Poesie di questo tema
Casa e focolare
Aldo Palazzeschi
Rio Bo
Tre casettine
dai tetti aguzzi,
un verde praticello,
un esiguo ruscello: Rio Bo,
un vigile cipresso.
Microscopico paese, è vero,
paese da nulla, ma però...
c’è sempre disopra una stella,
una grande, magnifica stella,
che a un dipresso...
occhieggia con la punta del cipresso
di Rio Bo.
Una stella innamorata?
Chi sa
se nemmeno ce l’ha
una grande città.
dai tetti aguzzi,
un verde praticello,
un esiguo ruscello: Rio Bo,
un vigile cipresso.
Microscopico paese, è vero,
paese da nulla, ma però...
c’è sempre disopra una stella,
una grande, magnifica stella,
che a un dipresso...
occhieggia con la punta del cipresso
di Rio Bo.
Una stella innamorata?
Chi sa
se nemmeno ce l’ha
una grande città.
Alfonso Gatto
Paesetto di riviera
La sera amorosa
ha raccolto le logge
per farle salpare,
le case tranquille
* sognanti la rosa
* vaghezza dei poggi
discendono al mare
in isole, in ville,
accanto alle chiese.
ha raccolto le logge
per farle salpare,
le case tranquille
* sognanti la rosa
* vaghezza dei poggi
discendono al mare
in isole, in ville,
accanto alle chiese.
Attilio Bertolucci
At home
Il sole lentamente si sposta
sulla nostra vita, sulla paziente
storia dei giorni che un mite
calore accende, d’affetti e di memorie.
A quest’ora meridiana
lo spaniel invecchia sul mattone
tiepido, il tuo cappello di paglia
s’allontana nell’ombra della casa.
sulla nostra vita, sulla paziente
storia dei giorni che un mite
calore accende, d’affetti e di memorie.
A quest’ora meridiana
lo spaniel invecchia sul mattone
tiepido, il tuo cappello di paglia
s’allontana nell’ombra della casa.
Attilio Bertolucci
Idilli domestici
I
Questo è il dolce inverno di qui
che porta fumo tra le gaggìe, vecchi vagabondi
giù dall’Appennino per la strada che va in città,
un così allegro silenzio intorno.
Sole o nebbia, non importa, la dolce sera
vede fanciulli in mesti giochi gridare
sul cielo occidentale, sia cenere o oro,
tardi, tardi, sino alle luci che si accendono.
II
Così intimamente la giornata comincia
nel grigio autunno, così lenta passa
la mattina di là dai vetri tersi
ove la luce tarda s’assopisce.
È questo argenteo silenzio il declinare
dell’anno, la nostra vita
variano appena le dolorose feste del cuore,
le memorie che migrano come nuvole.
Questo è il dolce inverno di qui
che porta fumo tra le gaggìe, vecchi vagabondi
giù dall’Appennino per la strada che va in città,
un così allegro silenzio intorno.
Sole o nebbia, non importa, la dolce sera
vede fanciulli in mesti giochi gridare
sul cielo occidentale, sia cenere o oro,
tardi, tardi, sino alle luci che si accendono.
II
Così intimamente la giornata comincia
nel grigio autunno, così lenta passa
la mattina di là dai vetri tersi
ove la luce tarda s’assopisce.
È questo argenteo silenzio il declinare
dell’anno, la nostra vita
variano appena le dolorose feste del cuore,
le memorie che migrano come nuvole.
Attilio Bertolucci
Lettera da casa (inviando dei versi a giorgio bassani)
inviando dei versi a Giorgio Bassani
Qui è l’estate,
una sera dopo l’altra si aprono
le finestre per dare aria alle stanze,
allora riflettono gli specchi una campagna
che il cucù intermittente di lontano,
chi sa dove, immalinconisce.
Un alto carro di fieno si presenta
traballante, esce portandosi un ragazzo
perso nel raggio obliquo del tramonto
fra trofei verdi che già dolcemente
si piegano avvizziti. (Addio, addio,
uscito dallo specchio dove vai?
Oh, vicino, se si ode il tuo ’
parlottare indistinto, ma lontano
come se le nostre spoglie ormai
giacessero presso quelle che sono
chiuse nel muro sbiadito).
Ora parla invisibile con uomini
che scaricano il carro nel fienile
e finito il lavoro lo isseranno
a quel rosone di mattoni tiepidi
che guarda verso la città distesa
in una vertigine di pianura aperta
nella sera.
tornando a casa
È caro il tempo dell’anno quando
più dolci nubi il cielo del mattino
attraversano, e il passo di chi parte
trova foglie più fitte nel sentiero
che s’allontana.
S’’apre la strada su ville gentili
di fumo azzurro e giocondo granturco
nella pace del sole meridiano
che l’iride saluta con un lieto
ringraziamento.
Così il celeste ottobre in silenzio
trascorre, così accende nelle siepi
devastate e soavi ultime bacche,
aspre more che Febo declinante
più non matura.
Ma se viene la sera, se il cielo
impallidisce fra distanti torri
nella luna che sorge, le gaggìe
si fanno incontro umide di pianto
ad abbracciarti.
a uno storno
Così dolce la sera, così calma
che il nero storno sul tetto raccoglie
l’ultima luce del giorno nel becco,
noi già presi nel buio delle foglie.
Oh, dove è più, dove l’ombra accesa
fra le efelidi brune sotto il bianco
cappelluccio di tela, la sospesa
siesta di questi borghi nel meriggio?
Già il giorno (e la stagione) declina
in un raggio perduto ormai per noi
nell’erba fredda, nella terra bassa.
Tu sul tetto trattienlo fin che puoi,
felice storno, alto sulla casa.
Qui è l’estate,
una sera dopo l’altra si aprono
le finestre per dare aria alle stanze,
allora riflettono gli specchi una campagna
che il cucù intermittente di lontano,
chi sa dove, immalinconisce.
Un alto carro di fieno si presenta
traballante, esce portandosi un ragazzo
perso nel raggio obliquo del tramonto
fra trofei verdi che già dolcemente
si piegano avvizziti. (Addio, addio,
uscito dallo specchio dove vai?
Oh, vicino, se si ode il tuo ’
parlottare indistinto, ma lontano
come se le nostre spoglie ormai
giacessero presso quelle che sono
chiuse nel muro sbiadito).
Ora parla invisibile con uomini
che scaricano il carro nel fienile
e finito il lavoro lo isseranno
a quel rosone di mattoni tiepidi
che guarda verso la città distesa
in una vertigine di pianura aperta
nella sera.
tornando a casa
È caro il tempo dell’anno quando
più dolci nubi il cielo del mattino
attraversano, e il passo di chi parte
trova foglie più fitte nel sentiero
che s’allontana.
S’’apre la strada su ville gentili
di fumo azzurro e giocondo granturco
nella pace del sole meridiano
che l’iride saluta con un lieto
ringraziamento.
Così il celeste ottobre in silenzio
trascorre, così accende nelle siepi
devastate e soavi ultime bacche,
aspre more che Febo declinante
più non matura.
