Poesie di questo tema
Solitudine
Alberto Cappi
Invocazioni
a quale solitudine
chiamato
a quale dismisura
e somiglianza
a che chiusura
O assenza
l’una investe
beatitudine
nel suo testo
di rabbia
e fin che abbia
resto
d’esser nato
chiamato
a quale dismisura
e somiglianza
a che chiusura
O assenza
l’una investe
beatitudine
nel suo testo
di rabbia
e fin che abbia
resto
d’esser nato
Alda Merini
. Alla seconda sigaretta
Alla seconda sigaretta mi irrito
e vorrei cambiare persona.
Abito in me come abito il mondo:
son diventata troppo stretta di fianchi
e comincio ad allargarmi nel destino.
Sto diventando come olio pesante,
macchina senza stantuffo
che non vogliono portare via:
fossi solo il mietitore di Norca
avrei trovato la mia baldracca
da mettere in un letto sporco.
e vorrei cambiare persona.
Abito in me come abito il mondo:
son diventata troppo stretta di fianchi
e comincio ad allargarmi nel destino.
Sto diventando come olio pesante,
macchina senza stantuffo
che non vogliono portare via:
fossi solo il mietitore di Norca
avrei trovato la mia baldracca
da mettere in un letto sporco.
Alda Merini
Cavernicola come sono
Cavernicola come sono,
attaccata alla mia palafitta
cerco il fango, il mio umido amico,
con intorno un lago dorato.
Mi è sempre piaciuto cavalcare l’aria,
avere una casa isolata da tutti,
dire che non conosco nessuno.
Invece mi conoscono in cielo
ardono di amore e di odio
e mi fanno uscire di senno.
attaccata alla mia palafitta
cerco il fango, il mio umido amico,
con intorno un lago dorato.
Mi è sempre piaciuto cavalcare l’aria,
avere una casa isolata da tutti,
dire che non conosco nessuno.
Invece mi conoscono in cielo
ardono di amore e di odio
e mi fanno uscire di senno.
Alda Merini
Piange la follia
Piange la follia nel mio letto
assurda memoria di altri momenti.
In me tutti sanno la follia
e io la venero,
straordinario balcone di canto,
ma nessuno ama la donna
che si brucia allo specchio.
Nessuno sa che cosa sia il piacere
di reggere il lume della pazienza
attraverso strade infeconde
liberando momenti di solitudine.
Paiono orrende torture
ma intanto mangi e bevi e vai avanti
dopo aver conosciuto l’embrione
che ti ha dimenticato.
assurda memoria di altri momenti.
In me tutti sanno la follia
e io la venero,
straordinario balcone di canto,
ma nessuno ama la donna
che si brucia allo specchio.
Nessuno sa che cosa sia il piacere
di reggere il lume della pazienza
attraverso strade infeconde
liberando momenti di solitudine.
Paiono orrende torture
ma intanto mangi e bevi e vai avanti
dopo aver conosciuto l’embrione
che ti ha dimenticato.
Aldo Palazzeschi
Il parco umido
Il parco è serrato serrato serrato,
serrato da un muro
ch’è lungo le miglia le miglia le miglia;
da un muro coperto di muffe,
coperto di verdi licheni,
grondante di dense fanghiglie.
Né un varco?” soltanto nel parco traspare
né un foro vi luce.
Soltanto si posson le muffe cadenti, vedere,
soltanto le dense fanghiglie grondanti.
Altissimi cedri ne passano il muro,
i pini dal fusto robusto ne sporgon l’ombrello,
e salici, salici tanti,
che mischian sul muro cadenti
le lacrime ai verdi licheni,
a grige fanghiglie grondanti.
Di fuori ecco il parco serrato serrato serrato,
serrato da un muro
ch’è lungo le miglia le miglia le miglia.
Fra l’ombre, fra l’ombre potenti,
nel folto degli alberi grandi,
soltanto tre donne s’aggirano lento,
bellissime donne; regine parenti.
S’aggirano lento, in silenzio,
nell’ombre del parco serrato,
pesante trascinano il manto di lutto, le donne,
coperte d’un velo
che appena il pallore del volto ne scopre.
serrato da un muro
ch’è lungo le miglia le miglia le miglia;
da un muro coperto di muffe,
coperto di verdi licheni,
grondante di dense fanghiglie.
Né un varco?” soltanto nel parco traspare
né un foro vi luce.
Soltanto si posson le muffe cadenti, vedere,
soltanto le dense fanghiglie grondanti.
Altissimi cedri ne passano il muro,
i pini dal fusto robusto ne sporgon l’ombrello,
e salici, salici tanti,
che mischian sul muro cadenti
le lacrime ai verdi licheni,
a grige fanghiglie grondanti.
Di fuori ecco il parco serrato serrato serrato,
serrato da un muro
ch’è lungo le miglia le miglia le miglia.
Fra l’ombre, fra l’ombre potenti,
nel folto degli alberi grandi,
soltanto tre donne s’aggirano lento,
bellissime donne; regine parenti.
S’aggirano lento, in silenzio,
nell’ombre del parco serrato,
pesante trascinano il manto di lutto, le donne,
coperte d’un velo
che appena il pallore del volto ne scopre.
