Gli incaricati
Il mio compagno di Piazza Aquilea
avvocato, con un soprabito grigio
distinto, dal passo affrettato
non ha età, ha una borsa, un cappello
lo rivedo ogni tanto da quando
ho ripreso l’uso del tram
lo vedo di spalle, è di quelli
che vedo sempre di spalle
fa pensare a una vecchia fotografia
di uno che non sai più chi sia.
Quando scende dal 30/29
alto, o col suo soprabito a vita
quel mio compagno (cominciava per enne)
mi trasmette l’incarico, so io quale
mentre il tram riprende la corsa
sotto 1 platani di un altro viale.
Gli ireos gialli
I ragazzi partiti al mattino
di giugno quando l’aria sotto i platani
sembra dentro rinchiudere un’altra aria
i ragazzi partiti alla pesca
con un’unica lenza ma muniti
di un paniere ciascuno a bandoliera
in silenzio ora siedono sul filobus
avviato veloce al capolinea
e il sogno rifanno che Milano
abbia azzurre vallate oltre il Castello
dove saltino i pesci nei torrenti.
Sui prati rimane un po’ di nebbia
la tinca nella sua buca di fango
ricomincia a dormire. Mattiniera
la carpa perlustra attorno ai bordi
di un tranquillo canale. La carpa
è astuta e non abbocca mai.
I pescatori non avranno fortuna. Ma
risalendo i canali e le roggie,
di prato in prato, di filare in filare,
arriveranno i ragazzi dove è fitta
la verzura dei fossi, dove gialli
sono i fiori degli ireos e come spade
le foglie tagliano fresche correnti
sotto l’ombra dei salici.
Arriveranno fino ai fiori lontani
i pescatori senza ventura
i ragazzi in gita nella pianura!
Il formaggio
Sarà bene parlando di un mio modo
di abitare nel mondo del presente
(un sistema spaziale dove scambio
forma e corpo con quanto mi sta attorno
con le cose alle quali vado incontro
per vivere in loro e loro in me)
sarà bene riveli che tal modo
di stare vicino al quotidiano
mi fu chiaro ab initio una mattina
avevo fame era tempo di guerra
da parte a parte guardavo nei buchi
di una fetta sottile di formaggio
così assorto mi sentivo rapito
ed ero un po’ di qua un po’ di là.
Il tranviere metafisico
il tranviere metafisico
Ritorna a volte il sogno in cui mi avviene
di manovrare un tram senza rotaie
tra campi di patate e fichi verdi
nel coltivato le ruote non sprofondano
schivo spaventapasseri e capanni
vado incontro a settembre, verso ottobre
i passeggeri sono i miei defunti.
Al risveglio rispunta il dubbio antico
se questa vita non sia evento del caso
e il nostro solo un povero monologo
di domande e risposte fatte in casa.
Credo, non credo, quando credo vorrei
portarmi all’al di là un po’ di qua
anche la cicatrice che mi segna
una gamba e mi fa compagnia.
Già, ma allora? sembra dica in excelsis
un’altra voce.
Altra?
Istria
Pietra su pietra
poveri muri a secco senza calce
pazienza di secoli
frutti color delle foglie
doline color dell’amore
con quel po’ d’acqua che basta
perché attorno al tuffarsi delle mantidi
si allarghino perfettissimi cerchi:
nelle ore calde della giornata
la gente sta seduta
le mani in mano sulla porta di casa,
un gatto gioca col topo
nella polvere della strada di Albona,
una donna cala il secchio nel pozzo
lo ritira fin quasi a metà
lo riaffonda di nuovo...
Non pensavo che si potesse fare una lettura
dei segni di questa terra assonnata.
La Grande Jeanne
La Grande Jeanne non faceva distinzioni
tra inglesi e francesi
purché avessero le mani fatte
come diceva lei
abitava il porto, suo fratello
lavorava con me
nel 1943.
Quando mi vide a Losanna
dove passavo in abito estivo
disse che io potevo salvarla
e che il suo mondo era lì, nelle mie mani
e nei miei denti che avevano mangiato lepre in alta montagna.
In fondo
avrebbe voluto la Grande Jeanne
diventare una signora per bene
aveva già un cappello
blu, largo, e con tre giri di tulle.
La seconda casa
Mi hai perso e anche tu e anche tu
FP Gb Y
Fanny Gladys Yvonne
mi hai perso vi ho perso ci siamo
in gran numero persi. Nomi indirizzi
andavo alla posta in calzoni di tweed
iniziali, che non dicono più niente a nessuno.
Incise su quale scorza?
in memoriam
intagliare un sambuco o una robinia?
sul terrapieno della ferrovia
per sentire qualcosa di nuovo
prendere la testa tutta quanta
nella gran mano nilotica?
di uomo che conta i suoi giorni
in questo emisfero o nell’altro
dare un calcio alla stufa di ghisa
bassa e panciuta, poi
uscendo dalla baracca di legno
sedere dove i cespugli un po’ingialliti
il treno non può essere lontano
scendono a una riva d’oriente
ma non è questo il punto, se
se messo a letto da pietose mani
femminili anellate coniugali
attendo l’alba
il viso il più cancellato possibile
nella città opportuna, in una casa
di maniglie d’ottone e porte bianche
se già qui navigo come in un astratto asteroide
ibernando nel dopo.
Le giovani coppie
Le giovani coppie del dopoguerra
pranzavano in spazi triangolari
in appartamenti vicini alla fiera
i vetri avevano cerchi alle tendine
i mobili erano lineari, con pochi libri
l’invitato che aveva portato del chianti
bevevamo in bicchieri di vetro verde
era il primo siciliano della mia vita
noi eravamo il suo modello di sviluppo.
Mani
Mani che ti hanno accarezzato sopra la testa
mani di preti di zie di ortolani
mano del compagno di scuola
che scriveva in inchiostro verde
mani di Berta asciugate dal vento
se appendeva il bucato sopra i fili
larghe mani polacche
che spaccavano legna nell’Arbeit Lager
mani e dita affusolate
degli amici indiani
mano scarnita
che rendi la penna per firmare
mano che arrivata la sera
accarezzi la gatta più nera.
Mea minima culpa
Non ho che lana sul petto
per sentire più mia
e più viva la pelle:
come se fossi tu
distesa al sole.
La mano iscurita?
si riposa su colpe senza storia
e vi fa cenno
voi che finite il giorno all’osteria.