Ma se viene la sera, se il cielo
impallidisce fra distanti torri
nella luna che sorge, le gaggìe
si fanno incontro umide di pianto
ad abbracciarti.
a uno storno
Così dolce la sera, così calma
che il nero storno sul tetto raccoglie
l’ultima luce del giorno nel becco,
noi già presi nel buio delle foglie.
Oh, dove è più, dove l’ombra accesa
fra le efelidi brune sotto il bianco
cappelluccio di tela, la sospesa
siesta di questi borghi nel meriggio?
Già il giorno (e la stagione) declina
in un raggio perduto ormai per noi
nell’erba fredda, nella terra bassa.
Tu sul tetto trattienlo fin che puoi,
felice storno, alto sulla casa.
Attilio Bertolucci
Verso le sorgenti del cinghio
Volevamo risalire alle sorgenti del Cinghio
il giorno era d’aprile ventoso e celeste
folate ci portavano via sbiancando i salici bassi
già dietro di noi perduti perduta la casa
5 dove s’erano dimenticati di noi fuggitivi
esploratori muniti di cibo e coltellini multipli
per una lunga assenza forse per un distacco
non per me che partecipavo all’impresa
da inviato senza la volontà liberatoria
degli altri senza la loro strenua fiducia
mentre attraversavamo proprietà sconosciute
seguendo l’incantagione sinuosa del Cinghio
‘
avvicinandosi all’occhio lo scenario azzurro
delle colline rumoreggiando più e più
il Cinghio amato. Ma il tempo
era passato per me che sentivo
acuta la perdita della casa e di chi
forse si era ricordato di noi
soffrendo come soffrivo io del distacco
°° così che con l’astuzia persuasiva del poeta
li convinsi anime pure e schiette
volte al giusto di una fantastica impresa
a desistere a volgersi — compagnia
di soldati sconfitti — verso il quotidiano
? il famigliare quanto io più desideravo
a
e che già si svelava intonacato di luce.
il giorno era d’aprile ventoso e celeste
folate ci portavano via sbiancando i salici bassi
già dietro di noi perduti perduta la casa
5 dove s’erano dimenticati di noi fuggitivi
esploratori muniti di cibo e coltellini multipli
per una lunga assenza forse per un distacco
non per me che partecipavo all’impresa
da inviato senza la volontà liberatoria
degli altri senza la loro strenua fiducia
mentre attraversavamo proprietà sconosciute
seguendo l’incantagione sinuosa del Cinghio
‘
avvicinandosi all’occhio lo scenario azzurro
delle colline rumoreggiando più e più
il Cinghio amato. Ma il tempo
era passato per me che sentivo
acuta la perdita della casa e di chi
forse si era ricordato di noi
soffrendo come soffrivo io del distacco
°° così che con l’astuzia persuasiva del poeta
li convinsi anime pure e schiette
volte al giusto di una fantastica impresa
a desistere a volgersi — compagnia
di soldati sconfitti — verso il quotidiano
? il famigliare quanto io più desideravo
a
e che già si svelava intonacato di luce.
Camillo Sbarbaro
Scarsa lingua di terra che orla il mare
Scarsa lingua di terra che orla il mare,
chiude la schiena arida dei monti;
scavata da improvvisi fiumi; morsa
dal sale come anello d’ancoraggio;
percossa dalla fersa; combattuta
dai venti che ti recano dal largo
l’alghe e le procellarie
– ara di pietra sei, tra cielo e mare
levata, dove brucia la canicola
aromi di selvagge erbe.
Liguria,
l’immagine di te sempre nel cuore,
mia terra, porterò, come chi parte
il rozzo scapolare che gli appese
lagrimando la madre.
Ovunque fui
nelle contrade grasse dove l’erba
simula il mare; nelle dolci terre
dove si sfa di tenerezza il cielo
su gli attoniti occhi dei canali
e van femmine molli bilanciando
secchi d’oro sull’omero – dovunque,
mi trapassò di gioia il tuo pensato
aspetto.
Quanto ti camminai ragazzo! Ad ogni
svolto che mi scopriva nuova terra,
in me balzava il cuore di Caboto
il dì che dal malcerto legno scorse
sul mare pieno di meraviglioso
nascere il Capo.
Bocconi mi buttai sui tuoi fonti,
con l’anima e i ginocchi proni, a bere.
Comunicai di te con la farina
della spiga che ti inazzurra i colli,
dimenata e stampata sulla madia,
condita dall’olivo lento, fatta
sapida dal basilico che cresce
nella tegghia e profuma le tue case.
Nei porti delle tue città cercai,
nei fungai delle tue case, l’amore,
nelle fessure dei tuoi vichi.
Bevvi
alla frasca ove sosta il carrettiere,
nella cantina mucida, dal gotto
massiccio, nel cristallo
tolto dalla credenza, il tuo vin aspro
– per mangiare di te, bere di te,
mescolare alla tua vita la mia
caduca.
Marchio d’amore nella carne, varia
come il tuo cielo ebbi da te l’anima,
Liguria, che hai d’inverno
cieli teneri come a primavera.
Brilla tra i fili della pioggia il sole,
bella che ridi
e d’improvviso in lagrime ti sciogli.
Da pause di tepido ingannate,
s’aprono violette frettolose
sulle prode che non profumeranno.
Le petraie ventose dei tuoi monti,
l’ossame dei tuoi greti;
il tuo mare se vi trascina il sole
lo strascico che abbaglia o vi saltella
una manciata fredda di zecchini
le notti che si chiamano le barche;
i tuoi docili clivi, tocchi d’ombra
dall’oliveto pallido, canizie
benedicente a questa atroce terra:
– aspri o soavi, effimeri od eterni,
sei tu, terra, e il tuo mare, i soli volti
che s’affacciano al mio cuore deserto.
Io pagano al tuo nume sacrerei,
Liguria, se campassi della rete,
rosse triglie nell’alga boccheggianti;
la spalliera di limoni al sole,
avessi l’orto; il testo di garofani,
non altro avessi:
beni che tu doni ti offrirei.
L’ultimo remo, vecchio marinaio
t’appenderei.
Ché non giovano, a dir di te, parole:
il grido del gabbiano nella schiuma
la collera del mare sugli scogli
è il solo canto che s’accorda a te.
Fossi al tuo sole zolla che germoglia
il filuzzo dell’erba. Fossi pino
abbrancato al tuo tufo, cui nel crine
passa la mano ruvida aquilone.
Grappolo mi cocessi sui tuoi sassi.
chiude la schiena arida dei monti;
scavata da improvvisi fiumi; morsa
dal sale come anello d’ancoraggio;
percossa dalla fersa; combattuta
dai venti che ti recano dal largo
l’alghe e le procellarie
– ara di pietra sei, tra cielo e mare
levata, dove brucia la canicola
aromi di selvagge erbe.
Liguria,
l’immagine di te sempre nel cuore,
mia terra, porterò, come chi parte
il rozzo scapolare che gli appese
lagrimando la madre.