Andrea Zanzotto
Oltranza oltraggio
Salti saltabecchi friggendo puro-pura
nel vuoto spinto outré?
ti fai più in là
intangibile—tutto sommato—
tutto sommato
tutto
sei più in là
ti vedo nel fondo della mia serachiusascura
ti identifico tra i non i sic i sigh
fi disidentifico
solo no solo sì solo
piena di punte immite frigida
ti fai più in là
e sprofondi e strafai in te sempre più in te
fotti il campo
decedi verso
nel tuo sprofondi
brilli feroce inconsutile nonnulla
l’esplodente l’eclatante e non si sente
nulla non si sente
sei saltata più in là
no
ricca saltabeccante
là
nel vuoto spinto outré?
ti fai più in là
intangibile—tutto sommato—
tutto sommato
tutto
sei più in là
ti vedo nel fondo della mia serachiusascura
ti identifico tra i non i sic i sigh
fi disidentifico
solo no solo sì solo
piena di punte immite frigida
ti fai più in là
e sprofondi e strafai in te sempre più in te
fotti il campo
decedi verso
nel tuo sprofondi
brilli feroce inconsutile nonnulla
l’esplodente l’eclatante e non si sente
nulla non si sente
sei saltata più in là
no
ricca saltabeccante
là
Andrea Zanzotto
Stanza immaginata o intravista
Il cielo è limpido sino ad
essere sconosciuto
Tutto è intossicato dal sole
Io tossisco sotto questo, in questo
brusire di entificazioni
e sono distratto
molto distratto dalla violenza
di un freddo
che pur non fa nulla di male
Adocchio solitudini
ora di se stesse
già mie
unicamente
Tutti i rimproveri pare si calmino
riverberando
Tutto è distrazione e
forse meno, un
poco meno del previsto, pena
essere sconosciuto
Tutto è intossicato dal sole
Io tossisco sotto questo, in questo
brusire di entificazioni
e sono distratto
molto distratto dalla violenza
di un freddo
che pur non fa nulla di male
Adocchio solitudini
ora di se stesse
già mie
unicamente
Tutti i rimproveri pare si calmino
riverberando
Tutto è distrazione e
forse meno, un
poco meno del previsto, pena
Antonio Porta
Rapporti umani (11, 12, 15)
XI
“Della mia vita, in un certo giorno,
non seppi più nulla, soltanto quello
che rivelò il barbiere domandando dei
miei figli e m’accorsi di non averne mai
saputo, guardandomi bene negli occhi sopra
la schiuma e i riflessi del rasoio.
Uscii e impolverai le scarpe tra le
pietre, e proseguii, le stringhe?
slacciate, sulla via di casa, il
gocciolio del sudore: entrando gualcosa
accadde, non ricordo; dietro il portone,
immobile tra i cristalli, l’ostilità di
mia moglie e mi chiesi chi era.
Per togliere la polvere, chinato, si recidevano
le stringhe, la fronte mi sanguinava, tra i
cristalli spezzati, le stringhe tra i capelli,
e premevo, frugando tra le schegge, scrivendo
nella polvere, la lingua mi sì tagliava,
lambendo, il sangue colava dagli occhi, sulle tempie,
i figli non sanno nulla ...
XII
Camminare diviene intollerabile è passato
un altro anno, con i piedi incollati ai pavimenti,
prima o dopo, con le gambe ridotte all’osso,
miele dei muscoli, più che un’antica verità,
rinchiuso nella stanza, non ti sa dire, e poi non c’è.
Sulle strade di ghiaccio, pattinando, con la sciarpa
verde e un berretto scuro, per un complesso di colpe,
breve felicità, non s’incontrano mai, così t’infurii,
gratti il muro con l’unghia e te la spezzi, disteso
sulla panchina, anitre imbalsamate galleggiano sul lago,
“mi raccontava una storia”— ‘sì, ma soltanto la fine.
XV
1 due stanno abbracciati, Con un mazzo di crisantemi,!
bevono alla loro tazza, le unghie nella schiena, la
candela gli brucia le mani, continua a camminare in
ginocchio, tenero pallone, curva del ventre, partorirà
un gatto, sotto la tenda, nuotando nell’ossigeno,
rana piena di latte, scivola lontano e la guardava,
sulla coperta di pelo, muoversi nella piazzetta, le
dita a O, il cagnolino alle calcagna, le impronte
From CARA
“Della mia vita, in un certo giorno,
non seppi più nulla, soltanto quello
che rivelò il barbiere domandando dei
miei figli e m’accorsi di non averne mai
saputo, guardandomi bene negli occhi sopra
la schiuma e i riflessi del rasoio.
Uscii e impolverai le scarpe tra le
pietre, e proseguii, le stringhe?
slacciate, sulla via di casa, il
gocciolio del sudore: entrando gualcosa
accadde, non ricordo; dietro il portone,
immobile tra i cristalli, l’ostilità di
mia moglie e mi chiesi chi era.
Per togliere la polvere, chinato, si recidevano
le stringhe, la fronte mi sanguinava, tra i
cristalli spezzati, le stringhe tra i capelli,
e premevo, frugando tra le schegge, scrivendo
nella polvere, la lingua mi sì tagliava,
lambendo, il sangue colava dagli occhi, sulle tempie,
i figli non sanno nulla ...
XII
Camminare diviene intollerabile è passato
un altro anno, con i piedi incollati ai pavimenti,
prima o dopo, con le gambe ridotte all’osso,
miele dei muscoli, più che un’antica verità,
rinchiuso nella stanza, non ti sa dire, e poi non c’è.
Sulle strade di ghiaccio, pattinando, con la sciarpa
verde e un berretto scuro, per un complesso di colpe,
breve felicità, non s’incontrano mai, così t’infurii,
gratti il muro con l’unghia e te la spezzi, disteso
sulla panchina, anitre imbalsamate galleggiano sul lago,
“mi raccontava una storia”— ‘sì, ma soltanto la fine.
