Albero
Tutto il cielo cammina come un fiume,
grandi blocchi traendo di fiamma e d’ombra.
Tutto il mare rompe, onda dietro onda,
splendido, alle fuggenti dune.
L’albero, chiuso nel puro contorno,
oscuro come uno che sta su la soglia,
muto guarda, senza battere foglia,
gli spazi agitati dal trapasso del giorno.
Batte il mattino...
Batte il mattino al ferrigno bastione
dei nuvoloni notturni: repente
s’apre una lunga fessura lucente,
scoppia uno squarcio di fiamma più su.
Un razzo d’oro; e un sussulto, un tremore
d’oro per l’ombre; oro a rivoli, a onde...
Più in alto: spiaggie di nuvole bionde,
calme e profonde lagune di blu.
Davìd morente
Un nero vento di settentrione
con crude fitte di gelo
m’inchioda le ginocchia.
Eppure è estate ancora,
e l’aria sul mio volto è ferma.
Fate che la fanciulla bianca
mi copra col suo corpo,
mi sciolga i piedi col tepore
del petto che dolce respira.
Signore, questa è la mia fine. Ma
la mia vita, che era, che fu?
Vedo soltanto il nembo di fuoco
in cui scaglio il mio sasso di fionda,
e la nube è spaccata e n’esce un fiume
di sangue. Forse nel sangue è la mia gloria?...
Perché piange, ora, il mio Re?
Seduto al rivo che fuggendo canta,
il mio Re piange sul distrutto esercito.
L’arpa, ecco, gli risponde vibrando:
ne cadono tre note come lagrime.
Signore, questa è la mia fine.
Le armi, i cavalli, le trombe...
Non so più... So che un giorno ho danzato
davanti all’Arca santa,
e Micol mi guardava muta
con occhi duri come castagne secche.
Ma Betsabea, nella notte dolce,
splendeva nuda come la luna,
spandeva odore di rosa notturna.
Signore, questa è la mia fine.
La mia fine è in pensieri d’amore.
Dicembre
Tristi venti scacciati dal mare
agitavano la città notturna.
Da nere gole aperte tra le case
rompevano, invisibili
ombre, con schianti ed urla;
si gettavano per le vie deserte
ferme nel bianco gelo dei fanali,
urtavano alle porte
sbarrate, s’abbrancavano alle morte
rame d’alberi dolenti,
scivolavano lungo muri lisci,
dileguavano via, serpenti,
con fischi lunghi e lenti strisci...
Ora mi sporgo all’attonita pace
della grigia mattina: tutto tace.
Teso il cielo di pallide bende.
Il gran cipresso, assorto, col suo verde
strano, nell’alta luce. Un coccio lustra
tra la terra bruna dell’orto.
Finestre senza tende, cupe,
guardano intorno. Non c’è voce umana,
grido d’uccello, rumore di vita,
nell’aria vasta e vana.
C’è solo una colomba,
tutta nitida e bionda,
che sale a passi piccoli la china
d’un tetto, su tappeti
fulvi di lana vellutata, e pare
una dolce regina
di Saba
che rimonti le silenziose scale
della sua fiaba.
Fine d’estate
A mattutino, passata la tempesta,
l’onda è distesa, tutta l’aria serena.
Sul bruno lido più non resta
che un po’ di spuma, e una piccola sirena.
Piccola sirena lucente, smarrita
dal coro delle sue compagne:
non canta; solo ride e invita,
con ciglia di stupore e lagrime strane.
Splende come pesce, ma guarda
come donna; e forse è creatura
che soffre; e forse s’attarda
così sul lido perchè, sola, ha paura.
Donna con tenero peso di carne
e capelli dolci e bocca di fiore,
nel sangue forse ha un desiderio che arde
e dentro il petto un batter di cuore.
È la sirena dell’ultima estate,
del tempo bello che ormai s’incrina...
Vorrei toccare le unghie rosate
della sua mano piccolina.
Tendo le dita. Ella mi ride,
un po’ stanca un po’ sbigottita.
Poi guizza via tra le pallide ondine,
subito dilegua—e l’estate è finita...
I pescatori
Rovesciavi il bel viso in fanciullesco modo,
per ascoltare quel trillo alto perduto di allodola;
guardavi stupita gli spazi, la bianca mattina
fumante nel sole, confusa alla bianca marina.
Poi vennero i pescatori: con lunghi strappi oscillanti,
con rotte grida, tiravano in secco le reti stillanti.
Nel bruno groviglio dei fili scorgesti un guizzare d’argenti
di azzurri di verdi. Ridevi tutta, occhi labbra denti.
Poi che la sera...
Poi che la sera ha invaso la pallida stanza,
affogando nella sua lenta dolcezza
le nostre rotte parole di disperata speranza,
i nostri volti sbiancati di tristezza,
e le nostre anime, o amore,
gonfie ancora di lacrime—
ecco che il nostro povero dolore
ha cessato di singhiozzare,
e s’è messo a guardare a guardare
con occhi di bimbo smarrito
la finestra tutta azzurra d’infinito ...
E le tante le tante cose,
gravi e soavi, oscure e paurose,
che abbiamo detto poco fa,
e la stretta tremante delle mani,
gelide e ardenti, stanche e spasimose,
e le lacrime, le lacrime amare,
d’addio di lontananza di schianto
che abbiamo pianto—
tutto, ecco, tutto è dileguato via,
tutto è svanito nell’ombra leggera
della dolce sera
colore di poesia...
E noi non siamo, o amore mio santo,
che due piccole cose sperdute quaggiù,
che s’amano tanto,
che s’amano solo—
e non sanno di più.
Quel pomeriggio dolce
Quel pomeriggio dolce
si andava lungo il fiume.
E ci sorprese a un tratto,
dall’altra riva,
un vasto coro, un alto
rammarichìo di tortore selvagge
raccolte lì, chissà come, da quando.
Il bel fiume era l’Adda
errabonda per prati e campi,
tra leggiere boschine di pioppi.
Sopra era teso un cielo senza nubi,
appena nebuloso:
il bel cielo di Lombardia,
così bello, così in pace.
Ritratto
Ella è sola e lontana,
tra queste cose della terra,
come sul ciglio della notte estrema
la stella diana.
Non ha sapore di sangue, di sale,
di male, di donna.
Nel ovale del viso
ogni linea par ferma
per sempre.
La bianca bocca è sigillata, senza
sorriso; agli occhi vuoti
affiora una compatta luce azzurra
d’acque profonde.
Una deserta pace
l’avvolge e chiude: intorno
nitida è l’aria come specchio;
non crolla ramo, non trema foglia,
non trema voglia o paura di carne;
anche la dolorosa
speranza tace.
Cosa inumana è questa
grande fanciulla. Pare
il termine posato da un Dio
tra la memoria della vita e il sogno
e l’infinito oblio.
Riva di pena, canale d’oblio...
Ora è la grande ombra d’autunno:
la fredda sera improvvisa calata
da tutto il cielo fumido oscuro
su l’acqua spenta, la pietra malata.
Ora è l’angoscia dei lumi radi,
gialli, sperduti per il nebbione,
l’uno dall’altro staccati, lontani,
chiuso ciascuno nel proprio alone.
Riva di pena, canale d’oblio...
Non una voce dentro il cuor morto.
Solo quegli urli straziati d’addio
dei bastimenti che lasciano il porto.