Fiamma a gas
Lampione scultore,
scultore di cose mai vedute,
forse ridicolo,
ma pieno di buon umore.
Lampione scultore,
questa notte barili, barili
di vento.
Ubbriacatura completa:
sbattute sul casamento
della tenebra
alto diecimila piani senza lumi,
capitomboli sul selciato,
piruette nel fango,
esercizi di traballamene
sull’elastico sensibile della pioggia.
Lampione scultore,
pel vicolo questa notte
pochissime cose;
un pisciatoio a tettoia
che tu inghiotti e ridai
con mutevole forma di donna,
un carretto abbandonato,
enorme uccello
con ali di ruote,
e un’ombra di cane
o meglio, un lungo cane d’ombra.
Benone scultore,
abbozzatore
e deformatore;
eccoti un uomo filosofo,
mantello nero nero.
L’abbranchi? No.
Soltanto la testa.
Decapitazione superba,
e schiaffi e colpi di luce
sul torso che cammina lo stesso.
Poi gonnelle, gambuccie
e mani fugaci;
famiglie toccate,
mangiate,
digerite nell’enorme budello
del buio,
inseguite sull’angolo;
teste a triangolo,
ricopiate,
rimpastate,
segate sui muri;
padri seri, mamme gravi
trasformati in ridicoli fantocci,
e mezzi visi che se ne vanno,
e occhi chiusi e riaperti
da lancette fulminee di luce.
Infine un ubbriaco:
nera linea spezzata di canti a sghimbescio.
Sosta della tua luce;
acutissima voglia rattenuta.
Quasi quasi...
No, no che passi
unica serietà della notte,
vagabonda pensosità della vita.
Le tue schiere di luce
presentano le armi
sino in fondo al vicolo.
Domani all’alba
l’ultima pisciata di giallo
sul lampionaio impettito,
l’ultima smorfia sotto
gli scappellotti del sole
vilissimo illuminatore
di cose,
contro te, lampione scultore,
creatore di mondi originali
di forme.
Il cinese caricaturista
La luna è morbida
come un cuscino di piume,
le pagode
nascondono gelose,
le tenui cesellature.
In un cespuglio soffice di mimose
Tan-Fu – cinese libero –
fa le caricature.
.... Le case con cento
piccole gambe,
contorte e strambe,
s’incamminano al fiume
giallo,
per lavarsi dal sudiciume
dei secoli.
La carovana
s’imbraca
nel fango,
dietro la tarda lumaca,
d’un oleoso mandarino,
che sventola azzurro
l’ordine
della dinastia di Pechino.
«Cose antiche
nella cornice dei tempi moderni».
Sfoglia i suoi brevi quaderni
d’odore, la rosa.
Un bonzo
con voce lamentosa,
canta da un tempio di porcellana
che s’incappuccia
sopra i bambù.
Al lume di sei lucciole,
diafanamente pure,
Tan-Fu – pittore libero –
abbozza le caricature.
.... Un idolo pieno di fiori,
nero come l’inchiostro,
un mostro
d’ebano
che guarda una trave sorella
marcire
nella pozzanghera bruna.
Traccia il pennello di lacca
col profilo
dell’ironico ingegno:
«La fortuna religiosa
del legno....
La seta è più ricca
e scintilla
di qualche stilla.
Dal forziere dei cieli,
la rugiada,
indiamanta la strada.
Due usignoli in amore,
si scambiano il cuore
con melodico ondulamento,
sui fili telefonici del vento.»
Tan-Fu,
tra le selve,
rigide e scure,
moltiplica vertiginoso
le sue caricature.
.... Una montagna enorme,
che azzurra dorme
nel letto del sole.
Una casetta
perfetta,
con le finestre piccine,
piene di rosse tendine.
Un uomo e una donna
che stillano
nella luce,
goccie di meravigliose parole.
Un’ombra che va celere.
Un profilo che nel buio si culla.
Una linea esigua.
Un punto.
Nulla.
Sotto l’iscrizione vermiglia
«Il cuore che s’assottiglia».
Si stacca un velo d’ombra
e cala a fondo,
un altro annaspa e lo segue
nel gorgo profondo.
L’alba,
chiara,
con la fontana di luce
spruzza di rose
l’impero della porcellana.
Chiude il volume
Tan-Fu;
non disegna più.
È inutile.
Il sole con la matita
lucidamente arguta
ha fatto della Natura
l’unica
l’insuperabile
caricatura.
Moka
Nero. Più nero. Troppo nero.
Moka.
Il sonno ruzzola giù dalle scale
della stanchezza.
Una voglia pazza d’intorno
ai nervi,
gira, gira, gira.
Il desiderio – ginnasta incomparabile –
a salti mortali nel cervello.
Le idee: mazzi di fiori,
grandi, grandi,
senza gambo,
pigiati nel vaso del cranio.
Gli occhi smisurati in ridda
dietro profili di cose strane.
Benessere.
Strappo acuto.
Forse vertigine.
Subitaneo smarrimento.