Ovunque fui
nelle contrade grasse dove l’erba
simula il mare; nelle dolci terre
dove si sfa di tenerezza il cielo
su gli attoniti occhi dei canali
e van femmine molli bilanciando
secchi d’oro sull’omero – dovunque,
mi trapassò di gioia il tuo pensato
aspetto.
Quanto ti camminai ragazzo! Ad ogni
svolto che mi scopriva nuova terra,
in me balzava il cuore di Caboto
il dì che dal malcerto legno scorse
sul mare pieno di meraviglioso
nascere il Capo.
Bocconi mi buttai sui tuoi fonti,
con l’anima e i ginocchi proni, a bere.
Comunicai di te con la farina
della spiga che ti inazzurra i colli,
dimenata e stampata sulla madia,
condita dall’olivo lento, fatta
sapida dal basilico che cresce
nella tegghia e profuma le tue case.
Nei porti delle tue città cercai,
nei fungai delle tue case, l’amore,
nelle fessure dei tuoi vichi.
Bevvi
alla frasca ove sosta il carrettiere,
nella cantina mucida, dal gotto
massiccio, nel cristallo
tolto dalla credenza, il tuo vin aspro
– per mangiare di te, bere di te,
mescolare alla tua vita la mia
caduca.
Marchio d’amore nella carne, varia
come il tuo cielo ebbi da te l’anima,
Liguria, che hai d’inverno
cieli teneri come a primavera.
Brilla tra i fili della pioggia il sole,
bella che ridi
e d’improvviso in lagrime ti sciogli.
Da pause di tepido ingannate,
s’aprono violette frettolose
sulle prode che non profumeranno.
Le petraie ventose dei tuoi monti,
l’ossame dei tuoi greti;
il tuo mare se vi trascina il sole
lo strascico che abbaglia o vi saltella
una manciata fredda di zecchini
le notti che si chiamano le barche;
i tuoi docili clivi, tocchi d’ombra
dall’oliveto pallido, canizie
benedicente a questa atroce terra:
– aspri o soavi, effimeri od eterni,
sei tu, terra, e il tuo mare, i soli volti
che s’affacciano al mio cuore deserto.
Io pagano al tuo nume sacrerei,
Liguria, se campassi della rete,
rosse triglie nell’alga boccheggianti;
la spalliera di limoni al sole,
avessi l’orto; il testo di garofani,
non altro avessi:
beni che tu doni ti offrirei.
L’ultimo remo, vecchio marinaio
t’appenderei.
Ché non giovano, a dir di te, parole:
il grido del gabbiano nella schiuma
la collera del mare sugli scogli
è il solo canto che s’accorda a te.
Fossi al tuo sole zolla che germoglia
il filuzzo dell’erba. Fossi pino
abbrancato al tuo tufo, cui nel crine
passa la mano ruvida aquilone.
Grappolo mi cocessi sui tuoi sassi.
Corrado Govoni
– Ne la corte – Tre stracci ad asciugare
– Ne la corte – Tre stracci ad asciugare
sul muricciuolo accanto il rosmarino.
Una scala seduta. Un alveare
vedovo, su cui giuoca il mio micino.
Un orciuolo che à sete sul pozzale
di marmo scanalato da le funi.
Dei cocci gialli. Un vaso vuoto. Un fiale
che à vomitato. Dei fogliami bruni.
– Su le finestre – Un pettine sdentato
con due capelli come dei pistilli.
Un astuccio per cipria. Uno sventrato
guancialino di seta per gli spilli.
Una scatola di belletto. Un guanto
mencio. Un grande garofano appassito.
Una cicca. Una pagina in un canto
piegata, da chissà mai quale dito!
– Per l’aria – La docile campana
d’un convento di suore di clausura.
Una lunga monotonia di zana.
Un gallo. Una leggera incrinatura
di vento. Due rosse ventarole
cifrate. Delle nubi bianche. Un treno.
Un odore acutissimo di viole.
Un odore acutissimo di fieno.
sul muricciuolo accanto il rosmarino.
Una scala seduta. Un alveare
vedovo, su cui giuoca il mio micino.
Un orciuolo che à sete sul pozzale
di marmo scanalato da le funi.
Dei cocci gialli. Un vaso vuoto. Un fiale
che à vomitato. Dei fogliami bruni.
– Su le finestre – Un pettine sdentato
con due capelli come dei pistilli.
Un astuccio per cipria. Uno sventrato
guancialino di seta per gli spilli.
Una scatola di belletto. Un guanto
mencio. Un grande garofano appassito.
Una cicca. Una pagina in un canto
piegata, da chissà mai quale dito!
– Per l’aria – La docile campana
d’un convento di suore di clausura.
Una lunga monotonia di zana.
Un gallo. Una leggera incrinatura
di vento. Due rosse ventarole
cifrate. Delle nubi bianche. Un treno.
Un odore acutissimo di viole.
Un odore acutissimo di fieno.
Corrado Govoni
Crepuscolo ferrarese
Il mao si stira sopra il davanzale
sbadigliando nel vetro lagrimale.
Nella muscosa pentola d’argilla
il geranio rinfresca i fiori lilla.
La tenda della camera sciorina
le sue rose di fine mussolina.
I ritratti che sanno tante storie
son disposti a ventaglio di memorie.
Nella bonaccia della psiche ornata
il lume sembra una nave affondata.
Sul tetto d’una prossima chiesuola
sopra una pertica una ventarola
agita l’ali come un uccelletto
che in un laccio pei piedi sia stretto.
Altissimi, per l’aria, dai bastioni,
capriolano? fantastici aquiloni.
Le rondini bisbigliano nel nido.
Un grillo dentro l’orto fa il suo strido.
Il cielo chiude nella rete d’oro
la terra come un insetto canoro.
Dentro lo specchio, tra giallastre spume
ritorna a galla il polipo del lume.
La tristezza s’appoggia a una spalliera
mentre le chiese cullano la sera.
From GLI ABORTI
sbadigliando nel vetro lagrimale.
Nella muscosa pentola d’argilla
il geranio rinfresca i fiori lilla.
La tenda della camera sciorina
le sue rose di fine mussolina.
I ritratti che sanno tante storie
son disposti a ventaglio di memorie.
Nella bonaccia della psiche ornata
il lume sembra una nave affondata.
Sul tetto d’una prossima chiesuola
sopra una pertica una ventarola
agita l’ali come un uccelletto
che in un laccio pei piedi sia stretto.
Altissimi, per l’aria, dai bastioni,
capriolano? fantastici aquiloni.
Le rondini bisbigliano nel nido.
Un grillo dentro l’orto fa il suo strido.
Il cielo chiude nella rete d’oro
la terra come un insetto canoro.
Dentro lo specchio, tra giallastre spume
ritorna a galla il polipo del lume.
La tristezza s’appoggia a una spalliera
mentre le chiese cullano la sera.
From GLI ABORTI
Corrado Govoni
I tetti
Dolci pendii dei tetti!
