Canto della sposa
Se i pavimenti odorano di ragia
se splende in ordine la sua povera casa
se respira nei fiori
se gli salta in collo il più chiaro bambino
se riposa
la gota fresca di bagno contro la sua mascella dura
forse m’incoronerà di uno sguardo
forse scioglierà in un sorriso la sua cura.
Ma chi conosce il suo pensiero
forse il suo desiderio si è già allontanato.
*
Voltati e ricevi la casa dell’amore
tutta ricordi di anima che quando li abbiamo portati
Per un’amara parola che ci hai lasciato stamani
tutt’oggi non mi sono seduta.
Ma ci nega uno sguardo la sera
ma anche questa giornata è perduta.
*
Se non si dimentica, se non si consola
se non si rasserena
se la sua carezza è mancata
se non confida la sua pena
allora questa casa è sbagliata
allora la vecchia fede è vilipesa.
Sei un uomo, e forse volevi una donna di gioia
non una fedeltà, ma una sorpresa.
O se non mi avesse sposata!
almeno sarebbe durato l’amore
un poco per giorno te l’avrei misurato.
Ma chi conosce il suo pensiero
il suo desiderio si è allontanato.
*
Mi sono aperta troppo, mi sono sfogliata
son brutta e non ho più nulla da dare;
nessuno mi ha insegnato a vestire
e perché mi levavano i fiocchi quand’ero piccina.
Allora la vecchia fede mi ha ingannata
Allora non gli son più vicina.
Sei brutta e hai perso il suo pensiero
il suo desiderio si è allontanato.
*
Ma dicevi che è bello il viso più usato
dolce carezza la mano operosa:
ora ti aspetta la mano ruvida
ora ti aspetta il viso scavato
ora, finita la donna
ti aspetta la tua sposa.
*
Ritorna, te che sei stato il mio fidanzato
quando camminavamo sulle cime
la strada d’oro che solo insieme possiamo scoprire.
Quel che ti manca in me, l’amore te lo fa mancare.
Amami e sono vergine ancora
tanto bene nuovo ti debbo ancora dare.
Ma solo cose assenti lo fanno amare
cose invisibili lo fanno soffrire
non è per me che sono sempre uguale
io che sono tanto noiosa, vero
allora se fossi lontana
allora se potessi morire
ma chi conosce il suo pensiero...
Dichiarazione
Altri morirà per la Storia d’Italia volentieri
e forse qualcuno per risolvere in qualche modo la vita
ma io è per far compagnia a questo popolo digiuno
— che non sa perché va a morire —
popolo che muore in guerra perché mi vuol bene
per me nei suoi 60 uomini comandati
siccome è il giorno che tocca morire
Altri morirà per le medaglie e per le ovazioni
ma io per questo popolo illetterato
che non prepara guerra perché di miseria ha campato
la miseria che non fa guerre, ma semmai rivoluzioni
Altri morirà per le aquile e per le bandiere
ma io per questo popolo rassegnato
popolo che viveva nel giusto e nel giusto muore senza sapere
anch’io con lui sulla strada della fatica
che non so bene, in fondo, perché tocchi già di morire
Altri morirà per la sua vita
ma io per questo popolo che fa i suoi figlioli
perché sotto coperte non si conosce miseria
popolo che accende il suo fuoco solo la mattina
popolo che di osteria fa scuola
popolo non guidato, sublime materia
Altri morirà solo
ma io sempre accompagnato:
eccomi, come davo alla ruota la mia spalla facchina
e ora, invece, la vita.
Sotto, ragazzi,
Se non si muore
si riposerà, allo spedale.
Ma se si dovesse morire
basterà un giorno di sole
e tutta Italia ricomincia a cantare.
I quattro fratelli
A mia madre.
non più balzar tra gli sfagli: tutti in coperta.
Ma dolce sonno — a volontà — tra fresche lenzuola —
reliquiario, — corredo materno —
Quattro voci nel buio si cercano, e si stringono come
mani: il cupo basso di stiva — il soprano a campana fi-
lata — il contralto, ombra rassegnata d’irraggiungibile
nota.
Mare
Hanno preso il suo figliolo ànno preso
quello che l’era appena rilevato
e per andà non può essere andato
che nel posto più brutto indifeso.
E per restà non può esser restato
che dove tronca la vita le granate
e quando ànno finito di troncare
scendono le valanghe a sotterrare.
E se non scrive è che vuol ritornare
1° e queste notti è camminato camminato
per chiedere una muta alla sua mare.
La muta era ben pronta al davanzale
e alla finestra mare l’à aspettato.
L’à aspettato infino alla mattina
° quando squilla la tromba repentina
e alla sua casa non può più rivare.
