Giovanni Giudici

Giovanni Giudici

Alla beatrice

Beatrice sui tuoi seni io ci sto alla finestra
arrampicato su una scala di corda
affacciato dal fuori in posizione precaria
dentro i tuoi occhi celeste vetro
dentro i tuoi vizi capitali
dentro i tuoi tremori e mali

Beatrice sui tuoi seni io ci sto a spiare
ciò che fanno seduti intorno a un tavolo
i tuoi pensieri su sedie di paglia
ospiti appena arrivati o sul punto di partire
raccolti sotto la lampada gialla
uno che ride uno che ascolta e uno che parla

Beatrice dai tuoi seni io guardo dentro la casa
dalla notte esteriore superstite luce
nella selva selvaggia che a te conduce
dalla padella alla brace
estrema escursione termica che mi resta
più fuoco per me tua minestra

Beatrice – costruttrice
della mia beatitudine infelice

Beatrice dai tuoi seni io vengo a esplorare com’è
la stanza dove abitare
se convenienti vi siano i servizi
e sufficiente l’ordine prima di entrare
se il letto sia di giusta misura
per l’amore secondo natura.

Beatrice dunque di essi non devi andare superba
più che dell’erba il prato su cui ci sdraiamo
potrebbero essere stracci non ostentarli
per tesori da schiudere a viste meravigliate
i tuoi semplici beni di utilità strumentale
mi servono da davanzale

Beatrice – dal verbo beare
nome comune singolare
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Poesie

34

Pola

Nell’anno ’33 sul palco del varietà
Una riunione di velocità
Mai vista —
Con l’annunciato neo-campione della pista

Uno di nome Polia dai colori iridati
Con altri eroi sepolto
Nei sogni inappagati —
Però io che m’ingegno di capire

Come si fa
In bicicletta un traguardo inseguire
Dentro una scena stretta
Che mezza pedalata è già finita

In un lampo più presto che dire oh
Va a sbattere — come la vita!
Eh no — fanciulli
Quelli vanno su rulli!

Ogni giro che fa la ruota
Un suo contrario annulla e svuota
Corrono e stanno fermi
Corrono eterni...

Fra essi c’era allora
Rideva in sella al ciclo
Sui manifesti uno di nome Pola
Mai più sentito

Postino

Si chiamasse pure Luis
Dobermann — non ne farei
Un maestro di sbranatori
Un assassino

Se pensi a quante miglia
Nel suo servizio di postino
Tutto solo doveva tutti 1 giorni
Farsi a piedi in deserti non-sentieri

A scanso di brutti incontri inventarsi
Quella specie di cane
Vivo mai visto da tenersi vicino
Fu il più semplice dei pensieri

Preliminare di accordo

Tuttavia un minimo d’impostura è necessario – mi disse.
La verità non coincide con la saggezza.
Stanno contro il disordine alcune regole del gioco.
Sii grato al rituale. La verità ti divora.

Hai ragione – si aspettava che rispondessi.
Recitiamola pure la farsa del ragionevole.
Anch’io ripeterò che tutto non si può avere
pronto a morire purché non crolli il letto dove muoio.

Ma anche per me era l’ultima occasione che restava.
E prima di sottoscrivere solo chiedevo se in cambio
dell’accettare quel molto di finzione che diceva
un minimo di verità sarebbe stato compatibile.

Ritratto (1)

Spinosa nella breve
Stretta cucina mentre
S’adopera a fornelli e pattumiera
I nudi anni ben scritti
In faccia e un po’ spazientendo
Con l’altra verde virgulto
Nella usuale loquela

Ma in vaga lingua strana invece a lui
Rivolta ove un vibrare di cicala
Annuncia qualcuno là
Per le scale alla porta con quanta
Notizia che sia pure fugaci ore
Ha un uomo in casa vai tu gli comanda
Apri

Riunione

In un dormiveglia sul fare
Dell’alba ne fui visitato
Da molti luoghi dell’esistenza riuniti
Come per l’occasione di un funerale

Erano giunti nei pastrani demodé
E in testa 1] cappello della festa
Giovani quasi ancora in gamba benché
Da un tempo antico conosciuti

Parlavano italiano come me
Anche quelli di Buffalo e di Praga
Ciascuno custodiva il suo piccolo vizio
Nel portafoglio fresco di paga

