Alla beatrice
Beatrice sui tuoi seni io ci sto alla finestra
arrampicato su una scala di corda
affacciato dal fuori in posizione precaria
dentro i tuoi occhi celeste vetro
dentro i tuoi vizi capitali
dentro i tuoi tremori e mali
Beatrice sui tuoi seni io ci sto a spiare
ciò che fanno seduti intorno a un tavolo
i tuoi pensieri su sedie di paglia
ospiti appena arrivati o sul punto di partire
raccolti sotto la lampada gialla
uno che ride uno che ascolta e uno che parla
Beatrice dai tuoi seni io guardo dentro la casa
dalla notte esteriore superstite luce
nella selva selvaggia che a te conduce
dalla padella alla brace
estrema escursione termica che mi resta
più fuoco per me tua minestra
Beatrice – costruttrice
della mia beatitudine infelice
Beatrice dai tuoi seni io vengo a esplorare com’è
la stanza dove abitare
se convenienti vi siano i servizi
e sufficiente l’ordine prima di entrare
se il letto sia di giusta misura
per l’amore secondo natura.
Beatrice dunque di essi non devi andare superba
più che dell’erba il prato su cui ci sdraiamo
potrebbero essere stracci non ostentarli
per tesori da schiudere a viste meravigliate
i tuoi semplici beni di utilità strumentale
mi servono da davanzale
Beatrice – dal verbo beare
nome comune singolare
Andare a Roma
Però se gli dicessi
Brevi ordinate parole — lasciami
Andare a Roma ti giuro che torno
E a nuovi pesi
Non dubitare non temere chinerò
Il capo entrando al barile di chiodi
Io pure e rotolando e le palpebre
Al sole a punture di vespe cosparso di miele
Offrendo e nei supplizi
Cantando prigioniero tuo e usignolo:
Pur che mi lasci ma ti giuro che torno
Cosa mai vuoi che sia appena un giorno
Aspirazioni
Poi che non scorgo via d’uscita
Nel lume di questa vita
In te rifugio il triste orgoglio
Spessore di questo foglio
E nella mente mi assottiglio?
Microbo figlio di figlia d’un figlio
Specchio del nostro doppio io
Ti dò del tu ti chiamo dio?
Dio del fratto e dell’intero
Dio del rotondo zero
Dio della lingua dio del muto
Dio del groppo e dio del buco
Dio del suo gelo dio del sole
Dio delle nelle mie parole
Dio dell’acme e del declino
Dio che viaggi il mio destino
Dio del no dio che si dona
Dio ragione che sragiona
Dio del suo cuore e dio del ventre
Dio che il mio pregare offende
Dio del nada dio del todo
Dio del muro e dio del chiodo
Dio che cammini la tua ombra
Dio che cresci nella tomba
Dio della pasqua sola e stretta
Nella remota cameretta
Dio d’ogni tenero interstizio
Dio del canto nel supplizio?
Dio della carne dio scarnito
Dio fiore dio ermafrodito
Dio del pistillo e dello stame
Dio dell’essenza e del letame
Dio neoplasma dio del corpo
Dio dello spermio e dell’aborto
Dio del molle e dio del duro
Dio borsa e coda del canguro
Dio del latte e di taverna
Mi deus pax sempiterna?
Dio del fiele e della panna
Dio della monna e della mamma
Dio del bel pianto traditore
Dio della bocca dio d’afrore!
Dio del suo vello’ che nascondi
L’opposta luna dei suoi lombi
Dio del grembo dio del mare
Che mi guidasti a navigare
Dio nostra stella solitaria
E dio del fumo dio dell’aria
Dio con te stesso ricongiunto
Nel vano punto del tuo punto?
O via improbabile d’uscita
Dal buio d’una scissa vita
Tra recto e verso in te filtrando
Nel deserto del tuo bianco
Portaci al tuo riposto covo
Tra guscio e pelle intatto uovo
Dove di noi sorride e sta
La minima tua verità
Descrizione della mia morte
Poiché era ormai una questione di ore
Ed era nuova legge che la morte non desse ingombro,
Era arrivato l’avviso di presentarmi
Al luogo direttamente dove mi avrebbero interrato.
L’avvenimento era importante ma non grave.
Così che fu mia moglie a dirmi lei stessa: prepàrati.
Ero il bambino che si accompagna dal dentista
E che si esorta: sii uomo, non è niente.
Perciò conforme al modello mi apparecchiai virilmente,
Con un vestito decente, lo sguardo atteggiato a sereno,
Appena un po’ deglutendo nel domandare: c’è altro?
Ero io come sono ma un po’ più grigio un po’ più alto.
Andammo a piedi sul posto che non era
Quello che normalmente penso che dovrà essere,
Ma nel paese vicino al mio paese
Su due terrazze di costa guardanti a ponente.
C’era un bel sole non caldo, poca gente,
L’ufficio di una signora che sembrava già aspettarmi.
Ci fece accomodare, sorrise un po’ burocratica,
Disse: prego di là – dove la cassa era pronta,
Deposta a terra su un fianco, di sontuosissimo legno,
E nel suo vano in penombra io misurai la mia altezza.
Pensai per un legno così chi mai l’avrebbe pagato,
Forse in segno di stima la mia Città o lo Stato.
Di quel legno rossiccio era anche l’apparecchio
Da incorporarsi alla cassa che avrebbe dovuto finirmi.
