Amelia Rosselli

Amelia Rosselli

1930–1996 · visse 65 anni IT IT

n. 1930-03-28, 16.º arrondissement de Paris · m. 1996-02-11

C’è come un dolore nella stanza...

C’è come un dolore nella stanza, ed
è superato in parte: ma vince il peso
degli oggetti, il loro significare
peso e perdita.

C’è come un rosso nell’albero, ma è
l’arancione della base della lampada
comprata in luoghi che non voglio ricordare
perché anch’essi pesano.

Come nulla posso sapere della tua fame
precise nel volere
sono le stilizzate fontane
può ben situarsi un rovescio d’un destino
di uomini separati per obliquo rumore.
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Poesie

15

C’è come un dolore nella stanza...

C’è come un dolore nella stanza, ed
è superato in parte: ma vince il peso
degli oggetti, il loro significare
peso e perdita.

C’è come un rosso nell’albero, ma è
l’arancione della base della lampada
comprata in luoghi che non voglio ricordare
perché anch’essi pesano.

Come nulla posso sapere della tua fame
precise nel volere
sono le stilizzate fontane
può ben situarsi un rovescio d’un destino
di uomini separati per obliquo rumore.

Delirai, imperfetta, su scale

Delirai, imperfetta, su scale
di bastoni
cose di cucina, casa e
impellenti misure che
ti riconoscono l’abilità alle manovre.

L’erborista
mal si conteneva
cannibali si distinsero
per una sorta di selvaggia trasparenza
ma i tuoi grandi occhi
non versano in mal celato affetto altro
che stridenti colorazioni,
semplici abbandoni nel parcheggio affondato.

Trent’anni sono un lasso di tempo conveniente
per ritirare la mano dal fuoco umido
e stringere a sé i bambini che adoro
mentre fuori puzzavano vini inaciditi
un’unità
di cui disconosci le proprietà.

Trovai una pietra bagnata di lacrime
il suo soave splendore un
poco rovinato dalle palestre,

giuro di amare il catasto
nel suo gingillare per il perdono
nel pedigree delle destinazioni.

Se esco e faccio la spesa
orrore si fracassa appena
belle cicogne snelle
m’assembrano le membra.

Di sollievo in sollievo...

Di sollievo in sollievo, le strisce bianche le carte bianche
un sollievo, di passaggio in passaggio una bicicletta nuova
con la candeggina che spruzza il cimitero.

Di sollievo in sollievo con la giacca bianca che sporge marroncino
sull’abisso, credenza tatuaggi e telefoni in fila, mentre
aspettando l’onorevole Rivulini mi sbottonavo. Di casa in casa
telegrafo, una bicicletta in più per favore se potete in qualche
modo spingere. Di sollievo in sollievo spingete la mia bicicletta
gialla, il mio fumare transitivi. Di sollievo in sollievo tutte
le carte sparse per terra o sul tavolo, liscie per credere
che il futuro m’aspetta.

Che m’aspetti il futuro! che m’aspetti che m’aspetti il futuro
biblico nella sua grandezza, una sorte contorta non l’ho trovata
facendo il giro delle macellerie.

Dialogo con i Morti

scendete voi, abbracciate questa vostra
figlia che annaspa tra tomboloni e
mussulmani che giocano con le sue braccia
che invece, bianche, vorrebbero abbracciare
o strozzare ma mai fallire questi colpi
che diurnamente ricevono, pieni di
lividi e lividamente promuovete una
sete di dolcezza e aspra giustizia
oppure non lasciate più ch’io tormenti
(ed essi mi tormentano) questa mente
che muore ad ogni istante piena di
stretti nodi che ingombrano la sua
piana marcia ad un paese più bello introvabile
mentre muore lividamente anche la voglia
di essere più belli di quello che si
è.

Scendete, e scendete ancòra-—e infilate
nella vostra banale gioia il significare
d’una vita che ballonzola rattristata
dalla piena potenza del male degli
altri e del mio—il non sapere difendermi
da ottusa voglia.
Vivere un istante o mezz’ora e poi
ritrovarsi per una svista del pensiero
ancora più ingombra di inessenziali
rabbie!

Voce in capitolo non ebbero le sagge
mani: vi incontrai per poi farmi ostinatamente
massacrare da voi.

