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Poesie di questo tema

Casa e focolare

Piero Jahier

Piero Jahier

Mi hanno prestato una villa

I
Mi hanno prestato una villa – garantita padronale
cancello cifrato – giardino pensile – mascherone sboccato –
– vomita acqueterna nottegiorno –
e dev’essere rinfrescante sentirla chioccolare
non ora
piramidale magnolia di rito
tutta foglie verniciate a fuoco
e dev’esser carezzante sentirla scartocciare in ventilazione
non ora
zampillo regolabile a volontà – in vasca centrale –
e dev’esser letificante vederlo spicciare e arcobalenare
e spolverizzare sugli scolli di belle figliole
non ora
Ora è inverno crudo, ma mi hanno prestato una villa
garantita padronale – con cappella e altare –
e il suo broletto di lecci neri a tramontano
dove il rosignolo infrascato saetta acuti
e clarineggia negli orecchi di un Sileno incrostato
non ora
con annessi poderi ragguagliati in misura
millanta «braccia a panno fiorentine»
e in bontà millanta barili di olio topazio extra, prima premuta
e millanta vino rubino extra-superiore
e contadino accogliente: «Buonasera, Signoria»
come se fosse mia.
Ma ora è inverno crudo:
funerale di cipressi sulla strada privata
singhiozzo rugginoso della banderuola sulla torre merlata
basso cielo rissoso, erbuccia stenta arricciolata
sole interessoso, vasca gelata.
Ora è crudo inverno
– stanzoni troppo ariosi – cassettoni casamenti
sette volte sette scale da montare.
Mi hanno prestato una villa
con diritto incontrastato
di farci le cose belle che non ci si possono fare
goderci le cose belle che non ci si posson godere!
E nondimeno sia grazie al Signore
di aver vietato la villa ai ricchi in questa stagione.
Debbono fare i signori; e noi poveri a sorvegliare
che non facciano miseriate:
alle nostre mani digiune
un tozzo di villa lo debbon pure lasciare.

II
Mi hanno prestato una villa!
Come la possiedo, questa villa prestata!
Come si porge graziosa alla mia castità di possedere!
Certo al proprietario conoscitore – all’acquirente indagatore
è tutta difetti, così gelata!
Ma per me è la più bella esistente
la sola villa che mi è stata prestata!
Non parcella a catasto, ipoteca accesa, cretti da sprangare
ma una piega di crosta terrestre, con la sua geometria stellare
mille fogli e mille strati in profondità abissale.

Ho tutto il necessario: sempre un sol paio di scarpe cittadine
ma doppi scarponi per terra libera da domare
mantella da fasciarmi nel mio calor naturale.
Sempre mi cambio, sempre mi ravvio
riguardoso ad entrare in un salotto d’aria solare.

Abbandonato il tranvai stomachevole
gonfio di digestioni e basse bugie augurali
per questo cassettino feriale rabbioso d’arrivare
dove sonnecchio sulla spalla del fonditore
senza dovermi scusare.
Abbiam tutto il necessario – per godere l’inverno –
noi, abituati a tremare.
Ho detto alla sposa: mi hanno prestato una villa
non staremo a traccheggiare
e a Chicco: sulla montagna col papi andale
e Gioietta: papi...ale

III
TORNANDO A SERA: picchia il mio unico passo su per l’erta gelata:
finestre rustiche sigillate: nelle stanze soffianti
ognuno si è già composto il difficile letto invernale.
Fate sole di combustibile, chiamate a coprirvi tutte le lane;
la stessa ventata
che decise l’età della rama, bussa alla vostra pleura infiammata.
Ma di quassù com’è dolce la notte invernale!
Tranvai operai tesson tra casa e casa pallottolieri di lumi
e il treno che ansimava nero
eccolo sportellato di fuoco, conquistare la diritta campata
elasticamente doppiare la curva
coi tre rubini della coda snodata.
Sotto gli occhi bovini – di tre altissimi globi
un paese di cento camini – ostenta fornaci accese
vernicia a nerofumo il cielo lunare.
E la città remota esala fosforescenza celestiale.
Oltre la svolta: non altro che il vacillio della costellazione
ammagliata nelle branche del tiglio spettrale
la montagna: due cumuli nudi scaricati dal gigante –
e la faccia gialluta della villa – stampata a lume lunare.

IV
ANDANDO AL MATTINO: gli alberi! come puntano avidamente
[quegli steccoli in cielo!
Solo i cipressi voluttuosi frusciano i lunghi colli impellicciati
gli oppi slargano i ditoni ritorti; la vite rivela il suo allacciamento
[femminile
il parassita dove ha ficcato l’anemica radicina.
Gelo indefesso con la piccola leva notturna
a sgretolare le pregne muricce strinate.
Trepestio per tutte le poggiate
di valorosi armati contro l’uccellino
se si sbranca sfinito, se cala fiducioso
vedendo terra alberata e una casa:
e chi finge di accoglierlo
e chi lo richiama col suo fischio falsificato
e se svergola insospettito e se scampa il crivello dell’impallinata
lo rimbalza oltrefosso al compagno puntatore
che se si posa non gli lasci gonfiare la piuma bagnata.
Nella brunita piana acquarellata
tra il saettato dei solchi
ogni tanto un’ansa di borro invetriata
e l’adolescente sole rosa in ritardo
col flebile raggio spento orizzontale.

V
Levati, sposa, dolce corpo nelle tenebre,
socchiudi gli occhi, riconosci l’alta mensolatura
della villa prestata
e sulle pareti l’insolito biancore.
Cominciamo il nostro anno
affrontando il tramontano
che ruzza con la sua nevicata.
Andiamo a snidarlo nel covo, appena nato,
tra i due sommoli rosa incanalato!
Come soffia serrato,
e buca con mille aghi di gelo
nei lunghi bastioni che ha trincerato.
Deve spoltrir nuvole vecchie, ostinate,
sbandare la timida mandra che scirocco a tappe notturne tenta
[insinuare
trecento miglia da monte a monte spazzare
per compor senza sbagli il tenuissimo cielo invernale.
E noi, sposa, ogni giorno crearci nell’amore
risollevare segnale di casa
riascoltarci, diversi, nella verità del dolore.
Bambini nostri, vi offriamo
questi ghiaccioli canditi,
la mano nella mano
i nostri cuori uniti.
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