Antonio Porta

Antonio Porta

Agonia di una lucertola

agonia di una lucertola
ventreaperto digrigna, schizza odio
la coda continua a battere
la mia mente come la sua pancia

1.,-1982

From IL GIARDINIERE CONTRO IL BECCHINO
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Poesie

18

Agonia di una lucertola

agonia di una lucertola
ventreaperto digrigna, schizza odio
la coda continua a battere
la mia mente come la sua pancia

1.,-1982

From IL GIARDINIERE CONTRO IL BECCHINO

Airone (4)

quello che è rimasto,
quello che resiste,
là sotto, tu lo vedi,
airone, sotto le montagne di macerie,
dentro i crateri delle bombe,
sotto le colline d’immondizia,
lì dove resiste, continua,
rinasce la semplice vita,
ultima, dimenticata, dileggiata
rimossa, ridotta a poltiglia
nella mente degli uomini,
la semplice vita,
il nascere e morire,
rinascere e volare via,
aprirsi, amare,
quello che è vivo, amore,
sotto la semina dell’odio

Aprire (1, 2, 3)

I

Dietro la porta nulla, dietro la tenda,
l’impronta impressa sulla parete, sotto,
l’auto, la finestra, si ferma, dietro la tenda,
un vento che la scuote, sul soffitto nero
una macchia più oscura, impronta della mano,
alzandosi si è appoggiato, nulla, premendo,
un fazzoletto di seta, il lampadario oscilla,
un nodo, la luce, macchia d’inchiostro,
sul pavimento, sopra la tenda, la paglietta che raschia,
sul pavimento gocce di sudore, alzandosi,
la macchia non scompare, dietro la tenda,
la seta nera del fazzoletto, luccica nella mano,
sulla poltrona un nodo di seta, luccica,
ferita, ora il sangue sulla parete,
la seta del fazzoletto agita una mano.

II

Le calze infila, nere, e sfila, con i denti,
la spaccata, il doppio salto, in un istante, la calzamaglia,
all’indietro, capriola, poi la spaccata, i seni
premono il pavimento, dietro i capelli, dietro la porta,
non c’è, c’è il salto all’indietro, le cuciture,
l’impronta della mano, all’indietro, sul soffitto,
la ruota, delle gambe e delle braccia, di fianco,
dei seni, gli occhi, bianchi, contro il soffitto,
dietro la porta, calze di seta appese, la capriola.

III

Perché la tenda scuote, si è alzato,
il vento, nello spiraglio la luce, il buio,
dietro la tenda c’è, la notte, il giorno,
nei canali le barche, in gruppo, i quieti canali,
navigano, cariche di sabbia, sotto i ponti,
è mattina, il ferro dei passi, remi e motori,
i passi sulla sabbia, il vento sulla sabbia,
le tende sollevano i lembi, perché è notte,
giorno di vento, di pioggia sul mare,
dietro la porta il mare, la tenda si riempie di sabbia,
di calze, di pioggia, appese, sporche di sangue.

From I RAPPORTI

azzannano le mani

Esortazione
nel distendere dietro la nuca una parete di metallo
nell’appoggiare le mani sopra una parete che non c’è
come si propongono azioni di fronte a un pubblico pagato da
[altri
alzatevi e intingetevi l’indice
voltatevi e indicate l’uscita

osservando sollevando tutte le tende di seta
staccando distendendo le dita sopra questa parete
come si strangolano animali in una stanza gremita

alzatevi e dite di toccarvi
subito e in fretta
subito saltate via

Chi non ha mai toccato un falco

chi non ha mai toccato un falco
chi non ha mai accarezzato il dorso di un falcone dorato
chi non ha mai succhiato la coda di un astòre
senza aver abbandonato una mano sulla finestra
senza aver appoggiato le guance ai mattoni assolati
senza aver riempito lo scroto col ventre del falco
non conosce i celesti
non ha avuto doni dal dio
è un comune mortale come tutti
con un bicchiere di vino davanti
le braghe bagnate
e i capelli tinti

Dialogo con Herz

“Fui preso dal terrore divenendo lepre
e accettare, poi, entrò nelle abitudini.
“Fosse vero potrei uccidermi. “Quale è
il destino delle lepri?” “La morte semplice.
“Mi possedeva una paura rivoltante, squittivo,
di notte, e brucavo le foglie, di cavolo
e di tabacco. D’inverno consumai le riserve.

“Non voglio divenire lepre, ma uccello
e impigliarmi tra le spine. “La lepre muore
di freddo, di fame, di vecchiaia o fucilata.
Basta agli uccelli, spesso, un forte
vento notturno, tramontana? tra le anitre
congelate. “Herz, disse sulla terrazza,
‘verremo risucchiati da una grondaia in un giorno
di pioggia, emblema di violenze.