XV
1 due stanno abbracciati, Con un mazzo di crisantemi,!
bevono alla loro tazza, le unghie nella schiena, la
candela gli brucia le mani, continua a camminare in
ginocchio, tenero pallone, curva del ventre, partorirà
un gatto, sotto la tenda, nuotando nell’ossigeno,
rana piena di latte, scivola lontano e la guardava,
sulla coperta di pelo, muoversi nella piazzetta, le
dita a O, il cagnolino alle calcagna, le impronte
From CARA
Biagio Marin
Fa sera e la silisa
Fa sera e la silisa
la me conpagna in svolo;
la sera mia s’ingrisa,
ma la silisa
no’ la me lassa solo.
La svola senpre sita,
ma cô ‘l cuor me se amala,
quel’ala che se cala
e mai nel svolo fala,
la me conserva in vita.
La xe solo un’osela
che a vespero, de sera,
la xe vignùa lisiera
a fâme primavera
qua drento la gno cela.
la me conpagna in svolo;
la sera mia s’ingrisa,
ma la silisa
no’ la me lassa solo.
La svola senpre sita,
ma cô ‘l cuor me se amala,
quel’ala che se cala
e mai nel svolo fala,
la me conserva in vita.
La xe solo un’osela
che a vespero, de sera,
la xe vignùa lisiera
a fâme primavera
qua drento la gno cela.
Camillo Sbarbaro
Magra dagli occhi lustri...
Magra dagli occhi lustri, dai pomelli
accesi,
la mia anima torbida che cerca
chi le somigli
trova te che sull’uscio aspetti gli uomini.
Tu sei la mia sorella di quest’ora.
Accompagnarti in qualche trattoria
di bassoporto
e guardarti mangiare avidamente!
E coricarmi senza desiderio
nel tuo letto!
Cadavere vicino ad un cadavere
bere dalla tua vista l’amarezza
come la spugna secca beve l’acqua!
Toccare le tue mani i tuoi capelli
che pure a te qualcuno avrà raccolto
in un piccolo ciuffo sulla testa!
E sentirmi guardato dai tuoi occhi
ostili, poveretta, e tormentarti
domandandoti il nome di tua madre...
Nessuna gioia vale questo amaro:
poterti fare piangere, potere
pianger con te.
accesi,
la mia anima torbida che cerca
chi le somigli
trova te che sull’uscio aspetti gli uomini.
Tu sei la mia sorella di quest’ora.
Accompagnarti in qualche trattoria
di bassoporto
e guardarti mangiare avidamente!
E coricarmi senza desiderio
nel tuo letto!
Cadavere vicino ad un cadavere
bere dalla tua vista l’amarezza
come la spugna secca beve l’acqua!
Toccare le tue mani i tuoi capelli
che pure a te qualcuno avrà raccolto
in un piccolo ciuffo sulla testa!
E sentirmi guardato dai tuoi occhi
ostili, poveretta, e tormentarti
domandandoti il nome di tua madre...
Nessuna gioia vale questo amaro:
poterti fare piangere, potere
pianger con te.
Camillo Sbarbaro
Occhi nuovi
Occhi nuovi,
attoniti--che guardano
come una stampa colorata il mondo;
occhi colore d’aria,
anticipi di cielo sulla terra
—il dolore v’è l’ombra d’una rondine,
un’acquata di primavera, il pianto—
occhi cui non ardiscono guardare
altri occhi:
occhi soli
come orfani a mano per la via;
tetri come lo specchio
della camera ad ore? che patì
la ripugnanza d’infiniti volti;
occhi che nessun piangere più lava;
occhi come pozzanghere, miei occhi.
attoniti--che guardano
come una stampa colorata il mondo;
occhi colore d’aria,
anticipi di cielo sulla terra
—il dolore v’è l’ombra d’una rondine,
un’acquata di primavera, il pianto—
occhi cui non ardiscono guardare
altri occhi:
occhi soli
come orfani a mano per la via;
tetri come lo specchio
della camera ad ore? che patì
la ripugnanza d’infiniti volti;
occhi che nessun piangere più lava;
occhi come pozzanghere, miei occhi.
Camillo Sbarbaro
Taci, anima mia...
Taci, anima mia. Son questi i tristi
giorni in cui senza volontà si vive,
i giorni dell’attesa disperata.
Come l’albero ignudo a mezzo inverno
che s’attrista nella deserta corte
io non credo di mettere più foglie
e dubito d’averle messe mai.
Andando per la strada così solo
tra la gente che m’urta e non mi vede
mi pare d’esser da me stesso assente.
E m’accalco ad udire dov’è ressa
sosto dalle vetrine abbarbagliato
e mi volto al frusciare d’ogni gonna.
Per la voce d’un cantastorie cieco
per l’improvviso lampo d’una nuca
mi sgocciolan dagli occhi sciocche lacrime
mi s’accendon negli occhi cupidigie.
Ché tutta la mia vita è nei miei occhi:
ogni cosa che passa la commuove come
debole vento un’acqua morta.
Io son come uno specchio rassegnato
che riflette ogni cosa per la via.
In me stesso non guardo perché nulla
vi troverei...
E, venuta la sera, nel mio letto
mi stendo lungo come in una bara.
giorni in cui senza volontà si vive,
i giorni dell’attesa disperata.
Come l’albero ignudo a mezzo inverno
che s’attrista nella deserta corte
io non credo di mettere più foglie
e dubito d’averle messe mai.
Andando per la strada così solo
tra la gente che m’urta e non mi vede
mi pare d’esser da me stesso assente.
E m’accalco ad udire dov’è ressa
sosto dalle vetrine abbarbagliato
e mi volto al frusciare d’ogni gonna.