Ripresa al galoppo, per ogni fibra,
dei turbini del caldo eccitante.
Infine massaggio di mani
di negre bruttissime
su tutta la pelle,
ilarità del passaggio leggero
di una mammella floscia lungo la schiena.
Moka.
Nero nero.
Mondo sotto lucernario verde
Primavera del fresco
sotto il verde lucernario del cielo.
Monta un color d’erba ovunque.
Hanno versato un succo di foglie nuove
entro la conca del mondo.
Tepidità che s’apre nelle cellule a gemma.
Si pensa con zampilli di sorgente.
La vita è tutta un’infanzia
e nelle vene c’è un senso di trifoglio.
Cuore verde a bocciolo
senza preoccupazione della rosa
che nascerà
con cinque sepali soli,
stellanti
intorno a un fermento d’odore.
Abbeveratoi di musco;
capanne di fieno recente;
i miei pensieri
pendono in fila
come ciuffi di capelvenere;
per tutto è prateria.
I buoi sembrano cespugli mobili,
gli insetti piccole bacche volanti.
E questo lungo desiderio di godere
è una zattera di felci,
che mi trasporta, su liquidità verdi,
in un fresco pellegrinaggio
verso una città d’alberi.
Ciglia socchiuse.
Lampada verde del sole.
La mia casa sarà ora di giunchi
e gli uomini saranno forse
piccoli fili d’erba
con goccioline di rugiada.
Porta verniciata di fresco
Freschezza di una tinta verde
(E tu, porta, che la senti
con la resina dentro in pieno odore).
Primavera della vernice
(e potremmo anche avviarci
per un paese di pini
e d’altre aromatiche piante
con un bel mare a maggese
in fondo).
Ma c’è un sole che ci ferma
a mezza strada,
invischiando la maraviglia nostra
fra le pagliuche d’oro
del tuo colore fresco.
Porta lasciata sola
in questo muro di cinta.
Perduta forse;
premuta forse
non so da quanti cespugli in amore.
Ronzano due calabroni
e una goccia più verde,
cammina lungo la serratura,
lentissimamente.
Nella strada nessuno.
Soltanto un poco di senso d’infanzia
per cinque dita di bimbo
impresse nel fresco della vernice.
E le guarda strano il mandarino,
che si spenzola
pesantemente dal muro,
nel desiderio di gocciarsi
vicino alla porta.
Chissà?
Cerca una mano che colga
la sua maturità
più che due stille di resina,
sparpagliate
in una primavera di tinta.
Ma...
Sensazione di turbine
Ansia.
Gonfia imminenza della morte.
Le case sagomate;
i campanili stagliati;
” le porte incise.
Bronzee lastre di silenzio.
Tra cielo di nubi lanose,
e terra di calma,
il cuore,
19° sospeso ai fili interminabili
dell’ignota paura.
Un battistrada leggiero:
fremito di fronde, bricioli di carta,
strepito indistinto nei giardini,
1° sui selciati...
Un rapido squadrone:
nuvole di polvere, palpito di veli,
flutto di tende
— qua e là —
misterioso vacillio della città.
Una turba balzante in arme:
cappelli, gonne in aria,
accecanti orde di polvere.
Un esercito interminabile di ribelli:
usci, finestre, porte — schiantati —
fragorio di vetri, panni volanti,
spettri balzanti,
braccia spalancate a un davanzale
contro sforzi di persiane.
Un urlo di maree popolose
espresse dal grigiastro, cavernoso
estuario degli orizzonti.
Sosta.
Pausa nella musica vertiginosa.
Tremola qualcosa
a
e si posa.
Poi di nuovo furibonde
le onde dei venti,
le correnti del turbine,
trascinano le case tra nebbie di polvere,
incalzano i giardini scapigliati.
Poi di nuovo
il suono, il rombo, il frastuono,
e l’orchestra formidabile,
con trombe di camini,
ù
con timpani di vetri,
con grancasse di portoni,
e violini, violini di fili telegrafici.
Schizza talvolta dalle nubi
% ]a fulminea bacchetta
del maestro uragano,
sul poema sinfonico dei venti.
Torrefazione
Piazza di vetro ardente,
sollevata di colpo
negli alti forni del sole.
Papaveri di luce
° avanti alle pupille.
Spille nel sangue.
D’intorno le case,
affondate
nei marciapiedi
1° liquefatti dal caldo.
Camminare evitando
colonne ubbriache di rosso,
sfondare col petto
semicerchi di solleone,
e invidiare l’ombra di un ragnatelo
ad un insetto addormentato.
Tutta nuda
Te, nuda dinanzi la lampada rosa,
e gli avori, gli argenti, le madreperle,
pieni di riflessi
della tua carne dolcemente luminosa.
Un brivido nello spogliatoio di seta,
un mormorio sulla finestra socchiusa,
un filo d’odore, venuto
dalla notte delle acacie aperte,
e una grande farfalla che ignora
che intorno a te
non si bruciano le ali,
ma l’anima.