Rosei taluni come dei guanciali
su cui le diafane nubi
abbiano impresse le tenere gote;
altri sanguigni come torchi
di tramonti e d’aurore,
come ceppi per le serali
decapitazioni del sole;
altri nerastri come letti
della funebre notte;
altri madreperlacei come
se la chiocciola della luna
v’abbia lasciata la sua scìa luminosa.
Vecchie vele tignose
conciate dal sole e dall’intemperie,
in secca in un canale senza uscita,
valanghe immobili di neve nell’inverno,
lividi sgocciolatoi
del pianto tedioso
della pioggia autunnale,
logori asciugatoi
dei crepuscoli violetti.
Con le loro ventarole di latta,
con i loro galletti inverniciati
che montano la guardia giorno e notte
con le indorate baionette
inastate dei parafulmini,
coi loro bianchi e grigi campanili
che sbucan qua e là sottili,
paracarri di mistici confini:
incombono i bigi tetti.
Una verde speranza d’edera
s’ostina su una gronda;
un glicine dispone lungo un muro
la sua solitaria uva gioconda.
Alla sera, sui tegoli rossi,
a due a due come suore,
fanno la loro scalza passeggiata
le colombe, soffuse di pallore;
mentre sopra i leggii degli abbaini
i gatti scorticano l’acrobatica
musica delle stelle
con i loro epilettici violini.
Rosei taluni come dei guanciali
su cui le diafane nubi
abbiano impresse le tenere gote;
altri sanguigni come torchi
di tramonti e d’aurore,
come ceppi per le serali
decapitazioni del sole;
altri nerastri come letti
della funebre notte;
altri madreperlacei come
se la chiocciola della luna
v’abbia lasciata la sua scìa luminosa.
Vecchie vele tignose
conciate dal sole e dall’intemperie,
in secca in un canale senza uscita,
valanghe immobili di neve nell’inverno,
lividi sgocciolatoi
del pianto tedioso
della pioggia autunnale,
logori asciugatoi
dei crepuscoli violetti.
Con le loro ventarole di latta,
con i loro galletti inverniciati
che montano la guardia giorno e notte
con le indorate baionette
inastate dei parafulmini,
coi loro bianchi e grigi campanili
che sbucan qua e là sottili,
paracarri di mistici confini:
incombono i bigi tetti.
Una verde speranza d’edera
s’ostina su una gronda;
un glicine dispone lungo un muro
la sua solitaria uva gioconda.
Alla sera, sui tegoli rossi,
a due a due come suore,
fanno la loro scalza passeggiata
le colombe, soffuse di pallore;
mentre sopra i leggii degli abbaini
i gatti scorticano l’acrobatica
musica delle stelle
con i loro epilettici violini.
Corrado Govoni
Le cose che fanno la domenica
L’odore caldo del pane che si cuoce dentro il forno.
Il canto del gallo nel pollaio.
Il gorgheggio dei canarini alle finestre.
L’urto dei secchi contro il pozzo e il cigolìo della puleggia.
La biancheria distesa nel prato.
Il sole sulle soglie.
La tovaglia nuova nella tavola.
Gli specchi nelle camere.
I fiori nei bicchieri.
Il girovago che fa piangere la sua armonica.
Il grido dello spazzacamino.
L’elemosina.
La neve.
Il canale gelato.
Il suono delle campane.
Le donne vestite di nero.
Le comunicanti.
Il suono bianco e nero del pianoforte.
Le suore bianche bendate come ferite.
I preti neri.
I ricoverati grigi.
L’azzurro del cielo sereno.
Le passeggiate degli amanti.
Le passeggiate dei malati.
Lo stormire degli alberi.
I gatti bianchi contro i vetri.
Il prillare delle rosse ventarole.
Lo sbattere delle finestre e delle porte.
Le bucce d’oro degli aranci sul selciato.
I bambini che giuocano nei viali al cerchio.
Le fontane aperte nei giardini.
Gli aquiloni librati sulle case.
I soldati che fanno la manovra azzurra.
I cavalli che scalpitano sulle pietre.
Le fanciulle che vendono le viole.
Il pavone che apre la ruota sopra la scalèa rossa.
Le colombe che tubano sul tetto.
I mandorli fioriti nel convento.
Gli oleandri rosei nei vestiboli.
Le tendine bianche che si muovono al vento.
Il canto del gallo nel pollaio.
Il gorgheggio dei canarini alle finestre.
L’urto dei secchi contro il pozzo e il cigolìo della puleggia.
La biancheria distesa nel prato.
Il sole sulle soglie.
La tovaglia nuova nella tavola.
Gli specchi nelle camere.
I fiori nei bicchieri.
Il girovago che fa piangere la sua armonica.
Il grido dello spazzacamino.
L’elemosina.
La neve.
Il canale gelato.
Il suono delle campane.
Le donne vestite di nero.
Le comunicanti.
Il suono bianco e nero del pianoforte.
Le suore bianche bendate come ferite.
I preti neri.
I ricoverati grigi.
L’azzurro del cielo sereno.
Le passeggiate degli amanti.
Le passeggiate dei malati.
Lo stormire degli alberi.
I gatti bianchi contro i vetri.
Il prillare delle rosse ventarole.
Lo sbattere delle finestre e delle porte.
Le bucce d’oro degli aranci sul selciato.
I bambini che giuocano nei viali al cerchio.
Le fontane aperte nei giardini.
Gli aquiloni librati sulle case.
I soldati che fanno la manovra azzurra.
I cavalli che scalpitano sulle pietre.
Le fanciulle che vendono le viole.
Il pavone che apre la ruota sopra la scalèa rossa.
Le colombe che tubano sul tetto.
I mandorli fioriti nel convento.
Gli oleandri rosei nei vestiboli.
Le tendine bianche che si muovono al vento.
Franco Cavallo
La nascita del principe
II
Io mi sto in villa; e poi
che seguirno quelli miei ultimi casi,
non sono stato,
ad accozzarli tutti,
venti dì a Firenze.
IV
io mi lievo la mattina con el sole,
e vommene in un mio bosco
che io fo tagliare,
dove sto dua ore a rivedere
l’opere del giorno passato
et a passar tempo
con quegli tagliatori,
che hanno sempre qualche sciagura
alle mane
o fra loro
O CO’ vicini.
XI
Venuto la sera,
mi ritorno in casa
et entro nel mio scrittoio;
et in su l’uscio
mi spoglio quella veste cotidiana,
piena di fango
e di loto,
e mi metto panni reali
e curiali;
e rivestito condecentemente,
entro nelle antique corti
delli antiqui uomini,
dove, da loro ricevuto amorevol-
mente, mi pasco di quel cibo,
che solum è mio,
e che io nacqui per lui.
Io mi sto in villa; e poi
che seguirno quelli miei ultimi casi,
non sono stato,
ad accozzarli tutti,
venti dì a Firenze.