Per la voce d’un cantastorie cieco
per l’improvviso lampo d’una nuca
mi sgocciolan dagli occhi sciocche lacrime
mi s’accendon negli occhi cupidigie.
Ché tutta la mia vita è nei miei occhi:
ogni cosa che passa la commuove come
debole vento un’acqua morta.
Io son come uno specchio rassegnato
che riflette ogni cosa per la via.
In me stesso non guardo perché nulla
vi troverei...
E, venuta la sera, nel mio letto
mi stendo lungo come in una bara.
Camillo Sbarbaro
Taci, anima stanca di godere
Taci, anima stanca di godere
e di soffrire (all’uno e all’altro vai
rassegnata).
Nessuna voce tua odo se ascolto:
non di rimpianto per la miserabile
giovinezza, non d’ira o di speranza,
e neppure di tedio.
Giaci come
il corpo, ammutolita, tutta piena
d’una rassegnazione disperata.
Non ci stupiremmo,
non è vero, mia anima, se il cuore
si fermasse, sospeso se ci fosse
il fiato...
Invece camminiamo,
camminiamo io e te come sonnambuli.
E gli alberi son alberi, le case
sono case, le donne
che passano son donne, e tutto è quello
che è, soltanto quel che è.
La vicenda di gioia e di dolore
non ci tocca. Perduto ha la voce
la sirena del mondo, e il mondo è un grande
deserto.
Nel deserto
io guardo con asciutti occhi me stesso.
e di soffrire (all’uno e all’altro vai
rassegnata).
Nessuna voce tua odo se ascolto:
non di rimpianto per la miserabile
giovinezza, non d’ira o di speranza,
e neppure di tedio.
Giaci come
il corpo, ammutolita, tutta piena
d’una rassegnazione disperata.
Non ci stupiremmo,
non è vero, mia anima, se il cuore
si fermasse, sospeso se ci fosse
il fiato...
Invece camminiamo,
camminiamo io e te come sonnambuli.
E gli alberi son alberi, le case
sono case, le donne
che passano son donne, e tutto è quello
che è, soltanto quel che è.
La vicenda di gioia e di dolore
non ci tocca. Perduto ha la voce
la sirena del mondo, e il mondo è un grande
deserto.
Nel deserto
io guardo con asciutti occhi me stesso.
Cesare Pavese
Atlantic Oil
Il meccanico sbronzo è felice buttato in un fosso.
Dalla piola, di notte, con cinque minuti di prato,
uno è a casa; ma prima c’è il fresco dell’erba
da godere, e il meccanico dorme che viene già l’alba.
A due passi, nel prato, è rizzato il cartello
rosso e nero: chi troppo s’accosti, non riesce più a leggerlo,
tanto è largo. A quest’ora è ancor umido
di rugiada. La strada, di giorno, lo copre di polvere,
come copre i cespugli. Il meccanico, sotto, si stira nel sonno.
È l’estremo silenzio. Tra poco, al tepore del sole,
passeranno le macchine senza riposo, svegliando la polvere.
Improvvise alla cima del colle, rallentano un poco,
poi si buttano giù dalla curva. Qualcuna si ferma
nella polvere, avanti al garage, che la imbeve di litri.
I meccanici, un poco intontiti, saranno al mattino
sui bidoni, seduti, aspettando un lavoro.
Fa piacere passare il mattino seduto nell’ombra.
Qui la puzza degli olii si mesce all’odore di verde,
di tabacco e di vino, e il lavoro li viene a trovare
sulla porta di casa. Ogni tanto, c’è fino da ridere:
contadine che passano e dànno la colpa, di bestie e di spose
spaventate, al garage che mantiene il passaggio;
contadini che guardano bieco. Ciascuno, ogni tanto,
fa una svelta discesa a Torino e ritorna più sgombro.
Poi, tra il ridere e il vendere litri, qualcuno si ferma:
questi campi, a guardarli, son pieni di polvere
della strada e, a sedersi sull’erba, si viene scacciati.
Tra le coste, c’è sempre una vigna che piace sulle altre:
finirà che il meccanico sposa la vigna che piace
con la cara ragazza, e uscirà dentro il sole,
ma a zappare, e verrà tutto nero sul collo
e berrà del suo vino, torchiato le sere d’autunno in cantina.
Anche a notte ci passano macchine, ma silenziose,
tantoché l’ubriaco, nel fosso, non l’hanno svegliato.
Nella notte non levano polvere e il fascio dei fari
svela in pieno il cartello sul prato, alla curva.
Sotto l’alba trascorrono caute e non s’ode rumore,
se non brezza che passa, e toccata la cima
si dileguano nella pianura, affondando nell’ombra.
Dalla piola, di notte, con cinque minuti di prato,
uno è a casa; ma prima c’è il fresco dell’erba
da godere, e il meccanico dorme che viene già l’alba.
A due passi, nel prato, è rizzato il cartello
rosso e nero: chi troppo s’accosti, non riesce più a leggerlo,
tanto è largo. A quest’ora è ancor umido
di rugiada. La strada, di giorno, lo copre di polvere,
come copre i cespugli. Il meccanico, sotto, si stira nel sonno.
È l’estremo silenzio. Tra poco, al tepore del sole,
passeranno le macchine senza riposo, svegliando la polvere.
Improvvise alla cima del colle, rallentano un poco,
poi si buttano giù dalla curva. Qualcuna si ferma
nella polvere, avanti al garage, che la imbeve di litri.
I meccanici, un poco intontiti, saranno al mattino
sui bidoni, seduti, aspettando un lavoro.
Fa piacere passare il mattino seduto nell’ombra.