E il massacro volge in lussuria: e
la lussuria in estasi contemplata nel
grano sifilitico che s’attorciglia al
mio collo, stremato dai troppi abbandoni.

Abbandonarsi al vuoto sesso e poi ritenersi
anche insudiciati dalla nera pece del
fare così angusto dei poveri.

Sesso e violenza s’abbandonarono e
si ritrovarono infradiciati quel mattino
glorioso ove tutto cadde a pezzi, e
se saggezza con le sue microscopiche
usanze non ritira truppe dal votarsi
all’angoscia, e se una piccola fierezza
o svista può provocare angosce ritardate
allora cade a pezzi la giornata triste
per la tua feconda grettezza.

Ed è inerme che io battaglio per una
chiarezza che non ha permesso d’esistere
sinché tu giochi con questa providenza
che ci stampò in faccia quell’ansia
di esistere fuori d’un commerciale
attenersi alle più basse voglie; ma
vidi anche nella tua faccia il sigillo
della noncuranza e del vuoto armarsi
alla morte senza pensare alla vita!

Dopo il dono di Dio vi fu la rinascita...

Dopo il dono di Dio vi fu la rinascita. Dopo la pazienza
dei sensi caddero tutte le giornate. Dopo l’inchiostro
di Cina rinacque un elefante: la gioia. Dopo della gioia
scese l’inferno dopo il paradiso il lupo nella tana. Dopo
l’infinito vi fu la giostra. Ma caddero i lumi e si rinfocillarono
le bestie, e la lana venne preparata e il lupo divorato.
Dopo della fame nacque il bambino, dopo della noia scrisse
i suoi versi l’amante. Dopo l’infinito cadde la giostra
dopo la testata crebbe l’inchiostro. Caldamente protetta
scrisse i suoi versi la Vergine: moribondo Cristo le rispose
non mi toccare! Dopo i suoi versi il Cristo divorò la pena
che lo affliggeva. Dopo della notte cadde l’intero sostegno
del mondo. Dopo dell’inferno nacque il figlio bramoso di
distinguersi. Dopo della noia rompeva il silenzio l’acre
bisbiglio della contadina che cercava l’acqua nel pozzo
troppo profondo per le sue braccia. Dopo dell’aria che
scendeva delicata attorno al suo corpo immenso, nacque
la figliola col cuore devastato, nacque la pena degli uccelli,
nacque il desiderio e l’infinito che non si ritrova se
si perde. Speranzosi barcolliamo fin che la fine peschi
un’anima servile.

E cosa voleva quella polla dai miei sensi se non

e cosa voleva quella folla dai miei sensi se non
l’arsa mia disfatta, o io che chiedevo
giocare con gli dei e brancolavo
come una povera mignotta su e giù
l’oscuro corridoio—oh! lavatemi gli piedi, scostate
le feroci accuse dal mio
reclino capo, reclinate
le vostre accuse e scombinate ogni
mia viltà!: non volei io rompere il delicato strato di ghiaccio
non volei rompere la battaglia crescente, no, giuro, non volei
irrompere fra le vostre risa
irrisorie!—ma la grandine ha altro scopo che
di servire e l’orientale umido vento della
sera ben si guarda dal portar
guardia ai miei
disincantati singhiozzi da leone: non più io correrò
dietro ogni passaggio di bellezza, —la bellezza è vinta, mai più
smorzerò all’attenti quel fuoco che ora balugina come
un vecchio tronco
del cui cavo le rondinelle fanno deriso nido, gioco d’infanzia,
incalcolante miseria, incalcolante miseria di simpatia.

From DOCUMENTO

E poi si adatterà...

E poi si adatterà, alle mie cambiate contingenze, car
io ho cambiato residenza, non son più il fiore
timido appeso dove erano i salici e non voglio le tue tenerezze
che crudele combatto perché io non ho più
tenerezza. Se tu la mia tomba vorrai sfiorare con le delicate mani
poni una pietra di ferro e di peso sulla bianca lastra che mi
copre, e tu scriverai
il verso che chiude
l’intenso paragone. Non ho più la lana nel fosso, e non ho
nemmeno la tenera fede di chi ti toccava la mano per la
comprensione ora non rivoglio, la luna è piena abbastanza, e fa lei
da grande sorella, e il suo micidiale raggio io per diavoleria ora
seguo, che m’illumini gli spigoli dell’essere, su di un tenerello
[prato
dove remano in un modo sofferente e cauto
i morti di domani. Non più camminerò con
te le tue strade ben ricolte fra le tombe vasarie, e la
rugiada può pur bruciare i miei piedi, io m’assiedo e
rido e sputo sui franchi visi dei giovinotti ammazzati dal tuo
ordine. Non vi fosse questa mia e di altri crudeltà non vi
fossero quelle allungate gambe, quei dorsi nudi e gracili
sotto la erba. L’intento tuo non raggiungerai, prima che tu
passi per i miei canali stretti e duri.

