C’è come un dolore nella stanza, ed
è superato in parte: ma vince il peso
degli oggetti, il loro significare
peso e perdita.
C’è come un rosso nell’albero, ma è
l’arancione della base della lampada
comprata in luoghi che non voglio ricordare
perché anch’essi pesano.
Come nulla posso sapere della tua fame
precise nel volere
sono le stilizzate fontane
può ben situarsi un rovescio d’un destino
di uomini separati per obliquo rumore.
Delirai, imperfetta, su scale
di bastoni
cose di cucina, casa e
impellenti misure che
ti riconoscono l’abilità alle manovre.
L’erborista
mal si conteneva
cannibali si distinsero
per una sorta di selvaggia trasparenza
ma i tuoi grandi occhi
non versano in mal celato affetto altro
che stridenti colorazioni,
semplici abbandoni nel parcheggio affondato.
Trent’anni sono un lasso di tempo conveniente
per ritirare la mano dal fuoco umido
e stringere a sé i bambini che adoro
mentre fuori puzzavano vini inaciditi
un’unità
di cui disconosci le proprietà.
Trovai una pietra bagnata di lacrime
il suo soave splendore un
poco rovinato dalle palestre,
giuro di amare il catasto
nel suo gingillare per il perdono
nel pedigree delle destinazioni.
Se esco e faccio la spesa
orrore si fracassa appena
belle cicogne snelle
m’assembrano le membra.
scendete voi, abbracciate questa vostra
figlia che annaspa tra tomboloni e
mussulmani che giocano con le sue braccia
che invece, bianche, vorrebbero abbracciare
o strozzare ma mai fallire questi colpi
che diurnamente ricevono, pieni di
lividi e lividamente promuovete una
sete di dolcezza e aspra giustizia
oppure non lasciate più ch’io tormenti
(ed essi mi tormentano) questa mente
che muore ad ogni istante piena di
stretti nodi che ingombrano la sua
piana marcia ad un paese più bello introvabile
mentre muore lividamente anche la voglia
di essere più belli di quello che si
è.
Scendete, e scendete ancòra-—e infilate
nella vostra banale gioia il significare
d’una vita che ballonzola rattristata
dalla piena potenza del male degli
altri e del mio—il non sapere difendermi
da ottusa voglia.
Vivere un istante o mezz’ora e poi
ritrovarsi per una svista del pensiero
ancora più ingombra di inessenziali
rabbie!
Voce in capitolo non ebbero le sagge
mani: vi incontrai per poi farmi ostinatamente
massacrare da voi.
E il massacro volge in lussuria: e
la lussuria in estasi contemplata nel
grano sifilitico che s’attorciglia al
mio collo, stremato dai troppi abbandoni.
Abbandonarsi al vuoto sesso e poi ritenersi
anche insudiciati dalla nera pece del
fare così angusto dei poveri.
Sesso e violenza s’abbandonarono e
si ritrovarono infradiciati quel mattino
glorioso ove tutto cadde a pezzi, e
se saggezza con le sue microscopiche
usanze non ritira truppe dal votarsi
all’angoscia, e se una piccola fierezza
o svista può provocare angosce ritardate
allora cade a pezzi la giornata triste
per la tua feconda grettezza.
Ed è inerme che io battaglio per una
chiarezza che non ha permesso d’esistere
sinché tu giochi con questa providenza
che ci stampò in faccia quell’ansia
di esistere fuori d’un commerciale
attenersi alle più basse voglie; ma
vidi anche nella tua faccia il sigillo
della noncuranza e del vuoto armarsi
alla morte senza pensare alla vita!
I fiori vengono in dono e poi si dilatano
una sorveglianza acuta li silenzia
non stancarsi mai dei doni.
Il mondo è un dente strappato
non chiedetemi perché
io oggi abbia tanti anni
la pioggia è sterile.
Puntando ai semi distrutti
eri l’unione appassita che cercavo
rubare il cuore d’un altro per poi servirsene.
La speranza è un danno forse definitivo
le monete risuonano crude nel marmo
della mano.
Convincevo il mostro ad appartarsi
nelle stanze pulite d’un albergo immaginario
v’erano nei boschi piccole vipere imbalsamate.
Mi truccai a prete della poesia
ma ero morta alla vita
le viscere che si perdono
in un tafferuglio
ne muori spazzato via dalla scienza.
Il mondo è sottile e piano:
pochi elefanti vi girano, ottusi.
Sembrano minuscoli insetti festeggianti
uno sciame di motori squillanti, una
pena discissa in faticose attenzioni
e una radunata di bravate.
Nevica fuori: e tutto questo rassomiglia
ad una crisi giovanile di pianto se
non fosse che ora le lacrime sono asciutte
come la neve.
Un esperto di questioni meteorologiche
direbbe che si tratta di un innamoramento
ma io che sono un esperto in queste
cose direi forse che si tratta di una
imboscata!
Propongo un incontro col teschio,
una sfida al teschio
mantengo ferma e costante
chiusa nella fede impossibile
l’amor proprio
delle bestie.
Ogni giorno della sua inesplicabile esistenza
parole mute in fila.
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Documento · Amelia Rosselli
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