A un amico che parte

È a molte ore d’aereo, l’ Australia, ma
anche se la partenza di un amico
che va lontano mi angoscia, devo approvarla
la sua decisione di stabilirsi laggiù — non
come un eremita, certo — a Melbourne
o a Perth, a Sidney o in Tasmania, approdi
piacevoli, o rifugi deliziosi, credo. Io, poi,
che alla suburra preferirei perfino i papua
o i pigmei. Si è mai visto, del resto, luogo,
per quanto misero e desolato, che non sia
preferibile agli orribili rumori, al terrore
dei crolli, ai mille pericoli di questa
città tremenda, dove nemmeno in pieno
agosto sfuggi non, ahimè, al vociare
dei poeti, ma ai mille
televisori accesi, al rombo
incessante dei motori, al gridare
scomposto di lerce megere e dei loro
azzimati rampolli? Dunque, amico,
fuggi lontano, finché la canizie
è solo un accenno. Chi rimane
dovrà vedersela con
lestofanti e ruffiani, ciarlatani
e sciacqualatrine, rimestatori
di cloache e venditori
di fumo, astrologi
e fattucchiere, aspiranti
puttane — a venti anni già incapaci
di distinguere la bocca
dalla fica — e adulatori
(sempre pronti a lodare
le chiacchiere di un inetto, ad ammirare
con voce strozzata
le esibizioni
di un saltimbanco, ad applaudire
sfrenatamente se il padrone
ha ruttato bene o ha pisciato
senza problemi).
Pensa a me, qualche volta,
amico, alle lunghe
passeggiate sul molo
di Cetara, alle luci lontane
dei giardini di Augusto, alle nostre
visioni senza peso, qui, dove tutto
è sommerso
da non vulcanico fango.
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