I fiori vengono in dono e poi si dilatano

I fiori vengono in dono e poi si dilatano
una sorveglianza acuta li silenzia
non stancarsi mai dei doni.

Il mondo è un dente strappato
non chiedetemi perché
io oggi abbia tanti anni
la pioggia è sterile.

Puntando ai semi distrutti
eri l’unione appassita che cercavo
rubare il cuore d’un altro per poi servirsene.

La speranza è un danno forse definitivo
le monete risuonano crude nel marmo
della mano.

Convincevo il mostro ad appartarsi
nelle stanze pulite d’un albergo immaginario
v’erano nei boschi piccole vipere imbalsamate.

Mi truccai a prete della poesia
ma ero morta alla vita
le viscere che si perdono
in un tafferuglio
ne muori spazzato via dalla scienza.

Il mondo è sottile e piano:
pochi elefanti vi girano, ottusi.

Impromptu (1, 2, 12)

Il borghese non sono io
che tralappio d’un giorno all’
altro coprendomi d’un sudore
tutto concimato, deciso, coinciso
da me, non altri—o se soltanto

d’altri sono il clown faunesco
allora ingiungo l’alt, quella
terribile sera che non vi
fu epidemia ma soltanto un
resto delle mie ossa che
si rifiutavano di seccarsi
al sole.

Non v’è sole che non sia
lumière, (e il francese è
un par terre) quando cangiando
viste, cangiasti forme, anche
nel tuo nostalgico procedere
verso un’impenetrabile morte.

Nel verso impenetravi la
tua notte, di soli e luci
per nulla naturali, quando
l’elettrico ballo non più
compaesano distingueva tra
chi era fermo, e chi non

lo era. Difendo i lavoratori
difendo il loro pane a denti
stretti caccio il cane da

questa mia mansarda piena
d’impenetrabili libri buoni

per una vendemmia che sarà
tutta l’ultima opera vostra

se non mi salvate da queste
strette, stretta la misura
combatte il soldo e non v’è

sole ch’appartenga al popolo!

Quando su un tank m’avvicino
a quel che era un tango, se

la misericordia era con me
quando vincevo, e invero

se la tarda notte non fosse
ora ora di mattino, io non

scriverei più codeste belle
note! Davvero mi torturi?
e davvero m’insegni a non
torturare la mente in agonia
d’altri senz’agonia, ma mancanti
al sole di tutti i splendidi

soldi che hai riconosciuto
nella Capitale del vizio

che era Roma? E tu frassino
oh lungo fratello d’una volta
chiamato Pierpaolo, un ricordo

soltanto ho delle tue vanaglorie
come se in fondo fosse l’ambizione

a gettar l’ultimo sguardo
dall’ultimo ponte.

Lo spirito della terra mi muove
per un poco; stesa o seduta guardo

non l’orologio; lo tasto e lo
ripongo al lato della testa, che

non sonnecchiando ma nemmeno
pensando, si rivolse al suo dio

come fosse lui nelle nuvole! Rinfiacchita
l’infanzia muraria di questi versi
non sono altro che pittorica immaginazione
se nel campo di grano rimango

a lungo stesa a pensarci sopra.

Nell’antica Cina vi erano fiori d’andalusa...

Nell’antica Cina vi erano fiori d’andalusa. Tu non fischi
per me. Il ramo storto della tua vigliaccheria non era che
la bellezza! nel mare lisciato e pettinato in un nodoso cranio.
La scultura del tuo amore era un ritornello, sapiente virgola
del maestro che sa sparire dalla tavola sparecchiata.

Il Giappone crudele e distante è la tua patria.
Il Giappone nodoso ed inestricabile è il viaggio che mi
procurerò con la tua assenza.

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