Hanno preso il suo figliolo alla mare
*
Hanno preso il suo tosàt ànno preso
quel ch’era così tanto delicato
e si ritrova lontano trasportato
nel bastimento sopra l’acqua acceso.
Di giorno il bastimento gli cammina
ma nella notte è sempre arrestato
e tutte l’acque bussan per entrare
dove il suo tosatè] sta addormentato.
Hanno preso il suo tosàt alla mare
*
Hanno preso il suo omo ànno preso
quello che la doveva accompagnare
che avea giurato davanti all’altare
°”
di non lasciarla sola a questo peso.
Lui coi suoi bòcia è contento di andare
non si è quasi voltato a salutare
Ma ànno preso il suo omo alla mare.
*
E la mattina si è levata a solo
e à messo tutte le sue filigrane;
à beverato le sue armente chiare;
à steso tutti i suoi panni a asciugare;
à agganciato il più grande suo paiolo;
DN
à apparecchiato il più bel fuoco acceso
fi
e dopo si è seduta al focolare.
Anche se tornano non si può più alzare.
Hanno preso ànno preso anche la mare.
Parrocchia di Sargnano.
Mi hanno prestato una villa
I
Mi hanno prestato una villa – garantita padronale
cancello cifrato – giardino pensile – mascherone sboccato –
– vomita acqueterna nottegiorno –
e dev’essere rinfrescante sentirla chioccolare
non ora
piramidale magnolia di rito
tutta foglie verniciate a fuoco
e dev’esser carezzante sentirla scartocciare in ventilazione
non ora
zampillo regolabile a volontà – in vasca centrale –
e dev’esser letificante vederlo spicciare e arcobalenare
e spolverizzare sugli scolli di belle figliole
non ora
Ora è inverno crudo, ma mi hanno prestato una villa
garantita padronale – con cappella e altare –
e il suo broletto di lecci neri a tramontano
dove il rosignolo infrascato saetta acuti
e clarineggia negli orecchi di un Sileno incrostato
non ora
con annessi poderi ragguagliati in misura
millanta «braccia a panno fiorentine»
e in bontà millanta barili di olio topazio extra, prima premuta
e millanta vino rubino extra-superiore
e contadino accogliente: «Buonasera, Signoria»
come se fosse mia.
Ma ora è inverno crudo:
funerale di cipressi sulla strada privata
singhiozzo rugginoso della banderuola sulla torre merlata
basso cielo rissoso, erbuccia stenta arricciolata
sole interessoso, vasca gelata.
Ora è crudo inverno
– stanzoni troppo ariosi – cassettoni casamenti
sette volte sette scale da montare.
Mi hanno prestato una villa
con diritto incontrastato
di farci le cose belle che non ci si possono fare
goderci le cose belle che non ci si posson godere!
E nondimeno sia grazie al Signore
di aver vietato la villa ai ricchi in questa stagione.
Debbono fare i signori; e noi poveri a sorvegliare
che non facciano miseriate:
alle nostre mani digiune
un tozzo di villa lo debbon pure lasciare.
II
Mi hanno prestato una villa!
Come la possiedo, questa villa prestata!
Come si porge graziosa alla mia castità di possedere!
Certo al proprietario conoscitore – all’acquirente indagatore
è tutta difetti, così gelata!
Ma per me è la più bella esistente
la sola villa che mi è stata prestata!
Non parcella a catasto, ipoteca accesa, cretti da sprangare
ma una piega di crosta terrestre, con la sua geometria stellare
mille fogli e mille strati in profondità abissale.
Ho tutto il necessario: sempre un sol paio di scarpe cittadine
ma doppi scarponi per terra libera da domare
mantella da fasciarmi nel mio calor naturale.
Sempre mi cambio, sempre mi ravvio
riguardoso ad entrare in un salotto d’aria solare.
Abbandonato il tranvai stomachevole
gonfio di digestioni e basse bugie augurali
per questo cassettino feriale rabbioso d’arrivare
dove sonnecchio sulla spalla del fonditore
senza dovermi scusare.
Abbiam tutto il necessario – per godere l’inverno –
noi, abituati a tremare.
Ho detto alla sposa: mi hanno prestato una villa
non staremo a traccheggiare
e a Chicco: sulla montagna col papi andale
e Gioietta: papi...ale
III
TORNANDO A SERA: picchia il mio unico passo su per l’erta gelata:
finestre rustiche sigillate: nelle stanze soffianti
ognuno si è già composto il difficile letto invernale.
Fate sole di combustibile, chiamate a coprirvi tutte le lane;
la stessa ventata
che decise l’età della rama, bussa alla vostra pleura infiammata.
Ma di quassù com’è dolce la notte invernale!
Tranvai operai tesson tra casa e casa pallottolieri di lumi
e il treno che ansimava nero
eccolo sportellato di fuoco, conquistare la diritta campata
elasticamente doppiare la curva
coi tre rubini della coda snodata.
