A scuola di sguardo
Le stanghette sono molli e sbilenche
le lenti opache e graffite
a fatica si legge il giornale
se ne vale la pena.
Certi occhiali, ecco il punto,
non sono fatti per vedere
ma per essere visti
sono quelli caduti in una rissa, o
in un cassetto il pince-nez di mio nonno
(1 miei li misi al ginnasio
non leggevo le minuscole greche)
addirittura vi sono occhiali che parlano
quelli a mucchi dei campi di sterminio
quelli della nuotatrice, su uno scoglio.
Caino e le spine
Era mattina, erano le tre
quell’aria non aveva coscienza.
Ti offrivi al primo fresco e
perché? cani da guardia, ore, perché?
perché te stesso?
La ghiaia in strada si faceva chiara
la fontana rideva tra i bossi
intorno erano cose molto femmine
disinvolte ad esistere.
Passavi il filo spinato
senza scarpe rientravi al convento.
Cassetti
Quando non sono al telefono
le donne è un gran rumore di cassetti
che aprono e richiudono di scatto
gioielli carte spille soldi chiavi
non saprai mai che stanno frugando
in sottoveste o in abito lungo
chinate, talvolta piumate
sempre desiderate.
Dal dottor K.
Si sciolga si stenda si rilassi
e associ le immagini del sogno
il sottogola dei preti
la pancia dei tonni
le prugne
le prugne bianche di Boemia
associ! è difficile
ce blanc si tendre de plâtre
sous un ciel de vent d’ouest
sali par les cheminées d’hiver
associ! dopo il viadotto cominciammo a salire
tra due siepi di rovi
associ! salivo scale verniciate di fresco
di case ricominciate
strappavo grumi di minio alle ringhiere
associ, associ! ma ritorna il tonno!
associ si sciolga si rilassi
salivo scale amare sopra il mare
K. seduto come Napoleone
decide
salire scale è come (Adler) amare.
Dasein
L’essere perentorio (Dasein?)
del tappeto o di un listello di parquet
mi fa un poco pensare al nulla
quasi stessi leggendo, anzi, assai meglio
i detti di un saggio tibetano:
un nulla di pelle, direi un brivido
che fa chiudere gli occhi, per vedere
su creste e cornici di monte
andare come se non andassero i treni,
o me stesso con un cappello di paglia
che pedalo diretto al mercato
in sella a una bicicletta di donna:
una strada un po’ bianca un po’ piana
esserci, allora?
Disoccupato
Per te
questa impazienza
la notte ti costringo nei sogni
di giorno la febbre dolceamara.
Poca pioggia
rallenta il passo per strada
incurva il dorso.
Pane e sardine a tarda ora
gli occhi
al fanale di notte dell’albergo
vivo la tua lontananza
meglio così.
Don Giovanni
La Nene ha un gran cappello
a sesti di piquet
e colorati sopra
lamponi e raisinet.
Per me è un gran gelato
servito con la frutta
ma non si dica a Nene
che nel mese di agosto
le starò sempre accanto
per quel cappello bianco.
Epifania
C’è in questo cielo di gennaio
della dodicesima notte
un’infinita pazienza
non nascono domande
non occorre alzare gli occhi allo zenith
e non fa differenza seguire
la linea dei camini sui tetti
o lungo il granito dei muri
vedere, non vedere
tanto passare di umane ombre nere.
Filo di ferro
Mi hanno detto che sono un filo di ferro
perché magro svelto resistente
invece non lo sapevamo da ragazzi
che per spezzare un filo di ferro
se non hai pinze basta piegarlo di qua
e poi di là tre quattro sei volte
così mi chiedo davanti a una parete
se non sia la mia settima volta
una parete dove il suo profilo
non si modella più, non si delineano
alla luce serale della lampada
la sua fronte il suo mento le sue labbra
una parete bianca
Gli anni quaranta
Sembrava tutto possibile
lasciarsi dietro le curve
con un supremo colpo di freno
galoppare in piedi sulla sella
altre superbe cose
più nobili prospere cose
apparivano all’altezza degli occhi.
Ora gli anni volgono veloci
per cieli senza presagi
ti svegli da azzurre trapunte
in una stanza di mobili a specchiera
studi le coincidenze dei treni
passi una soglia fiorita di salvia rossa
leggi «Salve» sullo zerbino
poi esci in maniche di camicia
ad agitare l’insalata nel tovagliolo.
La linea della vita
deriva tace s’impunta
scavalca sfila
tra i pallidi monti degli dei.