E ognuno noto agli altri che mai l’avrei sospettato
Per tanti confini affluiti
A scambiarsi notizie del lavoro e dei figli
Cresciuto nel frattempo e spariti
Uno maestro d’ascia uno poeta
Uno fu professore uno operaio
Uno era stato un prete stipati in questa stanza
Uno era il mondo intero il mio bisnonno marinaio

Ben lieto d’incontrarli e tuttavia perplesso
Che nel guardarli senza suono conversare
Quale bisogno c‘era mi domandavo
Quel congresso da giudizio universale

Volevano portarmi alla partita a Torino —
Dài vieni facci contenti
Dei familiari comuni adempimenti
Complimentandosi fra sé e con me

Insistevano — i tuoi li hai portati lontano
E che potevo permettermi quel minimo sforzo
E torneremo in treno domenica sera a Milano
E un altro vivere avrà inizio

Volevo dirgli che non ho più speranza
Però non faceva una grinza la loro bio-logica
Che in quella s’interruppe mentre mi addormentavo
Cercando la scappatoia teologica

Da SALUTZ

Senza titolo

Perché con occhi chiusi?
Perché con bocca che non parla?

Voglio guardarti, voglio nominarti.
Voglio fissarti e toccarti:

Mio sentirmi che ti parlo,
Mio vedermi che ti vedo.

Dirti – sei questa cosa hai questo nome.
Al canto che tace non credo.

Così in me ti distruggo.
Non sarò, tu sarai:

Ti inseguo e ti sfuggo,
Bella vita che te ne vai.

Sola speranza oh lieve

Sola speranza oh lieve
che di noi fa la vita trasmutarsi
Senza sole disfarsi come neve
Viltà tepore fuoco di cui arsi

Storia

Ho avuto sì una storia — quel tale del treno
Mais sans jouir e una volta soltanto
E sul sofà — nemmeno
Proprio nudi benché l’atto fu quello —
Macché giovane e bello: basso, grasso
Pieno di boria tra il furbo e lo scemo
Quando racconta che ha molto vissuto

Però era stato gentile una sera di neve
Io tutta lieve e te lontano un abisso
Da tanti pianti che mi avevi fatto fare —
Volevo cancellare le mie pene
Volerti non troppo bene:
Anche se intanto tu eri tornato esemplare
Mio solo tutto amore al mio servizio

Ma il ricordo mordeva come un vizio
Quando è successo a marzo una mattina
Alle cinque nel buio graffiata da uno squillo:
Ti piacerebbe un giretto d’oblìo?
Non dirmi cosa avresti risposto tu
Perché a rispondere c’ero io —
Alles Gute, mi vesto e sono giù

Sul trespolo

Zac – e con uno sciancato saltello
si issa sul trespolo dal quale sulle prime
per gioco dando a vedere che è un gioco
mima l’indefinito bipede fratello.

Volatile tra da cortile (per l’odore
e la palpebra grinzosa che ambirebbe
chiudersi da sotto in su)
e notturno – ma imbelle ma non rapace.

Ma di ciò vedremo – per adesso
siamo sul trespolo dove umanamente
scorriamo come su una tastiera le unghiette
tentiamo note di ilarità.

L’odore verrà col cibo col sonno e oltre.
E tuttavia sul trespolo ci recitiamo
maestri della parte che fingiamo.
Di noi sarà corpo e morte.

Issati anche tu se non vuoi perire di demenza.
Assumi dallo sterco la squama.
Impiastrìcciati addosso le piumette del piumino.
Ci sono stecchi e pidocchi per quanti trespoli vuoi.

Rattrappisci nella tua pancia
le zampette, rilassa culo e dorso,
da’ un morso all’aria che lo scambino per sbadiglio
e non si tengano offesi quelli che guardi passare.

Il muso di bulldog del segretario generale.
Il muso atlantico. Il muso spaziale.
Il musetto volpino del più cretino.
Al muro dell’amore e del dolore.

Infossa il corto collo
a protezione del mento contro il montante eventuale.
Giù gli occhi – ma non ciechi completamente.
Deridi il buffo animale.

Sul trespolo eravamo uno.
Sul trespolo eravamo due.
Sul trespolo allocchiti e sepolti.
Eravamo molti.

Tanto giovane

«Tanto giovane e tanto puttana»:
ciài la nomina e forse non è
colpa tua – è la maglia di lana
nera e stretta che sparla di te.

E la bocca ride agra:
ma come ti morde il cuore
sa chi t’ha vista magra
farti le trecce per fare l’amore.

Libri

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