Sotto gli occhi bovini – di tre altissimi globi
un paese di cento camini – ostenta fornaci accese
vernicia a nerofumo il cielo lunare.
E la città remota esala fosforescenza celestiale.
Oltre la svolta: non altro che il vacillio della costellazione
ammagliata nelle branche del tiglio spettrale
la montagna: due cumuli nudi scaricati dal gigante –
e la faccia gialluta della villa – stampata a lume lunare.
IV
ANDANDO AL MATTINO: gli alberi! come puntano avidamente
[quegli steccoli in cielo!
Solo i cipressi voluttuosi frusciano i lunghi colli impellicciati
gli oppi slargano i ditoni ritorti; la vite rivela il suo allacciamento
[femminile
il parassita dove ha ficcato l’anemica radicina.
Gelo indefesso con la piccola leva notturna
a sgretolare le pregne muricce strinate.
Trepestio per tutte le poggiate
di valorosi armati contro l’uccellino
se si sbranca sfinito, se cala fiducioso
vedendo terra alberata e una casa:
e chi finge di accoglierlo
e chi lo richiama col suo fischio falsificato
e se svergola insospettito e se scampa il crivello dell’impallinata
lo rimbalza oltrefosso al compagno puntatore
che se si posa non gli lasci gonfiare la piuma bagnata.
Nella brunita piana acquarellata
tra il saettato dei solchi
ogni tanto un’ansa di borro invetriata
e l’adolescente sole rosa in ritardo
col flebile raggio spento orizzontale.
V
Levati, sposa, dolce corpo nelle tenebre,
socchiudi gli occhi, riconosci l’alta mensolatura
della villa prestata
e sulle pareti l’insolito biancore.
Cominciamo il nostro anno
affrontando il tramontano
che ruzza con la sua nevicata.
Andiamo a snidarlo nel covo, appena nato,
tra i due sommoli rosa incanalato!
Come soffia serrato,
e buca con mille aghi di gelo
nei lunghi bastioni che ha trincerato.
Deve spoltrir nuvole vecchie, ostinate,
sbandare la timida mandra che scirocco a tappe notturne tenta
[insinuare
trecento miglia da monte a monte spazzare
per compor senza sbagli il tenuissimo cielo invernale.
E noi, sposa, ogni giorno crearci nell’amore
risollevare segnale di casa
riascoltarci, diversi, nella verità del dolore.
Bambini nostri, vi offriamo
questi ghiaccioli canditi,
la mano nella mano
i nostri cuori uniti.
Prima marcia alpina
Uno per uno bastone alla mano e alla salita cantiamo
Se chiedi le reni rotte alla mina
se chiedi il polso della gravina
se chiedi il ginocchio piegato a salire
se chiedi l’amore pronto a patire:
son io, l’alpino, rispondiamo e all’ adunata corriamo.
Ma la montagna, alpino, è franata
ma la tua tenda, alpino, è sparita,
alpino, tutta l’acqua è seccata,
alpino, il vetrato gela le dita
ma la tua penna è folgorata
ma la gran notte di nebbia è salita. ...
Uno per uno corda alla mano
dove non si passa, passiamo.
E la balma di roccia ci ricoprirà
e l’acqua di neve ci disseterà;
la penna il fulmine domesticherà
la nebbia il sole l’avvamperà quando l’alpino passerà.
Uno per uno zaino alla mano e nei riposi ci contiamo.
Alpino, tu sei passato
ma il compagno che manca è ferito
la mitraglia l’ha arrivato
dalla croda l’ha distaccato
nella gola l’ha tranghiottito.
Dove sei, compagno caro,
al paese dovevi tornare;
se qualcuno lo potrà rivedere
glie ne chiederà la tua mare.
Ma non sei stato abbandonato
ma ti veniamo a ritrovare.
Sei il nostro ferito ti riprendiamo al paese ti riportiamo.
Tutti per uno, mano alla mano
dove si muore, discendiamo.
Tutti per uno mano alla mano
dove si muore, discendiamo.
Ma il tuo compagno, alpino, è spirato
al paese non può più tornare,
ma il suo lamento è dileguato
non ti chiama più a ritrovare.
Sulla coltrice del nevato resterà solo a riposare.
Dove sei, compagno caro,
se al paese non puoi ritornare
ma non sei stato abbandonato
ma ti veniamo a ritrovare.
Il viso bianco gli rasciughiamo
il corpo stronco ricomponiamo.
E il nostro morto
ce lo riprendiamo
alla patria lo riportiamo.
Uno per uno
bomba alla mano
e lo vendichiamo.
Marzo, Soracroda
Ai miei soldati dell’Alpago e a ogni alpino.