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Interludio
Elio Pecora
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Interludio

A un ragazzo malato

‘Ragazzo, non sapevi che la morte
è la belva acquattata
dietro la porta che spingi sicuro,
è il baratro improvviso
nella pianura ove vai correndo.

Occhi, piedi mai fermi,
hai traversato il mondo e le stagioni
a ripetere il dono
dell’irrequieto dio
che carezza ferendo.

Tu chiamasti col nome
arduo e lieve di amore
chi t’assalì nel buio,
l’insidia che mutò
in castigo il tuo gioco.

Ragazzo, non sapevi che la morte
sola contiene tutte le altre norme
e tutte le cancella,
ora tu sai il traguardo
già prossimo e tremendo.

Ora chiedi allo specchio
da quale punto del tenero corpo
verrà l’estremo avviso,
quando si spegnerà
il tuo sottile fuoco.

A volte, per un poco,
un’ebbrezza ti prende
e vai dentro il presente
come in un mare aperto
senza mappe né attese.

Altro non ho

Altro non ho che la disperazione
e una confusa voglia di sparire:
nessuna voce che venga a chiamarmi
nel pozzo vuoto in cui sto rannicchiato.
E morte questa che già mi racchiude.
La memoria è disfatta. Ci fu un tempo
(a chi appartenne se niente rimane)
quando attendevo che tu ritornassi
e pativo, chiamavo, e tu apparivi
molto ridendo di quel mio penare.

Attonito, sospeso

Attonito, sospeso,
non cerco, non attendo,
la tua voce mi chiama
dal silenzio
sotto il sole reclino.

Un pensiero m’inquieta:
mi toccasse partire
e mai più di ritorno
(l’improbabile altrove),
udresti la mia voce
anche nel sonno,
sapresti che ci sono,
t’accompagnò,
impalpabile attento.

Da PER ALTRE MISURE

Chi potrà mai

Chi potrà mai, mai darmi quel bene
che m’aspettavo come un nutrimento?
Che m’accadrà, ora che a un guscio vuoto
assomiglio il giorno, la mia sorte?
Non vedo, non ascolto, m’incammino
per una lunga strada, senza mappa,
e non lascio segnali per tornare:
incontro al buio avanzo dal buio

Da Nove poesie per mia madre

Madre da te mi parte
questo amore che avvolge
e stravolge i miei giorni,
voglia e bisogno insieme,
vicinanza e rancore,
cupa attesa di morte
che ghermisca chi amo.
Madre da te mi viene
un destino di canto:
che arresti le ore brevi
in un’estasi eterna.
E come te misuro
l’attimo dell’amore,
l’illusione del canto:
maledico e sospiro
e modulo richiami
dalla mia stanza ombrosa.

Da Sedici poesie d’amore

Sei stato troppo a lungo la mia debolezza,
la mia incapacità di bastarmi,
la mia estraneità alla mia casa, al mio letto,
che per starvi bisognava vi stessi tu.
Ora le tue parole mi sembrano balbettii,
i tuoi passi strascichi insopportabili,
ansimi 1 tuoi respiri.
La casa, sterminata e triste
quando per poco eri assente,
si riduce a un buco se tu non ne parti.

Forse abitiamo

Forse abitiamo
lo stesso giardino,
forse sei nato
dalla mia sonnolenza,
sei la mia gamba destra,
la mia mano sicura,
sei anche la mia distrazione,
né io sono altro per te.

Divisi per caso inspiegabile
ci tocca ritrovarci nella ressa
di respiri e di facce,
molte volte chiamandoci per nome.

L’immisurabile bene

L’immisurabile bene,
che avvicina due anime e le schiude
entro due corpi inquieti che si cercano,
entrambi ci stupisce
come un annientamento.
E mi chiami per nome
e per nome ti chiamo
forse perché il miracolo appartenga
a noi che siamo,
a noi che rimaniamo.

Per quale caso, o ragione

Per quale caso, o ragione, o sogno,
c’incontrammo una sera di novembre
e restammo a parlarci fino all’alba
Da allora abitiamo questo limbo
di porte finte, di luci appannate,
dove m’affanno a cercare l’uscita,
dove t’aggiri incredulo nell’ombra.
❦ Interludio · Elio Pecora
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