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L’ultimo viaggio di Glenn
Glenn, come lo chiamavo nella mia mente io,
o com’è più dolce e semplice,
conm’è più vero:
Luigi.
Resti per me una crepa d’affetto
o un lampo intermittente nel cervello.
E anche tu, che non l’hai mai visto,
lo ami.
Tu che hai taciuto, e oggi non taci più,
hai la memoria smangiata come la tua macula:
cerchi e non trovi più
nemmeno la sua voce.
La prima immagine è il Lago di Garda,
scavata in bianco e nero fino all’Ortles.
Sarò solo un bambino,
ma mio padre vive in eterno.
Dopo la Jugoslavia, nel luglio del ’41,
con firma fiorita
salutava la Magda.
Lui se ne andò gettandoci
nell’improvviso smarrimento.
In un sacchetto della polizia,
ecco gli assegni, il pettine,
la benda per il polso...
Ciao, dico, adesso senza più tremare.
Io ti ho salvato, ascoltami.
Ti lascio il meglio del mio cuore
e con il bacio della gratitudine,
questa serenità commossa.
*
Così mi verso nel niente
scorro via nelle strade e nei mercati
come piscia di cane.
*
Il pensiero come lampo d’istante
che comunica con l’infinito
e degenera nella parola.
La prosa è infida: nasconde
confini traboccanti d’insignificanza.
se
Perché portiamo addosso
questa materia cotta
o questa roba da macelleria?
*
All’alba sono ancora al primo sonno
e ho fatto il sogno
di questa povera pietanza.
*
Il sole era già alto
e lei nella discesa oltre il cancello
così vecchina e piccola
infagottata nel suo cappotto blu.
Non potrò più dimenticare questi pomeriggi
seduto al tavolino col tuo vermut
a vederti mangiare
*
Vedevo nella stanza buia
tutte le luci del firmamento.
Il tuono mi faceva galleggiare
in squarci di vertigine e terrore
davanti all’orizzonte del mio vuoto.
sie
Ho rotto il mio bicchiere,
tutti i bei giorni sono già passati.
Da L’ultimo viaggio di Glenn
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L’ultimo viaggio di Glenn · Maurizio Cucchi
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