IV
io mi lievo la mattina con el sole,
e vommene in un mio bosco
che io fo tagliare,
dove sto dua ore a rivedere
l’opere del giorno passato
et a passar tempo
con quegli tagliatori,
che hanno sempre qualche sciagura
alle mane
o fra loro
O CO’ vicini.
XI
Venuto la sera,
mi ritorno in casa
et entro nel mio scrittoio;
et in su l’uscio
mi spoglio quella veste cotidiana,
piena di fango
e di loto,
e mi metto panni reali
e curiali;
e rivestito condecentemente,
entro nelle antique corti
delli antiqui uomini,
dove, da loro ricevuto amorevol-
mente, mi pasco di quel cibo,
che solum è mio,
e che io nacqui per lui.
Giovanni Della Casa
Dal Capitolo del forno
Ch’inforna dovverebbe stare ignudo:
benché vestito anche infornar si possa,
e per una infornata anch’io non sudo.
La pala poi vuol esser corta e grossa,
dice la gente ignorante; ma io
non trovo che ragion se l’abbi mossa.
E bench’io dica or contra ’l fatto mio,
perché, Soranzo, a non vi dir bugia,
la pala mia non è gran lavorio,
io credo che bisogni ch’ella sia
grande, e profonda, e grossa, e larga, e lunga,
e s’altro nome ha la geometria.
Perch’io veggio il fornaio,
che si prolunga per accostarla del forno alle mura,
e Dio vogli anco poi, ch’ella v’aggiunga.
Ma sopra tutto ella vuol esser dura,
e chi l’adopra gagliardo di schiena,
che la sappi tener ritta, e sicura.
benché vestito anche infornar si possa,
e per una infornata anch’io non sudo.
La pala poi vuol esser corta e grossa,
dice la gente ignorante; ma io
non trovo che ragion se l’abbi mossa.
E bench’io dica or contra ’l fatto mio,
perché, Soranzo, a non vi dir bugia,
la pala mia non è gran lavorio,
io credo che bisogni ch’ella sia
grande, e profonda, e grossa, e larga, e lunga,
e s’altro nome ha la geometria.
Perch’io veggio il fornaio,
che si prolunga per accostarla del forno alle mura,
e Dio vogli anco poi, ch’ella v’aggiunga.
Ma sopra tutto ella vuol esser dura,
e chi l’adopra gagliardo di schiena,
che la sappi tener ritta, e sicura.
Giovanni Giudici
La liberazione dell’uomo
Bisognava vederlo. Cos’era
Una giornata di lavoro per lui?
Niente—avreste detto allo spettacolo
Di quando tornava a casa, contento
Come una pasqua, fresco come un fringuello,!
Un grillo che saltava
Di stanza in stanza «dove sei» squittendo?
«O mia adorata».
E ilare al ritrovarla «cucù»
Lanciava il suo gridolino
E poi subito all’opera «buona tu adesso»
Esordiva rivolto alla pigra befana?
Tutto il giorno a fumacchiare sdraiata
A far parole crociate o solitari di carte.
Aveva l’arte di non vederla un orrore
Ma anzi le sette beltà, la grazia.
Per prima la cucina—oh il lustro
Che gli dava quell’uomo a quelle piastrelle
Alle pentole ai piatti alle maniglie,
Faceva tutto come nuovo ogni sera.
E altrettanto la sala lo stanzino
Il casto nido coniugale dove
A lei diceva con dolcezza «passa
Cara in poltrona intanto che faccio il letto».
Poi d’un balzo ai fornelli—e in un battibaleno
Che intingoli a quella golosa apprestava:
Salse bearnesi, vol-au-vent, supreme
Squisitezze di caccia e pesca, brodini
Di tartaruga, pasticci di funghi
A ogni stagione, ananassi.
Miracoli di economia —sempre meno
Spendendo del gramo peculio.
Mai che si chiedesse lei «come fa»,
Tutto accettava per dovuto battendo
Talvolta imperiosa la posata?
Per una crème-bràlée troppo calda o un raviolo
Dalla minima crepa. Ed egli pazientissimo
Si scusava «hai ragione, che sciocco».
Poi l’assisteva in toilette
E la metteva a nanna sprimacciando il cuscino.
Davvero «che stronzo»’’ avreste detto
E tanto più sapendo quanto sgobbava in ditta’
Sotto il sopruso dei capi
E dei compagni la perenne irrisione:’
Così per molti anni
Finché la beneamata morì per occlusione."
Ma nessuno ha saputo mai più
Di che libertà fosse il prezzo la sua servitù.
From IL RISTORANTE DEI MORTI
Una giornata di lavoro per lui?
Niente—avreste detto allo spettacolo
Di quando tornava a casa, contento
Come una pasqua, fresco come un fringuello,!
Un grillo che saltava
Di stanza in stanza «dove sei» squittendo?
«O mia adorata».
E ilare al ritrovarla «cucù»
Lanciava il suo gridolino
E poi subito all’opera «buona tu adesso»
Esordiva rivolto alla pigra befana?
Tutto il giorno a fumacchiare sdraiata
A far parole crociate o solitari di carte.
Aveva l’arte di non vederla un orrore
Ma anzi le sette beltà, la grazia.
Per prima la cucina—oh il lustro
Che gli dava quell’uomo a quelle piastrelle
Alle pentole ai piatti alle maniglie,
Faceva tutto come nuovo ogni sera.
E altrettanto la sala lo stanzino
Il casto nido coniugale dove
A lei diceva con dolcezza «passa
Cara in poltrona intanto che faccio il letto».
Poi d’un balzo ai fornelli—e in un battibaleno
Che intingoli a quella golosa apprestava:
Salse bearnesi, vol-au-vent, supreme
Squisitezze di caccia e pesca, brodini
Di tartaruga, pasticci di funghi
A ogni stagione, ananassi.
Miracoli di economia —sempre meno
Spendendo del gramo peculio.
Mai che si chiedesse lei «come fa»,
Tutto accettava per dovuto battendo
Talvolta imperiosa la posata?
Per una crème-bràlée troppo calda o un raviolo
Dalla minima crepa. Ed egli pazientissimo
Si scusava «hai ragione, che sciocco».
Poi l’assisteva in toilette
E la metteva a nanna sprimacciando il cuscino.
Davvero «che stronzo»’’ avreste detto
E tanto più sapendo quanto sgobbava in ditta’
Sotto il sopruso dei capi
E dei compagni la perenne irrisione:’
Così per molti anni
Finché la beneamata morì per occlusione."
Ma nessuno ha saputo mai più
Di che libertà fosse il prezzo la sua servitù.