Qui la puzza degli olii si mesce all’odore di verde,
di tabacco e di vino, e il lavoro li viene a trovare
sulla porta di casa. Ogni tanto, c’è fino da ridere:
contadine che passano e dànno la colpa, di bestie e di spose
spaventate, al garage che mantiene il passaggio;
contadini che guardano bieco. Ciascuno, ogni tanto,
fa una svelta discesa a Torino e ritorna più sgombro.
Poi, tra il ridere e il vendere litri, qualcuno si ferma:
questi campi, a guardarli, son pieni di polvere
della strada e, a sedersi sull’erba, si viene scacciati.
Tra le coste, c’è sempre una vigna che piace sulle altre:
finirà che il meccanico sposa la vigna che piace
con la cara ragazza, e uscirà dentro il sole,
ma a zappare, e verrà tutto nero sul collo
e berrà del suo vino, torchiato le sere d’autunno in cantina.
Anche a notte ci passano macchine, ma silenziose,
tantoché l’ubriaco, nel fosso, non l’hanno svegliato.
Nella notte non levano polvere e il fascio dei fari
svela in pieno il cartello sul prato, alla curva.
Sotto l’alba trascorrono caute e non s’ode rumore,
se non brezza che passa, e toccata la cima
si dileguano nella pianura, affondando nell’ombra.
Cesare Pavese
Donne appassionate
Le ragazze al crepuscolo scendono in acqua,
quando il mare svanisce, disteso. Nel bosco
ogni foglia trasale, mentre emergono caute
sulla sabbia e si siedono a riva. La schiuma
fa i suoi giochi inquieti, lungo l’acqua remota.
Le ragazze han paura delle alghe sepolte
sotto le onde, che afferrano le gambe e le spalle:
quant’è nudo, del corpo. Rimontano rapide a riva
e si chiamano a nome, guardandosi intorno.
Anche le ombre sul fondo del mare, nel buio,
sono enormi e si vedono muovere incerte,
come attratte dai corpi che passano. Il bosco
è un rifugio tranquillo, nel sole calante,
più che il greto, ma piace alle scure ragazze
star sedute all’aperto, nel lenzuolo raccolto.
Stanno tutte accosciate, serrando il lenzuolo
alle gambe, e contemplano il mare disteso
come un prato al crepuscolo. Oserebbe qualcuna
ora stendersi nuda in un prato? Dal mare
balzerebbero le alghe, che sfiorano i piedi,
a ghermire e ravvolgere il corpo tremante.
Ci son occhi nel mare, che traspaiono a volte.
Quell’ignota straniera, che nuotava di notte
sola e nuda, nel buio quando muta la luna,
è scomparsa una notte e non torna mai più.
Era grande e doveva esser bianca abbagliante
perché gli occhi, dal fondo del mare, giungessero a lei.
quando il mare svanisce, disteso. Nel bosco
ogni foglia trasale, mentre emergono caute
sulla sabbia e si siedono a riva. La schiuma
fa i suoi giochi inquieti, lungo l’acqua remota.
Le ragazze han paura delle alghe sepolte
sotto le onde, che afferrano le gambe e le spalle:
quant’è nudo, del corpo. Rimontano rapide a riva
e si chiamano a nome, guardandosi intorno.
Anche le ombre sul fondo del mare, nel buio,
sono enormi e si vedono muovere incerte,
come attratte dai corpi che passano. Il bosco
è un rifugio tranquillo, nel sole calante,
più che il greto, ma piace alle scure ragazze
star sedute all’aperto, nel lenzuolo raccolto.
Stanno tutte accosciate, serrando il lenzuolo
alle gambe, e contemplano il mare disteso
come un prato al crepuscolo. Oserebbe qualcuna
ora stendersi nuda in un prato? Dal mare
balzerebbero le alghe, che sfiorano i piedi,
a ghermire e ravvolgere il corpo tremante.
Ci son occhi nel mare, che traspaiono a volte.
Quell’ignota straniera, che nuotava di notte
sola e nuda, nel buio quando muta la luna,
è scomparsa una notte e non torna mai più.
Era grande e doveva esser bianca abbagliante
perché gli occhi, dal fondo del mare, giungessero a lei.
Cesare Pavese
Lo steddazzu
L’uomo solo si leva che il mare è ancor buio
e le stelle vacillano. Un tepore di fiato
sale su dalla riva, dov’è il letto del mare,
e addolcisce il respiro. Quest’è l’ora in cui nulla
può accadere. Perfino la pipa tra i denti
pende spenta. Notturno è il sommesso sciacquìo.
L’uomo solo ha già acceso un gran fuoco di rami
e lo guarda arrossare il terreno. Anche il mare
tra non molto sarà come il fuoco, avvampante.
Non c’è cosa più amara che l’alba di un giorno
in cui nulla accadrà. Non c’è cosa più amara
che l’inutilità. Pende stanca nel cielo
una stella verdognola, sorpresa dall’alba.
Vede il mare ancor buio e la macchia di fuoco
a cui l’uomo, per fare qualcosa, si scalda;
vede, e cade dal sonno tra le fosche montagne
dov’è un letto di neve. La lentezza dell’ora
è spietata, per chi non aspetta più nulla.
Val la pena che il sole si levi dal mare
e la lunga giornata cominci? Domani
tornerà l’alba tiepida con la diafana luce
e sarà come ieri e mai nulla accadrà.
L’uomo solo vorrebbe soltanto dormire.
Quando l’ultima stella si spegne nel cielo,
l’uomo adagio prepara la pipa e l’accende.
e le stelle vacillano. Un tepore di fiato
sale su dalla riva, dov’è il letto del mare,
e addolcisce il respiro. Quest’è l’ora in cui nulla
può accadere. Perfino la pipa tra i denti
pende spenta. Notturno è il sommesso sciacquìo.
