Le cose, le spine

Era un passaggio e invece era una trappola – là
dove un vano breve nel quadrato
dentro un altro strettissimo quadrato mi portò
appena un metro più oltre di nuovo sbarrato
e subito sentii le punte contro il costato.
Altro filo spinato e spine vere
viventi al quasi buio enormi schegge di canne.

Era una forma così messa in pianta:
col quadrato minore dente esterno al perimetro.
Io vi ero finito per meglio vedere
l’amico che mi faceva segno di lassù
dalla sua casa al numero civico otto
della strada in collina
dove: qui è altro mondo – tu avevi sussurrato.

E adesso quelle punte contro il costato
per il momento soltanto ammonitrici.
Ancora una mossa – quasi a dire – e ti buchiamo.
Ma egli dall’adiacente giardino superiore
ancora a farmi segno – così e così
scansale non avere paura – e io a non capire
invocando istruzioni per districarmi.

A una a una accuratamente le afferrai
scostandole dal costato graffiato
e lui sempre cortese che sorrideva
ammiccando – lo vedi com’è semplice
puoi salire – ma incontro non mi scendeva.
Avrei poi saputo che aveva in casa la madre
sul punto di finire.

Transito fu un corridoio di vera tenebra
ma libero da spine brancolando per il prato
e scale a una porta appena schiusa.
Ah non ero da lui ne fui subito certo.
Ma ormai non potevo desistere dall’errore.
Già ero nella cucina già mi avevano aperto
foschi due tipi là dentro non l’amico.

Uno dei quali con occhio da falconiere
o il falco stesso stretto e sterminato
di profilo homo avis intento a guardare il paese
da sporchi vetri di finestra – alberi
che si direbbero nani di lassù
ricciuti e grigi su altre avernali colline.
Senza voltarsi – tu

cosa vieni lontano dal tuo mondo – domandò.
Che lingua parli da dove arrivi
nella tomba in cui siamo vivi.
Gli dissi la mia città
di mare presso la quale sono nato.
E volevo mostrargli i segni sul costato
di tutte le spine che avevo superato.

Ma con odio definitivo egli gridò:
vattene – è solo nostro il nostro morire.
D’un minimo sguardo sempre senza degnarmi.
Al privilegio di miseria e di tragedia
per puro equivoco mi ero affacciato.
Le cose non avevano altre parole da dire.
Né da darmi consigli né orecchi per ascoltarmi.
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