From IL RISTORANTE DEI MORTI
Giovanni Giudici
Ritratto (1)
Spinosa nella breve
Stretta cucina mentre
S’adopera a fornelli e pattumiera
I nudi anni ben scritti
In faccia e un po’ spazientendo
Con l’altra verde virgulto
Nella usuale loquela
Ma in vaga lingua strana invece a lui
Rivolta ove un vibrare di cicala
Annuncia qualcuno là
Per le scale alla porta con quanta
Notizia che sia pure fugaci ore
Ha un uomo in casa vai tu gli comanda
Apri
Stretta cucina mentre
S’adopera a fornelli e pattumiera
I nudi anni ben scritti
In faccia e un po’ spazientendo
Con l’altra verde virgulto
Nella usuale loquela
Ma in vaga lingua strana invece a lui
Rivolta ove un vibrare di cicala
Annuncia qualcuno là
Per le scale alla porta con quanta
Notizia che sia pure fugaci ore
Ha un uomo in casa vai tu gli comanda
Apri
Giovanni Raboni
La casa di campagna dove
La casa di campagna dove leggere
George Eliot o E. M. Forster fino all’ora
della cenere e poi quando s’infervora
il silenzio delle siepi contendere
ori carte e primiera ai non ancora
scomparsi, è questa ormai l’unica immagine
che riesco a farmi della gioia in bilico
sulla frana del sonno. Ma la ignora
poco dopo, svegliandosi, la mente
infantilmente avida di luce
e rituffarsi impavida nell’orrida
dolcezza del presente: così incespica
un piede nell’altro, così si scuce
il rammendo invisibile del niente.
George Eliot o E. M. Forster fino all’ora
della cenere e poi quando s’infervora
il silenzio delle siepi contendere
ori carte e primiera ai non ancora
scomparsi, è questa ormai l’unica immagine
che riesco a farmi della gioia in bilico
sulla frana del sonno. Ma la ignora
poco dopo, svegliandosi, la mente
infantilmente avida di luce
e rituffarsi impavida nell’orrida
dolcezza del presente: così incespica
un piede nell’altro, così si scuce
il rammendo invisibile del niente.
Giuseppe Ungaretti
Natale
Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade
Ho tanta
stanchezza
sulle spalle
Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata
Qui
non si sente
altro
che il caldo buono
Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade
Ho tanta
stanchezza
sulle spalle
Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata
Qui
non si sente
altro
che il caldo buono
Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare
Jacopone da Todi
Povertade ennamorata
Povertade ennamorata,
grande è la tua signoria.
Mia è Francia ed Inghilterra,
enfra mare aio gran terra;
sì la tengo en mia bailia.
Mia è la terra de Sassogna,
Mm
mia è la terra de Vascogna,
mia è la terra de Borgogna
con tutta la Normannia.
Mio è ’l renno Teotonicoro
mio è lo renno Boémioro,
Ibernia e Daziotro,
Scozia e Fresonia.
Mia è la terra de Toscana,
mia è la valle Spoletana,
mia è la marca Anconitana
con tutta la Schiavonia.
Mia è la terra Cicigliana,
Calavria e Puglia piana,
Campagna e terra Romana
con tutto el pian de Lombardia.
Mia è Sardenna e regno Cipri,
Corseca e quel de Criti,
de là da mar gente enfinite,
che non saccio là ’ve stia.
Medi, Persi ed Elamiti,
Tacomini e Nestotiti,
Turgiani, Etiopiti,
India e Barbaria.
a li vassalli a coltivanno:
li frutti dono en anno en anno,
tant’è la mia cortesia.
Terra, erbe con lor coluri,
arbori, frutti con saputri,
bestie, mie serveturi,
tutti en mia bevolcaria.
Acque, fiumi, lachi e mare,
pescetelli en lor notate,
aere, venti, occei volare,
tutti me fo giollaria.
Luna, sole, cielo e stelle
fra i mie tesauri non so’ covelle:
de sopre al ciel si sto quelle
che tengon la mia melodia.
Puoi che Deo ha lo mio velle,
possessor d’onnechevelle,
le mie ale ho tante penne,
de terra en ciel non m’è via.
Poi ’l mio volere a Dio è dato,
possessore d’onne stato,
en loro amore eo trasformato;
ennamorata cottesia.
grande è la tua signoria.
Mia è Francia ed Inghilterra,
enfra mare aio gran terra;
sì la tengo en mia bailia.
Mia è la terra de Sassogna,
Mm
mia è la terra de Vascogna,
mia è la terra de Borgogna
con tutta la Normannia.
Mio è ’l renno Teotonicoro
mio è lo renno Boémioro,
Ibernia e Daziotro,
Scozia e Fresonia.
Mia è la terra de Toscana,
mia è la valle Spoletana,
mia è la marca Anconitana
con tutta la Schiavonia.
Mia è la terra Cicigliana,
Calavria e Puglia piana,
Campagna e terra Romana
con tutto el pian de Lombardia.
Mia è Sardenna e regno Cipri,
Corseca e quel de Criti,
de là da mar gente enfinite,
che non saccio là ’ve stia.
Medi, Persi ed Elamiti,
Tacomini e Nestotiti,
Turgiani, Etiopiti,
India e Barbaria.
a li vassalli a coltivanno:
li frutti dono en anno en anno,
tant’è la mia cortesia.
Terra, erbe con lor coluri,
arbori, frutti con saputri,
bestie, mie serveturi,
tutti en mia bevolcaria.
Acque, fiumi, lachi e mare,
pescetelli en lor notate,
aere, venti, occei volare,
tutti me fo giollaria.
Luna, sole, cielo e stelle
fra i mie tesauri non so’ covelle:
de sopre al ciel si sto quelle
che tengon la mia melodia.
Puoi che Deo ha lo mio velle,
possessor d’onnechevelle,
le mie ale ho tante penne,
de terra en ciel non m’è via.
Poi ’l mio volere a Dio è dato,
possessore d’onne stato,
en loro amore eo trasformato;
ennamorata cottesia.
Leonardo Sinisgalli
Paese
Noi percorremmo tutto il paese nell’ora
che tornano gli asini col carico di legna
dalle cime profumate della Serra.
Raspavano le orecchie pelose contro le grezze
muraglie delle case, e tinniva, attaccata al collo,
la campanella della capretta che il vecchio
trascina al buio come un cane. Qualcuno
ci disse buona notte seduto davanti alla porta.
Le strade sono così strette e gli arredi
stanno così addossati alle soglie che noi
sentimmo friggere, al nascere della luna,
i peperoni calati nell’olio.
Tu eri molto colpita dal colore delle montagne.
“Forse sono state sotto il mare per millenni.”
‘“Quaggiù anche i sassi sembrano vizzi,
anche le foglie hanno qualcosa di frusto.”
Uscivano dagli usci le donne coi tizzi accesi.
‘Nei nostri paesi il sole cade a precipizio,
la notte è gia nei rintocchi della campagna di mezzogiorno.”
I cavalli tossivano di ritorno dall’abbeverata,
i cani s’infilavano tra le porte:
noi eravamo soli a pestare la cenere dell’aria.
“Pare che tutta la gente a quest’ora
torni a dormire sottoterra e poi risusciti
ogni giorno alla vita.” La strada era senza
rumori, come di cenci, scolorita.
Da una casa serrata il caprone della tribù
starnutiva dentro il letto di Margherita.
