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I rapporti
Antonio Porta
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I rapporti

Meridiani e paralleli

1
L’esplosione dell’albero, estate, il castello carico di storia:
la passeggiata del granduca, libri, umanisti; cani
corrono il gran parco,
un alterco più dietro...
Per la strada al passaggio impietrì
della giovane musa, ostinato
l’inseguì, poi, sicuro di non raggiungerla.
Tentò un camion di travolgerlo,
sparì al di là del traffico
e una ferita nel dolente capo
attraversato da un’escavatrice. È vero,
raggiungere voleva il filo dell’Adriatico
e scovare lì notizie,
come chi su di una nuvola scruta la trascrizione di sé.

Sembrò per un momento l’appagasse
il mare di tulipani, il prato del castello tenuto verde al mattino
dove di sé tutto obliò.
L’autore del delitto rimase sconosciuto: e la sega
partendo di fianco riesce a lacerare, il tutto
abbandonando nell’ombra.

2
Salito a bordo si avvia: senza intoppi il motore lo conduce
nell’aria di un aperto mare trapassato
da alti pali di ronzanti telegrafi.
Fermo ad ascoltare. L’onda leggera risciacqua.
Ormai in navigazione, coperto di sale, prosegue
e pensa intanto a una terra
come l’antico folle scopritore:
d’alberi nuovi si vela l’orizzonte,
di uccelli. Galleggiano gusci scagliati da un vento.
E là doveva giungere e approdare? Eretta
nell’isola rapidamente una tenda,
visse per anni, impazzito.
Sparsi, attorno, cadaveri a migliaia, di pappagalli.

Rapporti umani (11, 12, 15)

XI

“Della mia vita, in un certo giorno,
non seppi più nulla, soltanto quello
che rivelò il barbiere domandando dei
miei figli e m’accorsi di non averne mai
saputo, guardandomi bene negli occhi sopra
la schiuma e i riflessi del rasoio.
Uscii e impolverai le scarpe tra le
pietre, e proseguii, le stringhe?
slacciate, sulla via di casa, il
gocciolio del sudore: entrando gualcosa
accadde, non ricordo; dietro il portone,
immobile tra i cristalli, l’ostilità di
mia moglie e mi chiesi chi era.
Per togliere la polvere, chinato, si recidevano
le stringhe, la fronte mi sanguinava, tra i
cristalli spezzati, le stringhe tra i capelli,
e premevo, frugando tra le schegge, scrivendo
nella polvere, la lingua mi sì tagliava,
lambendo, il sangue colava dagli occhi, sulle tempie,
i figli non sanno nulla ...

XII

Camminare diviene intollerabile è passato
un altro anno, con i piedi incollati ai pavimenti,
prima o dopo, con le gambe ridotte all’osso,
miele dei muscoli, più che un’antica verità,
rinchiuso nella stanza, non ti sa dire, e poi non c’è.
Sulle strade di ghiaccio, pattinando, con la sciarpa
verde e un berretto scuro, per un complesso di colpe,
breve felicità, non s’incontrano mai, così t’infurii,
gratti il muro con l’unghia e te la spezzi, disteso
sulla panchina, anitre imbalsamate galleggiano sul lago,
“mi raccontava una storia”— ‘sì, ma soltanto la fine.

XV

1 due stanno abbracciati, Con un mazzo di crisantemi,!
bevono alla loro tazza, le unghie nella schiena, la
candela gli brucia le mani, continua a camminare in
ginocchio, tenero pallone, curva del ventre, partorirà
un gatto, sotto la tenda, nuotando nell’ossigeno,
rana piena di latte, scivola lontano e la guardava,
sulla coperta di pelo, muoversi nella piazzetta, le
dita a O, il cagnolino alle calcagna, le impronte

From CARA

Vegetali, animali

Quel cervo la vigile fronte penetrata nei dintorni
nel vasto prato rotondamente galoppando
s’avviò; a volo le lunghe erbe
da ogni parte afferrava finché l’erba
cicuta lo pietrificò. L’albero l’ossatura allargava
cercando spazio tra gli alberi; con il ciuffo in breve
di un palmo l’altezza superò della foresta:
due guardie forestali quello segnarono col marchio.
Che alla scure segnala il punto dell’attacco.
L’insetto giallo sull’albero strisciava
ad alte foglie ampie come laghi:
a ciondolare. Intervenne a schizzargli la schiena
il becco del Bucorvo rosso e curvo come un ponte
d’avorio. Quel fiore foglie e petali distese
fino a inverosimili ampiezze: sostare vi potevano
colibrì e lo spesso gregge degli insetti.
Sciocco ed arruffone, recidendolo, l’esploratore
ne, con violente ditate, fece scempio.
Quel topo gli occhi aghiformi affilò
una veloce nuvola fissando che gonfiava salendo,
esplodeva sibilando nell’aria violenti pennacchi:
allo scoperto rimasto, topo del deserto, dall’attento
falco fu squarciato. L’uccello il folto
dei cespugli obliò, un lunghissimo verme
succhiò dalle zolle: due amici monelli
appostati gli occhi riuscirono a forargli
sulla gola inchiodandogli la preda dal becco
metà dentro e metà fuori.
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