Il più godibile
Giovane o vecchio se uno strappato via
Dal mondo addosso ne conservi umori
Colori amori schegge in unghie conficcate
A parapetti di naufragio — o sia
La vita invece che da noi fuggita
Una parola si porti appresso per dire
Quale tra il non più esservi e ancora
Starvi sarà il più godibile
IV. 2 La vita è inevitabile
La vita è inevitabile — Midons
Pozzo vortice imbuto
Oltrepassante minimo minuto
Strappa spacca il capello
Che a voi m’impiglia e tiene
Stretto di qua dal Bene al vostro vello:
Per scamparvi in ginocchio a voi servire
Non fu più accorta via
Che gloria mai sarà l’esser non vile
Per universa d’altri fellonia:
Secche foglie mi dà
Di faticate noci —
Sgranocchio un mucchietto di croci
Per tanta sedulità
IV 3
Vi amai sì per paura
IV. 3 Vi amai sì per paura
Di maleficio e sciagura :
Un popolo di cani
Fu il mio — trasfigurato
Alla mia trista spoglia in vostre mani:
Da voi tenni blandizie avaro nido
Reo di me stesso sempre castigato
Però diverso asilo avendo infido —
A ubbidire creato
A darvi guida e scorta
Io che balzavo al vostro secco grido
Vivo di voi sognata in sogno morta:
Come colui che fedelmente crede
Nella più falsa fede
La liberazione dell’uomo
Bisognava vederlo. Cos’era
Una giornata di lavoro per lui?
Niente—avreste detto allo spettacolo
Di quando tornava a casa, contento
Come una pasqua, fresco come un fringuello,!
Un grillo che saltava
Di stanza in stanza «dove sei» squittendo?
«O mia adorata».
E ilare al ritrovarla «cucù»
Lanciava il suo gridolino
E poi subito all’opera «buona tu adesso»
Esordiva rivolto alla pigra befana?
Tutto il giorno a fumacchiare sdraiata
A far parole crociate o solitari di carte.
Aveva l’arte di non vederla un orrore
Ma anzi le sette beltà, la grazia.
Per prima la cucina—oh il lustro
Che gli dava quell’uomo a quelle piastrelle
Alle pentole ai piatti alle maniglie,
Faceva tutto come nuovo ogni sera.
E altrettanto la sala lo stanzino
Il casto nido coniugale dove
A lei diceva con dolcezza «passa
Cara in poltrona intanto che faccio il letto».
Poi d’un balzo ai fornelli—e in un battibaleno
Che intingoli a quella golosa apprestava:
Salse bearnesi, vol-au-vent, supreme
Squisitezze di caccia e pesca, brodini
Di tartaruga, pasticci di funghi
A ogni stagione, ananassi.
Miracoli di economia —sempre meno
Spendendo del gramo peculio.
Mai che si chiedesse lei «come fa»,
Tutto accettava per dovuto battendo
Talvolta imperiosa la posata?
Per una crème-bràlée troppo calda o un raviolo
Dalla minima crepa. Ed egli pazientissimo
Si scusava «hai ragione, che sciocco».
Poi l’assisteva in toilette
E la metteva a nanna sprimacciando il cuscino.
Davvero «che stronzo»’’ avreste detto
E tanto più sapendo quanto sgobbava in ditta’
Sotto il sopruso dei capi
E dei compagni la perenne irrisione:’
Così per molti anni
Finché la beneamata morì per occlusione."
Ma nessuno ha saputo mai più
Di che libertà fosse il prezzo la sua servitù.
From IL RISTORANTE DEI MORTI
Le cose, le spine
Era un passaggio e invece era una trappola – là
dove un vano breve nel quadrato
dentro un altro strettissimo quadrato mi portò
appena un metro più oltre di nuovo sbarrato
e subito sentii le punte contro il costato.
Altro filo spinato e spine vere
viventi al quasi buio enormi schegge di canne.
Era una forma così messa in pianta:
col quadrato minore dente esterno al perimetro.
Io vi ero finito per meglio vedere
l’amico che mi faceva segno di lassù
dalla sua casa al numero civico otto
della strada in collina
dove: qui è altro mondo – tu avevi sussurrato.
E adesso quelle punte contro il costato
per il momento soltanto ammonitrici.
Ancora una mossa – quasi a dire – e ti buchiamo.
Ma egli dall’adiacente giardino superiore
ancora a farmi segno – così e così
scansale non avere paura – e io a non capire
invocando istruzioni per districarmi.