“Entriamo in casa dei nonni dove mia zia
e mio zio hanno sempre una buona cosa
conservata per me.” Ci sediamo in cucina e guardiamo
l’incantevole famiglia delle chiavi appese al muro:
la piccola chiave dell’orto, la chiave gigantesca
della cantina che ha più di cent’anni. “Mio nonno
sapeva col fischio delle chiavi quietare
il pianto dei nipoti.’ Ecco la chiave argentea
della conigliera, e le lucerne, i lumi, i lucignoli.
Ingranditi sui muri guardo i profili
dei miei parenti e le immense ombre
delle mosche che strisciano come topi sulle pareti.
‘“Cosima Diesbach, mia nonna, aveva girato il mondo.
I miei avi hanno forse conosciuto l’Atlantide.”
Domenico passa di sera a chiudere le chiese,
a sprangare il cancello dei morti.
‘“Raccontavano a noi ragazzi
ch’egli parlava con la civetta, sui tetti, lassù.
Ha le orecchie mangiate, il campanaro,
ha il sonno duro. Per vestire i defunti
(non c’è nessuno più abile di lui)
bisognava chiamarlo lunghe ore
nel cuore della notte e fischiare forte
nelle chiavi.” Domenico è lì che strofina
uno zolfanello ai pantaloni, fuma la pipa
assorto sulla ripa del valico
dove una lontana sera vidi poggiare
la bara del Cristo morto, alla ringhiera.
Giù nella valle Crescenzio aizza la mula
zoppa. “lo ho buttato le redini sulla groppa.”
che tornano gli asini col carico di legna
dalle cime profumate della Serra.
Raspavano le orecchie pelose contro le grezze
muraglie delle case, e tinniva, attaccata al collo,
la campanella della capretta che il vecchio
trascina al buio come un cane. Qualcuno
ci disse buona notte seduto davanti alla porta.
Le strade sono così strette e gli arredi
stanno così addossati alle soglie che noi
sentimmo friggere, al nascere della luna,
i peperoni calati nell’olio.
Tu eri molto colpita dal colore delle montagne.
“Forse sono state sotto il mare per millenni.”
‘“Quaggiù anche i sassi sembrano vizzi,
anche le foglie hanno qualcosa di frusto.”
Uscivano dagli usci le donne coi tizzi accesi.
‘Nei nostri paesi il sole cade a precipizio,
la notte è gia nei rintocchi della campagna di mezzogiorno.”
I cavalli tossivano di ritorno dall’abbeverata,
i cani s’infilavano tra le porte:
noi eravamo soli a pestare la cenere dell’aria.
“Pare che tutta la gente a quest’ora
torni a dormire sottoterra e poi risusciti
ogni giorno alla vita.” La strada era senza
rumori, come di cenci, scolorita.
Da una casa serrata il caprone della tribù
starnutiva dentro il letto di Margherita.
“Entriamo in casa dei nonni dove mia zia
e mio zio hanno sempre una buona cosa
conservata per me.” Ci sediamo in cucina e guardiamo
l’incantevole famiglia delle chiavi appese al muro:
la piccola chiave dell’orto, la chiave gigantesca
della cantina che ha più di cent’anni. “Mio nonno
sapeva col fischio delle chiavi quietare
il pianto dei nipoti.’ Ecco la chiave argentea
della conigliera, e le lucerne, i lumi, i lucignoli.
Ingranditi sui muri guardo i profili
dei miei parenti e le immense ombre
delle mosche che strisciano come topi sulle pareti.
‘“Cosima Diesbach, mia nonna, aveva girato il mondo.
I miei avi hanno forse conosciuto l’Atlantide.”
Domenico passa di sera a chiudere le chiese,
a sprangare il cancello dei morti.
‘“Raccontavano a noi ragazzi
ch’egli parlava con la civetta, sui tetti, lassù.
Ha le orecchie mangiate, il campanaro,
ha il sonno duro. Per vestire i defunti
(non c’è nessuno più abile di lui)
bisognava chiamarlo lunghe ore
nel cuore della notte e fischiare forte
nelle chiavi.” Domenico è lì che strofina
uno zolfanello ai pantaloni, fuma la pipa
assorto sulla ripa del valico
dove una lontana sera vidi poggiare
la bara del Cristo morto, alla ringhiera.
Giù nella valle Crescenzio aizza la mula
zoppa. “lo ho buttato le redini sulla groppa.”
Luciano Erba
Il formaggio
Sarà bene parlando di un mio modo
di abitare nel mondo del presente
(un sistema spaziale dove scambio
forma e corpo con quanto mi sta attorno
con le cose alle quali vado incontro
per vivere in loro e loro in me)
sarà bene riveli che tal modo
di stare vicino al quotidiano
mi fu chiaro ab initio una mattina
avevo fame era tempo di guerra
da parte a parte guardavo nei buchi
di una fetta sottile di formaggio
così assorto mi sentivo rapito
ed ero un po’ di qua un po’ di là.
di abitare nel mondo del presente
(un sistema spaziale dove scambio
forma e corpo con quanto mi sta attorno
con le cose alle quali vado incontro
per vivere in loro e loro in me)
sarà bene riveli che tal modo
di stare vicino al quotidiano
mi fu chiaro ab initio una mattina
avevo fame era tempo di guerra
da parte a parte guardavo nei buchi
di una fetta sottile di formaggio
così assorto mi sentivo rapito
ed ero un po’ di qua un po’ di là.
Luciano Erba
Terra e mare
Goletta, gentilissimo legno, svelto
prodigio se il cuore
sapesse veleggiare come sai
tra gli azzurri arcipelaghi!
ma tornerò alla casa sulla rada
verso le sei, quando la Lenormant
avanza una poltrona sul terrazzo
e si accinge ai lavori di ricamo
per le mense d’altare.
Navigazione blu, estivi giorni
sere dietro una tenda a larghe maglie
come una rete! bottiglie
vascelli tra rocchi di conchiglie
e la lettura di Giordano Bruno
nel salotto di giunco, nominatim
De la Causa Principio e Uno!
From IL NASTRO DI MOEBIUS
prodigio se il cuore
sapesse veleggiare come sai
tra gli azzurri arcipelaghi!
ma tornerò alla casa sulla rada
verso le sei, quando la Lenormant
avanza una poltrona sul terrazzo
e si accinge ai lavori di ricamo
per le mense d’altare.
Navigazione blu, estivi giorni
sere dietro una tenda a larghe maglie
come una rete! bottiglie
vascelli tra rocchi di conchiglie
e la lettura di Giordano Bruno
nel salotto di giunco, nominatim
De la Causa Principio e Uno!
From IL NASTRO DI MOEBIUS
Maurizio Cucchi
Al Cairo
*
Le case degli operai
avevano i cortili a sassi
che davano in altri cortili.
Penso al foppone della peste,
osservo il giallo della Polveriera
e ti aspetto qui fuori,
al Cairo, tra le bisce del portone.
*
E siano per sempre benedetti
i nostri cuori senza nome.