L’uomo solo ha già acceso un gran fuoco di rami
e lo guarda arrossare il terreno. Anche il mare
tra non molto sarà come il fuoco, avvampante.
Non c’è cosa più amara che l’alba di un giorno
in cui nulla accadrà. Non c’è cosa più amara
che l’inutilità. Pende stanca nel cielo
una stella verdognola, sorpresa dall’alba.
Vede il mare ancor buio e la macchia di fuoco
a cui l’uomo, per fare qualcosa, si scalda;
vede, e cade dal sonno tra le fosche montagne
dov’è un letto di neve. La lentezza dell’ora
è spietata, per chi non aspetta più nulla.
Val la pena che il sole si levi dal mare
e la lunga giornata cominci? Domani
tornerà l’alba tiepida con la diafana luce
e sarà come ieri e mai nulla accadrà.
L’uomo solo vorrebbe soltanto dormire.
Quando l’ultima stella si spegne nel cielo,
l’uomo adagio prepara la pipa e l’accende.
Cesare Viviani
Ho dovuto concordare
Ho dovuto concordare la mia crescita, il mio futuro
con questo amore.
Più volte ho sperato che fosse una donna o un uomo.
Ma ogni sera la luce se ne andava e con il buio
le persone sparivano, tutte
con discrezione sparivano:
mai una con cui restare.
con questo amore.
Più volte ho sperato che fosse una donna o un uomo.
Ma ogni sera la luce se ne andava e con il buio
le persone sparivano, tutte
con discrezione sparivano:
mai una con cui restare.
Corrado Govoni
Villa chiusa
nella campagna romana
So d’una villa chiusa e abbandonata
da tempo immemorabile, segreta
e chiusa come il cuore d’un poeta
che viva in solitudine forzata.
La circonda una siepe, e par murata
di amaro bosso, e l’ombra alla pineta
da tanto più non rompe né più inquieta
la ciarliera fontana disseccata.
Tanta è la pace in questa intisichita
villa che sembra quasi che ogni cosa
sia veduta a traverso d’una lente.
Solo una ventarola arrugginita
in alto, su la torre silenziosa,
che gira, gira interminatamente.
From ARMONIA IN GRIGIO ET IN SILENZIO
So d’una villa chiusa e abbandonata
da tempo immemorabile, segreta
e chiusa come il cuore d’un poeta
che viva in solitudine forzata.
La circonda una siepe, e par murata
di amaro bosso, e l’ombra alla pineta
da tanto più non rompe né più inquieta
la ciarliera fontana disseccata.
Tanta è la pace in questa intisichita
villa che sembra quasi che ogni cosa
sia veduta a traverso d’una lente.
Solo una ventarola arrugginita
in alto, su la torre silenziosa,
che gira, gira interminatamente.
From ARMONIA IN GRIGIO ET IN SILENZIO
Dino Campana
Sogno di prigione
Nel viola della notte odo canzoni bronzee. La cella
è bianca, il giaciglio è bianco. La cella è bianca, pie-
na di un torrente di voci che muoiono nelle angeliche
cune, delle voci angeliche bronzee è piena la cella
bianca. Silenzio: il viola della notte: in rabeschi dal-
le sbarre bianche il blu del sonno. Penso ad Anika:
stelle deserte su nevosi: strade bianche de-
serte: poi chiese di marmo bianche: nelle strade
Anika canta: un buffo dall’occhio infernale la guida,
che grida. Ora il mio paese tra le montagne. Io al
parapetto del cimitero davanti alla stazione che guar-
do il cammino nero delle macchine, su, giù. Non è
ancor notte; silenzio occhiuto di fuoco: le macchine
mangiano rimangiano il nero silenzio nel cammino
della notte. Un treno: si sgonfia arriva in silenzio,
è fermo: la porpora del treno morde la notte: dal
parapetto del cimitero le occhiaie rosse che si gon-
fiano nella notte: poi tutto, mi pare, si muta in rom-
bo: Da un finestrino in fuga io? io ch’alzo le braccia
nella luce!! (il treno mi passa sotto rombando come
un demonio).
è bianca, il giaciglio è bianco. La cella è bianca, pie-
na di un torrente di voci che muoiono nelle angeliche
cune, delle voci angeliche bronzee è piena la cella
bianca. Silenzio: il viola della notte: in rabeschi dal-
le sbarre bianche il blu del sonno. Penso ad Anika:
stelle deserte su nevosi: strade bianche de-
serte: poi chiese di marmo bianche: nelle strade
Anika canta: un buffo dall’occhio infernale la guida,
che grida. Ora il mio paese tra le montagne. Io al
parapetto del cimitero davanti alla stazione che guar-
do il cammino nero delle macchine, su, giù. Non è
ancor notte; silenzio occhiuto di fuoco: le macchine
mangiano rimangiano il nero silenzio nel cammino
della notte. Un treno: si sgonfia arriva in silenzio,
è fermo: la porpora del treno morde la notte: dal
parapetto del cimitero le occhiaie rosse che si gon-
fiano nella notte: poi tutto, mi pare, si muta in rom-
bo: Da un finestrino in fuga io? io ch’alzo le braccia
nella luce!! (il treno mi passa sotto rombando come
un demonio).
Eugenio Montale
Notizie dall’Amiata
Il fuoco d’artifizio del maltempo
sarà murmure d’arnie a tarda sera.