A una a una accuratamente le afferrai
scostandole dal costato graffiato
e lui sempre cortese che sorrideva
ammiccando – lo vedi com’è semplice
puoi salire – ma incontro non mi scendeva.
Avrei poi saputo che aveva in casa la madre
sul punto di finire.
Transito fu un corridoio di vera tenebra
ma libero da spine brancolando per il prato
e scale a una porta appena schiusa.
Ah non ero da lui ne fui subito certo.
Ma ormai non potevo desistere dall’errore.
Già ero nella cucina già mi avevano aperto
foschi due tipi là dentro non l’amico.
Uno dei quali con occhio da falconiere
o il falco stesso stretto e sterminato
di profilo homo avis intento a guardare il paese
da sporchi vetri di finestra – alberi
che si direbbero nani di lassù
ricciuti e grigi su altre avernali colline.
Senza voltarsi – tu
cosa vieni lontano dal tuo mondo – domandò.
Che lingua parli da dove arrivi
nella tomba in cui siamo vivi.
Gli dissi la mia città
di mare presso la quale sono nato.
E volevo mostrargli i segni sul costato
di tutte le spine che avevo superato.
Ma con odio definitivo egli gridò:
vattene – è solo nostro il nostro morire.
D’un minimo sguardo sempre senza degnarmi.
Al privilegio di miseria e di tragedia
per puro equivoco mi ero affacciato.
Le cose non avevano altre parole da dire.
Né da darmi consigli né orecchi per ascoltarmi.
Luna
Bella luna di penombra
Quando voltata alla finestra
Tendi la tenda che nasconda
Un batticuore di foresta
Nella città dove la ruota
Sul gran prato gira e gioca
Bianco pane pace di perla
Nella penombra senza velo
Che una linea dritta e ferma
Spicca nel duplice emisfero
Dove scherzava suggerita
Quasi una forma della vita
Mi chiedi cosa vuol dire
Mi chiedi cosa vuol dire
la parola alienazione:
da quando nasci è morire
per vivere in un padrone
che ti vende—è consegnare
ciò che porti——forza, amore,
odio intero—per trovare
sesso, vino, crepacuore.
Vuol dire fuori di te
già essere mentre credi
in te abitare perché
ti scalza il vento a cui cedi.
Puoi resistere, ma un giorno
è un secolo a consumarti:
ciò che dài non fa ritorno
al te stesso da cui parte.
È un’altra vita aspettare,
ma un altro tempo non c’è:
il tempo che sei scompare,
ciò che resta non sei te.
From IL MALE DEI CREDITORI
Nella taverna venerdì
Nella taverna venerdì sera boati
Di birra e scomposte risa e poi cori di silenzio
Partiti dalla sobria lettura del proclama
Sulla patria divisa
Di lei caducamente già bambina
In lei che morde stretto e si disama —
Stessa crudezza di lacrime
Nel sonno di tarda mattina
Paese cimmèrio
Di domande m’interrogo alle quali
Manca risposta:
Uno al mondo non v’è
Luogo che in una danza di ore non possa
Raggiungersi —
Dove sei paese cimmèrio?
Pensavamo le tue miti nebbie
Allora che ti descrissero
In riva al gran fiume senza terre
Se non te, di quel Nulla
Abitanti che mai nessuno sguardo -
Abbarbicati all’esistere
Poesie per una voce
I
II
Dice: ti cullo il bambino perché
anch’io sono un bambino – ma è assurdo.
Non può avere la voce uno che non è qui
né braccia né potrei volendo cullarlo a mia volta.
Pure il bambino vero tace se resto in ascolto
della sua finta voce nella mia finta pace.
Pure gli posso far dire ogni parola che voglio:
mio amore quanto errore e dolore ci divide
quanto futuro senza futuro si spalanca.
Vuole mettere ordine vuole che mi riposi.
Gli posso far pensare ogni pensiero che voglio:
lei pensa che io penso – mi penserà.
Pensami nella mia camera ingombra del mio niente.
Pensami nel mio niente carico di tutto.
Di me diranno che ho visioni che sono magra.
Di me diranno abbia cura della salute.
Ma tace il bambino vero se resto in ascolto.
Tace se resto in ascolto il tic-tac dell’orologio.
Mi ha detto non avere paura non è quello il tempo vero
non guardare non toccare le vene sulle tue mani.