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Versi nonversi
Alfredo Giuliani
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Versi nonversi

Canzonetta

Cara cipollina dei miei occhi
acqua in gola bocca di rimorso
hai paura di alitare nel vuoto
spenzoli i tuoi veli bruciati
soffri le tue radici contorte
scemolina che sei hai voglia di morire
guarda che io brucio e piango
quando piovono sole e acqua
sulla pietra rotta dove siedo

Lascio il dio povero arricchire
gli amici mi amicolano
i nemici mi annemicano
i venti mi avventano
gli albergucci mi albercucciano
i vicoli mi svicolano
i cespugli mi cespugliano
i turchini m’inturchinano
i ruscelli mi ruscellano
le fascine mi affascinano
le vacche mi svaccano
le serpi mi serpeggiano
le talpe mi talpeggiano
i topi mi topolano
gli orizzonti mi orizzontano
le nuvole mi annuvolano

Il cielo sta sulle sue palafitte
il pozzo non cala e non cresce
Lascio il dio povero arricchire

Gloria militare

Il mio unico titolo di gloria militare
è la renitenza alla leva repubblichina,
sette mesi di antinaja clandestina
sotto l’occupazione tedesca. Ma di ciò non è traccia
nel mio foglio matricolare. Sono un miles ignoto
della resistenza privata.

Grovigli e gocce

Grovigli e gocce.
Dolori mi lasciano
per una pena più nera.
Anche l’uomo se ne va
lasciando il peggio.

Una volta avevo tempo
perché ero svelto.
Ora che sono lento
non ho più tempo.

Quel chiarore perso,
lanterna che oscilla
sul palo impiccato,
è l’amore che dorme
nell’occhio rovesciato.

La rondine vola per fame,
l’usignolo canta
per mettere in guardia i rivali,
e tu giri, giri, rapace debolezza,
per trovare i tesori
della crudeltà amorosa.

La vecchia Felìcita

Quando la vecchia Felìcita sulla strada
getta per terra e svelta raccatta
e rigetta e raccatta e rigetta per terra
ombrello e cappello
e recita agitando e torcendo le mani
fa con le mani tanti segni nell’aria
e ne recita i sensi fantasmi
e respinge dagli occhi infuriati
i passanti allibiti e beffardi
recita per tutte le altre mani
che hanno paura di essere matte

Mi piace immalinconirmi

Mi piace immalinconirmi sul materasso della pioggia
mentre il tuono trafelato s’allontana col suo fragore
membra viscere nervi s’abbandonano alla molle pantomina
un soffio salmastro lambisce le ossa che scottano

discontinue venerazioni della pigrizia
gola spellata come un logoro tappeto arido di polvere
niente più presagi la presenza è un sacco bucato
puoi perdere tutto lentamente o scaricarti di colpo

Quegli uccelli

Quegli uccelli potevano essere i rigogoli
e quei vortici di calma sopra le spalliere
muschiose gli sbuffi di canfora e menta
alzavi le orecchie di fiori carezzavi
il vellutello di là dal riparo la strada
roca di vento lo sguardo cercava le effigi
pungenti sentivi l’odore marcio l’estate
caduta supina cominciava a decomporsi
c’era urn’aria di spossata incertezza
alborava un rosso scempio di gallina
❦ Versi nonversi · Alfredo Giuliani
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