Guardo le ossa a croce della Schola
gratto le carte dell’Ornato fabbriche
fiutando un muso di padrone,
le sue pareti di polvere.
E c’era una nonnina bogianen,
le righe nere un ghigno e il cappellino,
forse venuta dalla Portascia delle uova
a un passo dai giardini dei pavoni.
Lei conosceva lo stradone di Loreto,
il pullulare e l’umido, le scale
e la stanzetta di mia madre
la mia finestra di bambino.
*
L’uomo della Bovisa non poteva immaginare
che il suo avvenire, così presto,
sarebbe diventato preistoria.
Torna e rimugina quei nomi: la Società Smeriglio,
l’Officina del Gas e scopre come un monumento
la torre di mattoni altissima,
dove dentro gli operai si arrampicavano.
In un oblio forse sognante, quei diroccamenti
e le navate al sole o nella palta,
gli immensi alberi strani contro il cielo, nelle refezioni,
gli insegnano la muta dignità delle rovine.
*
La casa dei lavandai
offre con calma il suo trapasso,
scivola e gronda alla Martesana,
vicino agli orti luridi,
alle strutture afone e a un bambino
che si incammina quieto nella melma.
Il viaggiatore torna curioso sui suoi passi,
tra i padiglioni che fluttuano ingabbiati,
obliqui, semisommersi dalle alghe.
Pensa a una tinozza di piume e di calore,
tira su il bavero e riflette
su queste transizioni.
Le case degli operai
avevano i cortili a sassi
che davano in altri cortili.
Penso al foppone della peste,
osservo il giallo della Polveriera
e ti aspetto qui fuori,
al Cairo, tra le bisce del portone.
*
E siano per sempre benedetti
i nostri cuori senza nome.
Guardo le ossa a croce della Schola
gratto le carte dell’Ornato fabbriche
fiutando un muso di padrone,
le sue pareti di polvere.
E c’era una nonnina bogianen,
le righe nere un ghigno e il cappellino,
forse venuta dalla Portascia delle uova
a un passo dai giardini dei pavoni.
Lei conosceva lo stradone di Loreto,
il pullulare e l’umido, le scale
e la stanzetta di mia madre
la mia finestra di bambino.
*
L’uomo della Bovisa non poteva immaginare
che il suo avvenire, così presto,
sarebbe diventato preistoria.
Torna e rimugina quei nomi: la Società Smeriglio,
l’Officina del Gas e scopre come un monumento
la torre di mattoni altissima,
dove dentro gli operai si arrampicavano.
In un oblio forse sognante, quei diroccamenti
e le navate al sole o nella palta,
gli immensi alberi strani contro il cielo, nelle refezioni,
gli insegnano la muta dignità delle rovine.
*
La casa dei lavandai
offre con calma il suo trapasso,
scivola e gronda alla Martesana,
vicino agli orti luridi,
alle strutture afone e a un bambino
che si incammina quieto nella melma.
Il viaggiatore torna curioso sui suoi passi,
tra i padiglioni che fluttuano ingabbiati,
obliqui, semisommersi dalle alghe.
Pensa a una tinozza di piume e di calore,
tira su il bavero e riflette
su queste transizioni.
Maurizio Cucchi
Poesia della fonte
Ho fatto il percorso
Ho fatto il percorso della salute
e ho contemplato l’isola militare.
Poi mi sono acquattato
tra queste piante basse e la terra.
Potevo chiedere aiuto e il droghiere
mi avrebbe fatto un sorriso di miele.
Sono già speculare al fondo
immobile di silenzio e radici
fino a spezzarlo, a rasparlo,
a baciarlo, il midollo.
Io ti raggiungo
e tutta questa gente nuda
sorpassa la casa
e il campo dei suicidi
La casa al mare
Non sono più nella mia casa,
ma in questa sede ariosa che mi concede tutto.
La sua tranquilla geometria
dà ingresso al chiaro dei corpi
umidi e leggeri sul terrazzo.
Ascolto da qui le voci della piazza,
osservo come un lago il mare che si apre
nel bosco e se c’è vento
una domestica campagna di cicale
che a mezzogiorno protegge 1 nostri passi.
Dipinta di azzurro e di bianco
la Brise Marine raccoglie gente che non ha
questi giardini riflessi negli occhi,
né le tracce feriali di una pigra incuria.
Mi affaccio distante per vedere
quei musi di pesce e la vernice
azzurra e viola che cola sulla pelle
di chi non sosta quando il tempo
non ha più direzione:
nella pianura totale, deserta,
e nel confine a taglio che si annebbia.
Ho fatto il percorso della salute
e ho contemplato l’isola militare.
Poi mi sono acquattato
tra queste piante basse e la terra.
Potevo chiedere aiuto e il droghiere
mi avrebbe fatto un sorriso di miele.
Sono già speculare al fondo
immobile di silenzio e radici
fino a spezzarlo, a rasparlo,
a baciarlo, il midollo.
Io ti raggiungo
e tutta questa gente nuda
sorpassa la casa
e il campo dei suicidi
La casa al mare
Non sono più nella mia casa,
ma in questa sede ariosa che mi concede tutto.
La sua tranquilla geometria
dà ingresso al chiaro dei corpi
umidi e leggeri sul terrazzo.
Ascolto da qui le voci della piazza,
osservo come un lago il mare che si apre
nel bosco e se c’è vento
una domestica campagna di cicale
che a mezzogiorno protegge 1 nostri passi.
Dipinta di azzurro e di bianco
la Brise Marine raccoglie gente che non ha
questi giardini riflessi negli occhi,
né le tracce feriali di una pigra incuria.
Mi affaccio distante per vedere
quei musi di pesce e la vernice
azzurra e viola che cola sulla pelle
di chi non sosta quando il tempo
non ha più direzione:
nella pianura totale, deserta,
e nel confine a taglio che si annebbia.
Michele Sovente
Quell’inverno
Quell’inverno del Cinquantasei
tanta fu la neve che nessuno
per giorni interi uscì di casa.
Presenza assoluta la neve
che ogni altra cosa annullava.
Fra le domestiche mura
il freddo sempre più andava
crescendo. Scarseggiava
il carbone. Quel poco che ogni
famiglia aveva ben presto
cenere si fece. L’unica
carbonaia del paese fu presa
d’assalto. D’un soffio le scorte
finirono. Cadeva la neve
cadeva. I corpi in silenzio
intirizzirono. Nei sogni soltanto
contro la morte
i carboni scintillavano.
tanta fu la neve che nessuno
per giorni interi uscì di casa.
Presenza assoluta la neve
che ogni altra cosa annullava.
Fra le domestiche mura
il freddo sempre più andava
crescendo. Scarseggiava
il carbone. Quel poco che ogni
famiglia aveva ben presto
cenere si fece. L’unica
carbonaia del paese fu presa
d’assalto. D’un soffio le scorte
finirono. Cadeva la neve
cadeva. I corpi in silenzio
intirizzirono. Nei sogni soltanto
contro la morte
i carboni scintillavano.
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