nelle sere

dimenticate sul Penitenziario,
mi videro dentro una luce viva:
mite, violento rivoluzionario

nel cuore e nella lingua. Un uomo fioriva.

IV
Mi stringe contro il suo vecchio vello,
che profuma di bosco, e mi posa
il muso con le sue zanne di verro

o errante orso dal fiato di rosa,
sulla bocca: e intorno a me la stanza
è una radura, la coltre corrosa

dagli ultimi sudori giovanili, danza
come un velame di pollini... E infatti
cammino per una strada che avanza

tra i primi prati primaverili, sfatti
in una luce di paradiso...
Trasportato dall’onda dei passi,

questa che lascio alle spalle, lieve e misero,
non è la periferia di Roma: «Viva
Mexico!» è scritto a calce o inciso

sui ruderi dei templi, sui muretti ai bivii,
decrepiti, leggeri come osso, ai confini
di un bruciante cielo senza un brivido.

Ecco, in cima a una collina
fra le ondulazioni, miste alle nubi,
di una vecchia catena appenninica,

la città, mezza vuota, benché sia l’ora
della mattina, quando vanno le donne
alla spesa – o del vespro che indora

i bambini che corrono con le mamme
fuori dai cortili della scuola.
Da un gran silenzio le strade sono invase:

si perdono i selciati un po’ sconnessi,
vecchi come il tempo, grigi come il tempo,
e due lunghi listoni di pietra

corrono lungo le strade, lucidi e spenti.
Qualcuno, in quel silenzio, si muove:
qualche vecchia, qualche ragazzetto

perduto nei suoi giuochi, dove
i portali di un dolce Cinquecento
s’aprano sereni, o un pozzetto

con bestioline intarsiate sui bordi
posi sopra la povera erba,
in qualche bivio o canto dimenticato.

Si apre sulla cima del colle l’erma
piazza del comune, e fra casa
e casa, oltre un muretto, e il verde

d’un grande castagno, si vede
lo spazio della valle: ma non la valle.
Uno spazio che tremola celeste

o appena cereo... Ma il Corso continua,
oltre quella famigliare piazzetta
sospesa nel cielo appenninico:

s’interna fra case più strette, scende
un po’ a mezza costa: e più in basso
– quando le barocche casette diradano –

ecco apparire la valle – e il deserto.
Ancora solo qualche passo
verso la svolta, dove la strada

è già tra nudi praticelli erti
e ricciuti. A manca, contro il pendio,
quasi fosse crollata la chiesa,

si alza gremita di affreschi, azzurri,
rossi, un’abside, pèsta di volute
lungo le cancellate cicatrici

del crollo – da cui soltanto essa,
l’immensa conchiglia, sia rimasta
a spalancarsi contro il cielo.

È lì, da oltre la valle, dal deserto,
che prende a soffiare un’aria, lieve, disperata,
che incendia la pelle di dolcezza...

È come quegli odori che, dai campi
bagnati di fresco, o dalle rive di un fiume,
soffiano sulla città nei primi

giorni di bel tempo: e tu
non li riconosci, ma impazzito
quasi di rimpianto, cerchi di capire

se siano di un fuoco acceso sulla brina,
oppure di uve o nespole perdute
in qualche granaio intiepidito

dal sole della stupenda mattina.
Io grido di gioia, così ferito
in fondo ai polmoni da quell’aria

che come un tepore o una luce
respiro guardando la vallata
. . . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . . . . .

V
Un po’ di pace basta a rivelare
dentro il cuore l’angoscia,
limpida, come il fondo del mare

in un giorno di sole. Ne riconosci,
senza provarlo, il male
lì, nel tuo letto, petto, coscie

e piedi abbandonati, quale
un crocifisso – o quale Noè
ubriaco, che sogna, ingenuamente ignaro

dell’allegria dei figli, che
su lui, i forti, i puri, si divertono...
il giorno è ormai su di te,

nella stanza come un leone dormente.

Per quali strade il cuore
si trova pieno, perfetto anche in questa
mescolanza di beatitudine e dolore?

Un po’ di pace... E in te ridesta
è la guerra, è Dio. Si distendono
appena le passioni, si chiude la fresca

ferita appena, che già tu spendi
l’anima, che pareva tutta spesa,
in azioni di sogno che non rendono

niente... Ecco, se acceso
alla speranza – che, vecchio leone
puzzolente di vodka, dall’offesa

sua Russia giura Krusciov al mondo –
ecco che tu ti accorgi che sogni.
Sembra bruciare nel felice agosto

di pace, ogni tua passione, ogni
tuo interiore tormento,
ogni tua ingenua vergogna

di non essere – nel sentimento –
al punto in cui il mondo si rinnova.
Anzi, quel nuovo soffio di vento

ti ricaccia indietro, dove
ogni vento cade: e lì, tumore
che si ricrea, ritrovi

il vecchio crogiolo d’amore,
il senso, lo spavento, la gioia.
E proprio in quel sopore

è la luce... in quella incoscienza
d’infante, d’animale o ingenuo libertino
è la purezza... i più eroici

furori in quella fuga, il più divino
sentimento in quel basso atto umano
consumato nel sonno mattutino.

VI
Nella vampa abbandonata
del sole mattutino – che riarde,
ormai, radendo i cantieri, sugli infissi

riscaldati – disperate
vibrazioni raschiano il silenzio
che perdutamente sa di vecchio latte,

di piazzette vuote, d’innocenza.
Già almeno dalle sette, quel vibrare
cresce col sole. Povera presenza

d’una dozzina d’anziani operai,
con gli stracci e le canottiere arsi
dal sudore, le cui voci rare,

le cui lotte contro gli sparsi
blocchi di fango, le colate di terra,
sembrano in quel tremito disfarsi.

Ma tra gli scoppi testardi della
benna, che cieca sembra, cieca
sgretola, cieca afferra,

quasi non avesse meta,
un urlo improvviso, umano,
nasce, e a tratti si ripete,

così pazzo di dolore, che, umano,
subito non sembra più, e ridiventa
morto stridore. Poi, piano,

rinasce, nella luce violenta,
tra i palazzi accecati, nuovo, uguale,
urlo che solo chi è morente,

nell’ultimo istante, può gettare
in questo sole che crudele ancora splende
già addolcito da un po’ d’aria di mare...

A gridare è, straziata
da mesi e anni di mattutini
sudori – accompagnata

dal muto stuolo dei suoi scalpellini,
la vecchia scavatrice: ma, insieme, il fresco
sterro sconvolto, o, nel breve confine

dell’orizzonte novecentesco,
tutto il quartiere... È la città,
sprofondata in un chiarore di festa,

– è il mondo. Piange ciò che ha
fine e ricomincia. Ciò che era
area erbosa, aperto spiazzo, e si fa

cortile, bianco come cera,
chiuso in un decoro ch’è rancore;
ciò che era quasi una vecchia fiera

di freschi intonachi sghembi al sole,
e si fa nuovo isolato, brulicante
in un ordine ch’è spento dolore.

Piange ciò che muta, anche
per farsi migliore. La luce
del futuro non cessa un solo istante

di ferirci: è qui, che brucia
in ogni nostro atto quotidiano,
angoscia anche nella fiducia

che ci dà vita, nell’impeto gobettiano
verso questi operai, che muti innalzano,
nel rione dell’altro fronte umano,

il loro rosso straccio di speranza.
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