La liberazione dell’uomo

Bisognava vederlo. Cos’era
Una giornata di lavoro per lui?
Niente—avreste detto allo spettacolo
Di quando tornava a casa, contento
Come una pasqua, fresco come un fringuello,!
Un grillo che saltava
Di stanza in stanza «dove sei» squittendo?
«O mia adorata».

E ilare al ritrovarla «cucù»
Lanciava il suo gridolino
E poi subito all’opera «buona tu adesso»
Esordiva rivolto alla pigra befana?
Tutto il giorno a fumacchiare sdraiata
A far parole crociate o solitari di carte.
Aveva l’arte di non vederla un orrore
Ma anzi le sette beltà, la grazia.

Per prima la cucina—oh il lustro
Che gli dava quell’uomo a quelle piastrelle
Alle pentole ai piatti alle maniglie,
Faceva tutto come nuovo ogni sera.
E altrettanto la sala lo stanzino
Il casto nido coniugale dove
A lei diceva con dolcezza «passa
Cara in poltrona intanto che faccio il letto».

Poi d’un balzo ai fornelli—e in un battibaleno
Che intingoli a quella golosa apprestava:
Salse bearnesi, vol-au-vent, supreme
Squisitezze di caccia e pesca, brodini
Di tartaruga, pasticci di funghi
A ogni stagione, ananassi.
Miracoli di economia —sempre meno
Spendendo del gramo peculio.

Mai che si chiedesse lei «come fa»,
Tutto accettava per dovuto battendo
Talvolta imperiosa la posata?
Per una crème-bràlée troppo calda o un raviolo
Dalla minima crepa. Ed egli pazientissimo
Si scusava «hai ragione, che sciocco».
Poi l’assisteva in toilette
E la metteva a nanna sprimacciando il cuscino.
Davvero «che stronzo»’’ avreste detto
E tanto più sapendo quanto sgobbava in ditta’
Sotto il sopruso dei capi
E dei compagni la perenne irrisione:’
Così per molti anni
Finché la beneamata morì per occlusione."
Ma nessuno ha saputo mai più
Di che libertà fosse il prezzo la sua servitù.

From IL RISTORANTE DEI MORTI
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