Mi hanno detto che sono un filo di ferro
perché magro svelto resistente
invece non lo sapevamo da ragazzi
che per spezzare un filo di ferro
se non hai pinze basta piegarlo di qua
e poi di là tre quattro sei volte
così mi chiedo davanti a una parete
se non sia la mia settima volta
una parete dove il suo profilo
non si modella più, non si delineano
alla luce serale della lampada
la sua fronte il suo mento le sue labbra
una parete bianca
Pietra su pietra
poveri muri a secco senza calce
pazienza di secoli
frutti color delle foglie
doline color dell’amore
con quel po’ d’acqua che basta
perché attorno al tuffarsi delle mantidi
si allarghino perfettissimi cerchi:
nelle ore calde della giornata
la gente sta seduta
le mani in mano sulla porta di casa,
un gatto gioca col topo
nella polvere della strada di Albona,
una donna cala il secchio nel pozzo
lo ritira fin quasi a metà
lo riaffonda di nuovo...
Non pensavo che si potesse fare una lettura
dei segni di questa terra assonnata.
Arrendevole
finisco sempre per andare in posti sbagliati
pittori ignoti, presunti perseguitati
più un sapientino che ci dice attention
les brésiliens ne parlent pas l’espagnol
il vino è buono, le donne sfiorite
se una sera vale l’altra
me ne sto qui come in un guscio di noce
come chi, avessi vent’anni di meno,
si affidasse rinchiuso in una botte
alla corrente che porta a una cascata.
Per anni ho guardato le nuvole
a oriente di questa terrazza
senza curarmi se fossero
diverse per chi le avesse osservate
da un’altra parte della città.
Ma oggi è un giorno al duale
amo, dunque 10 sono, 10 e te siamo.
“Cara, se guardi sopra Porta Venezia
c’è una nuvola che ha la faccia di Lincoln”.
Lei mi risponde al telefono
“la mia nuvola ha la faccia di Marx”.
Sfrangiate nuvole
restate nuvole!
Nulla ho scritto di te quando sei andata
e poco ho scritto dopo, il lungo dopo.
Ritorni solo nei sogni di ogni notte
O, il giorno, a casa, nell’aria di via B.
dopo che è nevicato e si respira;
o in una luce pomeridiana di persiane chiuse
e vi è un fruscio di giornale di grande formato;
o in qualche nome di luogo che si ferma in gola.
Tutto qui? non accetto la morte, mi si dice.
E vero, non riapro i tuoi cassetti, non rileggo
le tue lettere. Che io sia
nient’altro che una pietra
un Giovannino heartless?
Quanto tempo mi resterà ancora per imparare
a sorridere e amare come te?
Seguivo il tuo viaggio
provavo le tue impressioni
pensavo i tuoi pensieri
meglio di un simulatore di un centro spaziale
che riproduce a terra le vicende
di un’astronave in volo tra le stelle
finché scese le ombre sopra i tetti
te addormentata, perso ogni contatto
caddi di quota, riabitai il mio baratro
tra voci inascoltate e la spezzata
illusione di un filo che legasse
non solo a te ma a ogni cosa sperata
ai gradi assenti, a eterni invisibilia
Da L’IPOTESI CIRCENSE
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L’ippopotamo · Luciano Erba
Libri