La stanza ha travature
tarlate ed un sentore di meloni
penetra dall’assito. Le fumate
morbide che risalgono una valle
d’elfi e di funghi fino al cono diafano
della cima m’intorbidano i vetri,
e ti scrivo di qui, da questo tavolo
remoto, dalla cellula di miele
di una sfera lanciata nello spazio –
e le gabbie coperte, il focolare
dove i marroni esplodono, le vene
di salnitro e di muffa sono il quadro
dove tra poco romperai. La vita
che t’affàbula è ancora troppo breve
se ti contiene! Schiude la tua icona
il fondo luminoso. Fuori piove.
E tu seguissi le fragili architetture
annerite dal tempo e dal carbone,
i cortili quadrati che hanno nel mezzo
il pozzo profondissimo; tu seguissi
il volo infagottato degli uccelli
notturni e in fondo al borro l’allucciolìo
della Galassia, la fascia d’ogni tormento.
Ma il passo che risuona a lungo nell’oscuro
è di chi va solitario e altro non vede
che questo cadere di archi, di ombre e di pieghe.
Le stelle hanno trapunti troppo sottili,
l’occhio del campanile è fermo sulle due ore,
i rampicanti anch’essi sono un’ascesa
di tenebre ed il loro profumo duole amaro.
Ritorna domani più freddo, vento del nord,
spezza le antiche mani dell’arenaria,
sconvolgi i libri d’ore nei solai,
e tutto sia lente tranquilla, dominio, prigione
del senso che non dispera! Ritorna più forte
vento di settentrione che rendi care
le catene e suggelli le spore del possibile!
Son troppo strette le strade, gli asini neri
che zoccolano in fila dànno scintille,
dal picco nascosto rispondono vampate di magnesio.
Oh il gocciolìo che scende a rilento
dalle casipole buie, il tempo fatto acqua,
il lungo colloquio coi poveri morti, la cenere, il vento,
il vento che tarda, la morte, la morte che vive!
Questa rissa cristiana che non ha
se non parole d’ombra e di lamento
che ti porta di me? Meno di quanto
t’ha rapito la gora che s’interra
dolce nella sua chiusa di cemento.
Una ruota di mola, un vecchio tronco,
confini ultimi al mondo. Si disfà
un cumulo di strame: e tardi usciti
a unire la mia veglia al tuo profondo
sonno che li riceve, i porcospini
s’abbeverano a un filo di pietà.
sarà murmure d’arnie a tarda sera.
La stanza ha travature
tarlate ed un sentore di meloni
penetra dall’assito. Le fumate
morbide che risalgono una valle
d’elfi e di funghi fino al cono diafano
della cima m’intorbidano i vetri,
e ti scrivo di qui, da questo tavolo
remoto, dalla cellula di miele
di una sfera lanciata nello spazio –
e le gabbie coperte, il focolare
dove i marroni esplodono, le vene
di salnitro e di muffa sono il quadro
dove tra poco romperai. La vita
che t’affàbula è ancora troppo breve
se ti contiene! Schiude la tua icona
il fondo luminoso. Fuori piove.
E tu seguissi le fragili architetture
annerite dal tempo e dal carbone,
i cortili quadrati che hanno nel mezzo
il pozzo profondissimo; tu seguissi
il volo infagottato degli uccelli
notturni e in fondo al borro l’allucciolìo
della Galassia, la fascia d’ogni tormento.
Ma il passo che risuona a lungo nell’oscuro
è di chi va solitario e altro non vede
che questo cadere di archi, di ombre e di pieghe.
Le stelle hanno trapunti troppo sottili,
l’occhio del campanile è fermo sulle due ore,
i rampicanti anch’essi sono un’ascesa
di tenebre ed il loro profumo duole amaro.
Ritorna domani più freddo, vento del nord,
spezza le antiche mani dell’arenaria,
sconvolgi i libri d’ore nei solai,
e tutto sia lente tranquilla, dominio, prigione
del senso che non dispera! Ritorna più forte
vento di settentrione che rendi care
le catene e suggelli le spore del possibile!
Son troppo strette le strade, gli asini neri
che zoccolano in fila dànno scintille,
dal picco nascosto rispondono vampate di magnesio.
Oh il gocciolìo che scende a rilento
dalle casipole buie, il tempo fatto acqua,
il lungo colloquio coi poveri morti, la cenere, il vento,
il vento che tarda, la morte, la morte che vive!
Questa rissa cristiana che non ha
se non parole d’ombra e di lamento
che ti porta di me? Meno di quanto
t’ha rapito la gora che s’interra
dolce nella sua chiusa di cemento.
Una ruota di mola, un vecchio tronco,
confini ultimi al mondo. Si disfà
un cumulo di strame: e tardi usciti
a unire la mia veglia al tuo profondo
sonno che li riceve, i porcospini
s’abbeverano a un filo di pietà.
Felice Piemontese
A un amico che parte
È a molte ore d’aereo, l’ Australia, ma
anche se la partenza di un amico
che va lontano mi angoscia, devo approvarla
la sua decisione di stabilirsi laggiù — non
come un eremita, certo — a Melbourne
o a Perth, a Sidney o in Tasmania, approdi
piacevoli, o rifugi deliziosi, credo. Io, poi,
che alla suburra preferirei perfino i papua
o i pigmei. Si è mai visto, del resto, luogo,
per quanto misero e desolato, che non sia
preferibile agli orribili rumori, al terrore
dei crolli, ai mille pericoli di questa
città tremenda, dove nemmeno in pieno
agosto sfuggi non, ahimè, al vociare
dei poeti, ma ai mille
televisori accesi, al rombo
incessante dei motori, al gridare
scomposto di lerce megere e dei loro
azzimati rampolli? Dunque, amico,
fuggi lontano, finché la canizie
è solo un accenno. Chi rimane
dovrà vedersela con
lestofanti e ruffiani, ciarlatani
e sciacqualatrine, rimestatori
di cloache e venditori
di fumo, astrologi
e fattucchiere, aspiranti
puttane — a venti anni già incapaci
di distinguere la bocca
dalla fica — e adulatori
(sempre pronti a lodare
le chiacchiere di un inetto, ad ammirare
con voce strozzata
le esibizioni
di un saltimbanco, ad applaudire
sfrenatamente se il padrone
ha ruttato bene o ha pisciato
senza problemi).
