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La Bovary c’est moi
Giovanni Giudici
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La Bovary c’est moi

Le cose, le spine

Era un passaggio e invece era una trappola – là
dove un vano breve nel quadrato
dentro un altro strettissimo quadrato mi portò
appena un metro più oltre di nuovo sbarrato
e subito sentii le punte contro il costato.
Altro filo spinato e spine vere
viventi al quasi buio enormi schegge di canne.

Era una forma così messa in pianta:
col quadrato minore dente esterno al perimetro.
Io vi ero finito per meglio vedere
l’amico che mi faceva segno di lassù
dalla sua casa al numero civico otto
della strada in collina
dove: qui è altro mondo – tu avevi sussurrato.

E adesso quelle punte contro il costato
per il momento soltanto ammonitrici.
Ancora una mossa – quasi a dire – e ti buchiamo.
Ma egli dall’adiacente giardino superiore
ancora a farmi segno – così e così
scansale non avere paura – e io a non capire
invocando istruzioni per districarmi.

A una a una accuratamente le afferrai
scostandole dal costato graffiato
e lui sempre cortese che sorrideva
ammiccando – lo vedi com’è semplice
puoi salire – ma incontro non mi scendeva.
Avrei poi saputo che aveva in casa la madre
sul punto di finire.

Transito fu un corridoio di vera tenebra
ma libero da spine brancolando per il prato
e scale a una porta appena schiusa.
Ah non ero da lui ne fui subito certo.
Ma ormai non potevo desistere dall’errore.
Già ero nella cucina già mi avevano aperto
foschi due tipi là dentro non l’amico.

Uno dei quali con occhio da falconiere
o il falco stesso stretto e sterminato
di profilo homo avis intento a guardare il paese
da sporchi vetri di finestra – alberi
che si direbbero nani di lassù
ricciuti e grigi su altre avernali colline.
Senza voltarsi – tu

cosa vieni lontano dal tuo mondo – domandò.
Che lingua parli da dove arrivi
nella tomba in cui siamo vivi.
Gli dissi la mia città
di mare presso la quale sono nato.
E volevo mostrargli i segni sul costato
di tutte le spine che avevo superato.

Ma con odio definitivo egli gridò:
vattene – è solo nostro il nostro morire.
D’un minimo sguardo sempre senza degnarmi.
Al privilegio di miseria e di tragedia
per puro equivoco mi ero affacciato.
Le cose non avevano altre parole da dire.
Né da darmi consigli né orecchi per ascoltarmi.

Poesie per una voce

I

II
Dice: ti cullo il bambino perché
anch’io sono un bambino – ma è assurdo.
Non può avere la voce uno che non è qui
né braccia né potrei volendo cullarlo a mia volta.
Pure il bambino vero tace se resto in ascolto
della sua finta voce nella mia finta pace.
Pure gli posso far dire ogni parola che voglio:
mio amore quanto errore e dolore ci divide
quanto futuro senza futuro si spalanca.
Vuole mettere ordine vuole che mi riposi.

Gli posso far pensare ogni pensiero che voglio:
lei pensa che io penso – mi penserà.
Pensami nella mia camera ingombra del mio niente.
Pensami nel mio niente carico di tutto.
Di me diranno che ho visioni che sono magra.
Di me diranno abbia cura della salute.
Ma tace il bambino vero se resto in ascolto.
Tace se resto in ascolto il tic-tac dell’orologio.
Mi ha detto non avere paura non è quello il tempo vero
non guardare non toccare le vene sulle tue mani.

Preliminare di accordo

Tuttavia un minimo d’impostura è necessario – mi disse.
La verità non coincide con la saggezza.
Stanno contro il disordine alcune regole del gioco.
Sii grato al rituale. La verità ti divora.

Hai ragione – si aspettava che rispondessi.
Recitiamola pure la farsa del ragionevole.
Anch’io ripeterò che tutto non si può avere
pronto a morire purché non crolli il letto dove muoio.

Ma anche per me era l’ultima occasione che restava.
E prima di sottoscrivere solo chiedevo se in cambio
dell’accettare quel molto di finzione che diceva
un minimo di verità sarebbe stato compatibile.
❦ La Bovary c’est moi · Giovanni Giudici
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