“Desideravo da tempo muovermi
tra gli alberi: divenire uccello e nel
fogliame estivo scoprire il cunicolo,
giungere al fondamento. “Toccare le radici
e leccare sostanze nutritive. “La vecchia
abbaia, hai detto, “e lo scemo ha urtato
il muro, con la ruota. Stizzito solleva
la maschera dalle pietre e ricade nell’incertezza
di un universo in furioso divenire.

“Scivolo nuotando tra alghe pericolose.
Affondo in fitte vegetazioni, ricoperto
di formiche e di foglie. Mastico piume,
è quasi la conoscenza: con la luce
del giorno tra le fessure e la polvere
che si alza in un formicolìo di protezione
e di salvezza.

Per i capelli ci afferra il vento, è vero,
dietro la nuvola si arresta un cielo specchiante:
nell’ombra maculata? lo raggiunge la voce di Herz.
La sera, in terrazza, continuarono, felici:
“Avrà mai fine l’arbitrio del giorno e della notte?”?

1960-1961

Farfalle di luce volano giù dalla montagna

farfalle di luce volano giù dalla montagna
gli scorpioni si acquattano
27..1982

i piedi affondano nella terra molle

i piedi affondano nella terra molle
i piedi si dimenticano dentro la terra molle
smemorato si allontana con le stampelle di legno
le gambe cedono a una svolta del sottobosco
qui il suolo rifiorisce tutto a tappeto
c’è una testa appoggiata al davanzale
una lingua si sporge per sete
stracolmo di inganni
paese di Primavera
ricordate

La bestia enorme acquattata

la bestia enorme acquattata
questa notte si è riempita di neve
la mattina si alza, la scuote via

27..1982

La rose

Dove sia che cosa faccia che pensi
da lontano odorate nei cespugli
mormora inudibile inclinata ai suoi cani
in dono le portano barboncini albicocca
l’inseguiva da pensieri comuni precipite
l’ancheggiare norma delle terrazze ombrose

in cima le mura gelate entra nella volpe
perimetro murale intestino paradiso
attraversa la stanza esce in campo aperto

dove va cosa dice che cosa chiede
in pienezza l’ornamento precede la stagione
la rosa accoglie i propri frutti nella pace

l’interno al riparo la bocca con foglie
sbucciato il corpo nei giardini dominicali
fiorita la pelle tra le pareti mobili
i pavoni del cuore scendono dalla neve

so come fare io so come dirlo
la gemma delle paure la fame cieca
l’albero delle defecazioni riempie di pruni

so perché io so come
l’intestino furente fa sguainare la spada
fame cieca gemma delle fatiche odio della sua gente

le notti più lunghe con i giorni brevissimi
che le tiepide amiche passeggiano sui colli
il poeta intimorito legge romanzi incompiuti
oltre la siepe d’uomini il fiume in odore
partendo per la campagna le ha consegnato un guanto
coi fazzoletti di seta cuce una piccola vela
i canali di rane sorreggono il suo canto

dita annodate in passeri guanti in forma d’ali
oltre gli inganni tranelli superabili
con l’aiuto del fuoco percorre le finestre
cingono le mura passeri guardiani

ai capelli arricciati cagnolini rabbiosi
le difese ingannevoli odorano la rosa
al giustacuore slacciato campanelli d’argento

in cavità procedente inumidisce le ciglia
l’interno della bocca nutrirà il passeggero
statica della rosa pieno della mente

la rosa maculata impensierisce i vicini
le tettine delle amiche tremano le sue dita
perché si è allontanata perché si è nascosta

lei si alza dal letto a contemplare il sonno
le amiche furenti a strapparle le vesti
si confida alla madre che approva le astinenze
nel sogno vede un cane congiungersi con lei
aderire alla rosa nutrirsi delle sue spine

so come entrare so che non si entra
so come fuggire so che non fuggirò
come chiamarti che non aprirò bocca
come avvicinarti che non ti toccherò

le amiche fedeli ricamano la piuma delle gabbiette
la spia del passeggero scopre uno dei luoghi
nel ventre del cavallo sono rinchiuse le chiavi

con ali variegate protetto dal freddo
con rane domestiche attraverso i fossati
con cani da volpe i sentieri ritrovati

gabbie presenti pareti non visibili
il seme galleggia senza luogo
incitano le mosche i cavalli alla rivolta
spine riempite di fazzoletti ombrosi

contro le mura gelate bordate di rane
negli specchi di ghiaccio mille occhi di lei
dall’utero il riflusso del seme incustodito
dove il viaggio si compie il viaggiatore è reale
nell’acqua della rosa il mare del cibo

le belve del guardiano si schierano alla siepe
il vento artificiale simula l’inverno
i missili nel giardino fingono minaccia
nelle stanze continuano le udienze
l’ombra del carcere si stende fino alle gambe
la muta dei suoi cani cade dalle terrazze

Libri

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