Noi percorremmo tutto il paese nell’ora
che tornano gli asini col carico di legna
dalle cime profumate della Serra.
Raspavano le orecchie pelose contro le grezze
muraglie delle case, e tinniva, attaccata al collo,
la campanella della capretta che il vecchio
trascina al buio come un cane. Qualcuno
ci disse buona notte seduto davanti alla porta.
Le strade sono così strette e gli arredi
stanno così addossati alle soglie che noi
sentimmo friggere, al nascere della luna,
i peperoni calati nell’olio.

Tu eri molto colpita dal colore delle montagne.
“Forse sono state sotto il mare per millenni.”
‘“Quaggiù anche i sassi sembrano vizzi,
anche le foglie hanno qualcosa di frusto.”
Uscivano dagli usci le donne coi tizzi accesi.
‘Nei nostri paesi il sole cade a precipizio,
la notte è gia nei rintocchi della campagna di mezzogiorno.”
I cavalli tossivano di ritorno dall’abbeverata,
i cani s’infilavano tra le porte:
noi eravamo soli a pestare la cenere dell’aria.
“Pare che tutta la gente a quest’ora
torni a dormire sottoterra e poi risusciti
ogni giorno alla vita.” La strada era senza
rumori, come di cenci, scolorita.

Da una casa serrata il caprone della tribù
starnutiva dentro il letto di Margherita.

“Entriamo in casa dei nonni dove mia zia
e mio zio hanno sempre una buona cosa
conservata per me.” Ci sediamo in cucina e guardiamo
l’incantevole famiglia delle chiavi appese al muro:
la piccola chiave dell’orto, la chiave gigantesca
della cantina che ha più di cent’anni. “Mio nonno
sapeva col fischio delle chiavi quietare
il pianto dei nipoti.’ Ecco la chiave argentea
della conigliera, e le lucerne, i lumi, i lucignoli.
Ingranditi sui muri guardo i profili
dei miei parenti e le immense ombre
delle mosche che strisciano come topi sulle pareti.
‘“Cosima Diesbach, mia nonna, aveva girato il mondo.
I miei avi hanno forse conosciuto l’Atlantide.”

Domenico passa di sera a chiudere le chiese,
a sprangare il cancello dei morti.
‘“Raccontavano a noi ragazzi
ch’egli parlava con la civetta, sui tetti, lassù.
Ha le orecchie mangiate, il campanaro,
ha il sonno duro. Per vestire i defunti
(non c’è nessuno più abile di lui)
bisognava chiamarlo lunghe ore
nel cuore della notte e fischiare forte
nelle chiavi.” Domenico è lì che strofina
uno zolfanello ai pantaloni, fuma la pipa
assorto sulla ripa del valico
dove una lontana sera vidi poggiare
la bara del Cristo morto, alla ringhiera.

Giù nella valle Crescenzio aizza la mula
zoppa. “lo ho buttato le redini sulla groppa.”
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