Sarà meno d’un attimo – mi assicurò la signora.
Mia moglie stava attenta come chi fa un acquisto.
Era una specie di garrota o altro patibolo.
Mi avrebbe rotto il collo sul crac della chiusura.
Sapevo che ero obbligato a non avere paura.
E allora dopo il prezzo trovai la scusa dei capelli
Domandando se mi avrebbero rasato
Come uno che vidi operato inutilmente.
La donna scosse la testa: non sarà niente,
Non è un problema, non faccia il bambino.
Forse perché piangevo. Ma a quel punto dissi: basta,
Paghi chi deve, io chiedo scusa del disturbo.
Uscii dal luogo e ridiscesi nella strada,
Che importa anche se era questione solo di ore.
C’era un bel sole, volevo vivere la mia morte.
Morire la mia vita non era naturale.
Exitus
In quella semiluce di violetto
Per ingannare un lunghissimo tempo
Osservavo in studioso movimento
Due brune blatte tra i neri piedi del letto
Con Lui nell’ospedale
Dove semiassopito o semisveglio
Egli era in attesa di spirare
O di affacciarsi al giorno del suo meglio
Quando si avvicinò a noi cautamente
Un prete domandando
Se dell’anziano signore morente
Fossi parente o amico e come e quanto
Chiedeva sommessa licenza
Di ministrare a Lui l’Estrema Unzione
Chino sul letto Gli parlai: c’è il prete
Che ti vuole dare una benedizione
Esiguo raggio alla notturna noia
Prossima l’alba era o latente
Pensai che è una assai bella cerimonia
Pur se del Nulla uno è credente
Più non ricordo se dai piedi cominciasse
O dalla fronte che labile schermo
E a corrotti pensieri
O dalle mani del diletto infermo
A posarsi il crisma che i sensi
Confortando purifica — occhi e udito
Olfatto tatto e gusto — voi eletti
Luoghi all’errore onde il corpo è sortito
Intanto fu il suo respiro più lieve
Un velo il volto e bianco più che la neve
Fortezza (44)
E certe notti un pensiero:
Non sanno non sanno che tu
Resisti infinito infinita
Pazienza del cuor-di-gesù:
Mio tra crescermi e dormienza?
Pulviscolo d’onnipresenza?
Non nato imprendibile spacco?
Tra esserci ancora e mai più:
Di crinale in crinale
Estranei regni a un minimo volare
Bruciare alla speranza
Breve lume, nuda stanza
Steso davanti alla sua tomba—sì
Tepore della pioggia e nessuno
Che gli venisse alla mente
Venirmi a cercare là:
Requie eterna tornare a dormirti insieme
Via di salvezza ma a chi e quale dove
lo fructus ventris tui io che di te
Unicamente persisto
Frate Tommaso
II
Lasciàtimi stare!
Lasciàtimi!
Dieci cavalli bianchi
Per l’anima immortale!
Bello se a far gran bene
Si troverà il mentire
Benché quelli infierendo
A torchiarvi — e voi là
Inchiodato al giaciglio dei tormenti.
Ma un ridere, un ridere, sì mi ricordo
Dieci cavalli bianchi rispondendo:
O voi distorte braccia e ligamenti
Straziati òmeri e cosce
Legni taglienti
Da ERESIA DELLA SERA
Guerra
Il giorno prima che deve arrivare
La guerra prima di questa
Ai bordi d’una lieve foresta
Sul monte da cui si scorge il mare
Chiedono a lui se mai avverrà
Rispettabile uomo di malaffare’-—
Non si vorranno suicidare
È la risposta che dà
Intende Francia e Inghilterra
L’America pensa a sé
La Polonia di un certo Beck
Non mette il conto d’una guerra
Perché lo sanno anche i bambini
Il duce avanza e non arretra?
La Germania ha l’arma segreta
Nessuno passa i suoi confini
Nera vista e camicia nera
Ma intanto che lo ascoltiamo
Già scritto è il libro che leggiamo
Nel poi di un dopo che non era
Ha dita gialle e fuma sicuro
Del luogo somma autorità
E il muro al quale finirà
Gli cresce alle spalle futuro
Il giorno prima che deve scoppiare
La bomba prima di questa
Ai bordi d’una vana tempesta
Sul monte da cui sì scorge il mare
I. 1 Minne — mia binarietà
Minne — mia binarietà
E mio affondante errore:
La vita pagar con la vita
Per amore morir d’amore —
Bifida remigando dalla chiostra
La lingua dolcissima vostra
Fumo e solfo d’inverno è sommo bene
Nostra disperazione la speranza
Midons — come a Padova
Immobile incessante va-e-viene
Su vana sfera la pazza Incostanza —
Essenzialmente per non darvi dolore
Essenzialmente
Io vi davo dolore
IL. 10
Se sono o se non sono
II. 10 Se sono o se non sono
Io non conosco più — voi lo saprete
Se questa non finita
A inseguirvi inseguirmi fu la vita:
Però come d’infanti
Poche migliaia di ore
A contendersi un troppo ingordo amore —
E se alle labbra miei sospiri estremi
Già adesso non tergete
Ultime mie vilissime monete:
Fu nostra parte il nero della stiva
Ansimando su e giù
Alla galera al remo alla deriva:
Aber du —