Pensa a me, qualche volta,
amico, alle lunghe
passeggiate sul molo
di Cetara, alle luci lontane
dei giardini di Augusto, alle nostre
visioni senza peso, qui, dove tutto
è sommerso
da non vulcanico fango.
anche se la partenza di un amico
che va lontano mi angoscia, devo approvarla
la sua decisione di stabilirsi laggiù — non
come un eremita, certo — a Melbourne
o a Perth, a Sidney o in Tasmania, approdi
piacevoli, o rifugi deliziosi, credo. Io, poi,
che alla suburra preferirei perfino i papua
o i pigmei. Si è mai visto, del resto, luogo,
per quanto misero e desolato, che non sia
preferibile agli orribili rumori, al terrore
dei crolli, ai mille pericoli di questa
città tremenda, dove nemmeno in pieno
agosto sfuggi non, ahimè, al vociare
dei poeti, ma ai mille
televisori accesi, al rombo
incessante dei motori, al gridare
scomposto di lerce megere e dei loro
azzimati rampolli? Dunque, amico,
fuggi lontano, finché la canizie
è solo un accenno. Chi rimane
dovrà vedersela con
lestofanti e ruffiani, ciarlatani
e sciacqualatrine, rimestatori
di cloache e venditori
di fumo, astrologi
e fattucchiere, aspiranti
puttane — a venti anni già incapaci
di distinguere la bocca
dalla fica — e adulatori
(sempre pronti a lodare
le chiacchiere di un inetto, ad ammirare
con voce strozzata
le esibizioni
di un saltimbanco, ad applaudire
sfrenatamente se il padrone
ha ruttato bene o ha pisciato
senza problemi).
Pensa a me, qualche volta,
amico, alle lunghe
passeggiate sul molo
di Cetara, alle luci lontane
dei giardini di Augusto, alle nostre
visioni senza peso, qui, dove tutto
è sommerso
da non vulcanico fango.
Felice Piemontese
Li ho tagliati, e ho tolto
Li ho tagliati, e ho tolto il campanello alla porta di casa, e ho
sbarrato le finestre che apro soltanto di notte, per qualche
minuto, sperando che l’aria si sia un po’ purificata che il virus
non circoli... Alla porta d’ingresso, al posto della targhetta con
il mio nome e quello di mia moglie, ho incollato un cartellone
dove ho scritto con pennarello nero PARTITI SENZA
LASCIARE INDIRIZZO...
sbarrato le finestre che apro soltanto di notte, per qualche
minuto, sperando che l’aria si sia un po’ purificata che il virus
non circoli... Alla porta d’ingresso, al posto della targhetta con
il mio nome e quello di mia moglie, ho incollato un cartellone
dove ho scritto con pennarello nero PARTITI SENZA
LASCIARE INDIRIZZO...
Felice Piemontese
Nessuna notizia, naturalmente
Nessuna notizia naturalmente. Ho pensato anche di passare
per la locanda per chiedere se sanno qualcosa. Ma mi
hanno proibito di farlo, e temo di combinare qualche guaio.
Del resto non sono più uscito, da quando si è conclusa
la faccenda Spinelli. E non so se uscirò più di casa...per un
certo periodo almeno. ..Ho fatto provviste di generi alimentari...
con le scorte che ho, posso starmene qui tranquillo chi
sa quanto tempo...aspettando
per la locanda per chiedere se sanno qualcosa. Ma mi
hanno proibito di farlo, e temo di combinare qualche guaio.
Del resto non sono più uscito, da quando si è conclusa
la faccenda Spinelli. E non so se uscirò più di casa...per un
certo periodo almeno. ..Ho fatto provviste di generi alimentari...
con le scorte che ho, posso starmene qui tranquillo chi
sa quanto tempo...aspettando
Francesco Petrarca
Sono e pensoso i più deserti campi
Sono e pensoso i più deserti campi
vo misurando a passi tardi e lenti;
e gli occhi porto, per fuggire, intenti,
ove vestigio uman l’arena stampi.
Altro schermo non trovo che mi scampi
dal manifesto accorger de le genti;
perchè ne gli atti d’allegrezza spenti
di fuor si legge conio dentro avvampi:
sì clio mi credo omai che monti e piagge
e fiumi e selve sappian di che tempre
IO
sia la mia vita, ch’è celata altrui.
Ma pur sì aspre vie nè sì selvagge
cercar non so, ch’Amor non venga sempre
ragionando con meco, ed io con lui.
vo misurando a passi tardi e lenti;
e gli occhi porto, per fuggire, intenti,
ove vestigio uman l’arena stampi.
Altro schermo non trovo che mi scampi
dal manifesto accorger de le genti;
perchè ne gli atti d’allegrezza spenti
di fuor si legge conio dentro avvampi:
sì clio mi credo omai che monti e piagge
e fiumi e selve sappian di che tempre
IO
sia la mia vita, ch’è celata altrui.
Ma pur sì aspre vie nè sì selvagge
cercar non so, ch’Amor non venga sempre
ragionando con meco, ed io con lui.
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