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Poesie di questo tema

Nonni e antenati

Amelia Rosselli

Amelia Rosselli

Dialogo con i Morti

scendete voi, abbracciate questa vostra
figlia che annaspa tra tomboloni e
mussulmani che giocano con le sue braccia
che invece, bianche, vorrebbero abbracciare
o strozzare ma mai fallire questi colpi
che diurnamente ricevono, pieni di
lividi e lividamente promuovete una
sete di dolcezza e aspra giustizia
oppure non lasciate più ch’io tormenti
(ed essi mi tormentano) questa mente
che muore ad ogni istante piena di
stretti nodi che ingombrano la sua
piana marcia ad un paese più bello introvabile
mentre muore lividamente anche la voglia
di essere più belli di quello che si
è.

Scendete, e scendete ancòra-—e infilate
nella vostra banale gioia il significare
d’una vita che ballonzola rattristata
dalla piena potenza del male degli
altri e del mio—il non sapere difendermi
da ottusa voglia.
Vivere un istante o mezz’ora e poi
ritrovarsi per una svista del pensiero
ancora più ingombra di inessenziali
rabbie!

Voce in capitolo non ebbero le sagge
mani: vi incontrai per poi farmi ostinatamente
massacrare da voi.

E il massacro volge in lussuria: e
la lussuria in estasi contemplata nel
grano sifilitico che s’attorciglia al
mio collo, stremato dai troppi abbandoni.

Abbandonarsi al vuoto sesso e poi ritenersi
anche insudiciati dalla nera pece del
fare così angusto dei poveri.

Sesso e violenza s’abbandonarono e
si ritrovarono infradiciati quel mattino
glorioso ove tutto cadde a pezzi, e
se saggezza con le sue microscopiche
usanze non ritira truppe dal votarsi
all’angoscia, e se una piccola fierezza
o svista può provocare angosce ritardate
allora cade a pezzi la giornata triste
per la tua feconda grettezza.

Ed è inerme che io battaglio per una
chiarezza che non ha permesso d’esistere
sinché tu giochi con questa providenza
che ci stampò in faccia quell’ansia
di esistere fuori d’un commerciale
attenersi alle più basse voglie; ma
vidi anche nella tua faccia il sigillo
della noncuranza e del vuoto armarsi
alla morte senza pensare alla vita!
Eugenio Montale

Eugenio Montale

Proda di Versilia

I miei morti che prego perché preghino
per me, per i miei vivi com’io invece
per essi non resurrezione ma
il compiersi di quella vita ch’ebbero
inesplicata e inesplicabile, oggi
più di rado discendono dagli orizzonti aperti
quando una mischia d’acque e cielo schiude
finestre ai raggi della sera, – sempre
più raro, astore celestiale, un cutter
bianco-alato li posa sulla rena.

Broli di zinnie tinte ad artificio
(nonne dal duro sòggolo le annaffiano,
chiuse lo sguardo a chi di fuorivia
non cede alle impietose loro mani
il suo male), cortili di sterpaglie
incanutite dove se entra un gatto
color frate gli vietano i rifiuti
voci irose; macerie e piatte altane
su case basse lungo un ondulato
declinare di dune e ombrelle aperte
al sole grigio, sabbia che non nutre
gli alberi sacri alla mia infanzia, il pino
selvatico, il fico e l’eucalipto.

A quell’ombre i primi anni erano folti,
gravi di miele, pur se abbandonati;
a quel rezzo anche se disteso sotto
due brandelli di crespo punteggiati
di zanzare dormivo nella stanza
d’angolo, accanto alla cucina, ancora
nottetempo o nel cuore d’una siesta
di cicale, abbagliante nel mio sonno,
travedevo oltre il muro, al lavandino,
care ombre massaggiare le murene
per respingerne in coda, e poi reciderle,
le spine; a quel perenne alto stormire
altri perduti con rastrelli e forbici
lasciavano il vivaio
dei fusti nani per i sempreverdi
bruciati e le cavane avide d’acqua.

Anni di scogli e di orizzonti stretti
a custodire vite ancora umane
e gesti conoscibili, respiro
o anelito finale di sommersi
simili all’uomo o a lui vicini pure
nel nome: il pesce prete, il pesce rondine,
l’àstice – il lupo della nassa – che
dimentica le pinze quando Alice
gli si avvicina... e il volo da trapezio
dei topi familiari da una palma
all’altra; tempo che fu misurabile
fino a che non s’aperse questo mare
infinito, di creta e di mondiglia.
Umberto Piersanti

Umberto Piersanti

Di marzo

tirava il vento gelido che spesso
attraversasti nonna a primavera
lunga fu l’orazione con le soste
come quando eri in vita che scandiva
la tua giornata estrema ai Cappuccini
restano ancora querce alle Cesane
e crescono le rape di questi giorni
solo la casa nostra in fondo al fosso
ho visto più rotta e devastata
sopra la macchia cresce come sempre
lì nell’infanzia spesso mi guidavi

mi resta una tua foto dove sei
con Jacopo che a un anno era stupito
per i volti diversi e così i luoghi
cresce in altro spazio dove il mare
si gonfia velenoso di schiuma e olio
solo quel giorno è stato sopra i campi
che la mia gente abita da sempre
penso che in quella foto insieme avete
cent’anni mancati così poco

ora tu sei nel breve cimitero
dove cresce l’anemone tra l’erba
guardo i greppi deserti ché nessuno
resta che li conosce in ogni ceppo
quanto sono caduti che m’hanno visto
mentre vago nei campi alla Cesana
molti ora sono in questo spiazzo
e ti è accanto Celeste che anche in vita
con te ha dimorato sotto il fosso

ora dov’è la fonte col folletto
e la piana remota dove a Madìo
saliva lo sprovinglo nel biroccio?
dove la terra brulla che ci ha dentro
i marenghi a mucchi sotto la genga?
deserte sono ora le Cesane
cessano le presenze o vanno altrove

sono arrivato dopo sopra il mare
con le ginestre spoglie dell’inverno
che tenace perdura e ci ha tolto
mai come quest’anno dolci amici
e una ragazza nuova e forestiera
è salita con me fin oltre i rovi
contro la stoffa premo la mia faccia
mentre le mani stringono la schiena

poi ti condussi al prato della chiesa
che sta sopra il villaggio abbandonato
c’inoltrammo di fianco in un sentiero
hai colto il fiore azzurro e piccolino
e m’hai chiesto il suo nome, dove
tu vivi — dici — non l’hai mai visto
non ti scordar di me io t’ho risposto
ferma nella tua mente l’ora e il luogo

un’altra volta il cielo era stellato
era lontana e fredda quella dama
bionda che sorrideva nella cena
ha le labbra serrate, dal finestrino
guarda i campi pendere gelati
vorrei goderla stretta contro il muro

non m’amano le donne in questi giorni
né m’accolgono più dentro di loro
solo sfiorano il volto e la mia mano
o giovinetta amica che m’accompagni
per lo Spineto colmo di favagelli
quieta ancora tu ascolta questa storia
d’un luogo che fu il mio e che diviene
un po’ più estraneo sempre e doloroso.
Da FRAMMENTI DI POEMA