scendete voi, abbracciate questa vostra
figlia che annaspa tra tomboloni e
mussulmani che giocano con le sue braccia
che invece, bianche, vorrebbero abbracciare
o strozzare ma mai fallire questi colpi
che diurnamente ricevono, pieni di
lividi e lividamente promuovete una
sete di dolcezza e aspra giustizia
oppure non lasciate più ch’io tormenti
(ed essi mi tormentano) questa mente
che muore ad ogni istante piena di
stretti nodi che ingombrano la sua
piana marcia ad un paese più bello introvabile
mentre muore lividamente anche la voglia
di essere più belli di quello che si
è.

Scendete, e scendete ancòra-—e infilate
nella vostra banale gioia il significare
d’una vita che ballonzola rattristata
dalla piena potenza del male degli
altri e del mio—il non sapere difendermi
da ottusa voglia.
Vivere un istante o mezz’ora e poi
ritrovarsi per una svista del pensiero
ancora più ingombra di inessenziali
rabbie!

Voce in capitolo non ebbero le sagge
mani: vi incontrai per poi farmi ostinatamente
massacrare da voi.

E il massacro volge in lussuria: e
la lussuria in estasi contemplata nel
grano sifilitico che s’attorciglia al
mio collo, stremato dai troppi abbandoni.

Abbandonarsi al vuoto sesso e poi ritenersi
anche insudiciati dalla nera pece del
fare così angusto dei poveri.

Sesso e violenza s’abbandonarono e
si ritrovarono infradiciati quel mattino
glorioso ove tutto cadde a pezzi, e
se saggezza con le sue microscopiche
usanze non ritira truppe dal votarsi
all’angoscia, e se una piccola fierezza
o svista può provocare angosce ritardate
allora cade a pezzi la giornata triste
per la tua feconda grettezza.

Ed è inerme che io battaglio per una
chiarezza che non ha permesso d’esistere
sinché tu giochi con questa providenza
che ci stampò in faccia quell’ansia
di esistere fuori d’un commerciale
attenersi alle più basse voglie; ma
vidi anche nella tua faccia il sigillo
della noncuranza e del vuoto armarsi
alla morte senza pensare alla vita!
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