Si andava a cento chilometri l’ora.
La sera avanzava a miliardi di miglia il minuto.
Tutte le globaglie del piombo fuso erano in cielo.
I monti rizzavano falesie d’antracite.
° Il lago era un bacino prolisso d’inchiostro di seppia.
Le prime vite dei lumi lucciolavano per le costiere.
Si andava, si andava come entro un’acqua forte
velati dai tratteggi fittissimi della penombra
le nari ebbre d’un effluvio di ragia pluviosa.
1° Il paesaggio sonava nell’ansito folle della macchina.
Cantava il mio cuore un’ode al motore, inenarrabile.
Dietro, le signore felici chioccolavano come le fonti.
Il profumo de’ lor veli fuggiva coi morsi del turbine.
Spazzammo, cometa mostruosa caudata di petto,
la via, gli abissi di pietra e d’acqua e d’aria,
col prisma satanico dei riflettori.
La pioggia crosciò tempestando diamanti.
L’eretta coperta parve un ciel buio sotto il cielo buio.
Gli occhi delle signore sprizzaron scintille sul fondo.
Ed ebbimo, nell’orbita libera luminosa,
la grande vertigine a vortici
dell’anime strane ch’esistono
in fuoco ai sistemi cosmici sospesi.
2° Più tardi, l’ossa imbevute
del metafisico liquido asteroidale,
divino - nell’intima pace d’un ciborio d’anime -
scaldar e tibie e sogni
alla meteora d’un grande focolare acceso!
Bibia, vecchia zitella zoppa ricca,
è morta l’altro ieri.
Voluto ha eredi
tutti, che la seguiranno al funerale,
e zoppi e storti poveri della città.
La nuova è corsa via
per le stamberghe di soffitta e di cantina,
pe’ fienili e le fogne e le panchette e i gradini
di chiesa e di convento e gli archi
di ponte pieni di danze moscerine sul canale.
È l’ora del mortorio.
Si muove. Avanza. Il prete, zoppo.
Il carro pare che zoppichi coi cavalli.
E, dietro, l’esercito delle grucce e dei saltelli.
Un lieto muovere umano
a ritmo lento.
Non mai vedesti andare, in vento di marzo,
i ramiciattoli d’ippocàstano sui viali?
Fosco è il colore della marmaglia sbilenca
sulla via civica dove la primavera si riversa.
E segue una sua sghemba
linea che, veramente, pare
sopra una diritta linea di secoli
l’eterno passo necroforo claudicante dell’Umanità.
Tetano o mazurka,
l’ossa loro, i loro nervi ballano
sotto l’archettata d’uno spasimo.
Fango v’è, per pioggia recente, sulla strada.
L’orme gialle hanno il disegno fuggevole
dei vecchi burri che friggono,
e le stampelle bucano
di piccoli botri acquitrinosi obliqui
la melma che sghignazza e, forse, gode
essere calpestata, finalmente,
da un’orda di miserabili felici.
Vi sono vecchi e giovani,
maschi e femmine.
Prima le femmine
fanno il corteo più denso di cenci,
sbattocchiano la mota e se ne ingioiellano
d’agate spente le sottane
sdrucite dalla meccanica guasta
degli arti male invisibili.
Poi, gli uomini, d’ogni colore e forma,
ironici, con zampe di gallo profonde
agli occhi, fin sulle tempie e le guance
rigate di rughe perverse.
Qua e là un verde di tabe,
molti d’un rosso nasuto di vernaccia.
Adocchiano, quasi tutti, le belle
ferme curiose a ridere
nelle cornici di pietra delle finestre
o sui plinti prolissi del lastricato.
E, traballando avanti,
borbottano requiem osceni.
Dove marciano?
Fin là dove si reggano.
Marcerebbero fino alle stelle.
Ma non arriveranno fino al cimitero.
Ecco:
uno stramazza, vinto
dalla sua gamba di legno che si sfascia.
Ne cascano sovra altri sei.
La coda si squassa, scompiglia, rompe.
Il carro, lo fermano.
È tutto caduto il corteo.
Una barricata di corpi umani
irta di grucce e di stinchi
tiene ora la via dove rideva la gente.
Vi sono dei volti e delle nuche nel fango.
Contro la primavera
l’ammasso nerastro
ha dei riscossoni d’enorme talpa accoppata.
E molti, ora, s’odono gridare e piangere
nel mucchio sgraziato e all’intorno.
E due si son dati a morire.
Ecco, sotto il pasticcio di membra,
le due mani diverse, stecchite, ma avide pari
che prendono il vuoto
come la loro parte sudata d’eredità.
Vedi la giovinetta
d’un biondo-bianco lino,
rosea, tenera, tutta occhi di mare,
che al canto, là, della mensa candidissima,
tra il fiammeggiar delle luci elettriche e dei fiori,
sotto due pupille latine che la spìano, si dona
in un continuo palpito pubblico di tortora al suo sposo.
Queste donne non curano gli occhi del paese
che non le curano. Conta, loro,
se gli occhi degli stranieri le denudano?
Guardala e invidia un po’ di questi oblii,
tu che obliar non sai neppure in sonno.
Ella è seduta in grembo al suo uomo e non pare.
Quella tovaglia ha il pallore mortale d’un lenzuolo
d’orgia.
Quegli occhi affondano nell’abisso dei sensi chiaro
di meduse.
Quelle labbra sorridono d’angelo e dicon parole
demoniache.
L’uomo è placido, serio, gigante, quasi sordomuto,
pupille su nevi lontane.
V’amo nei neonati,
candide, tenere, piccole
come i primi petali
del fiore del pero:
prensili,
nel vagito dei sogni,
prendere tentate
solo dei fiocchi
di neve di limbo
o la montagna rosea
della mammella nutrice
che lor nasconde il mondo.
Femmine? Maschi?
Chi può dire?
L’unghie dell’infanzia in fasce
è come l’infanzia medesima fasciata.
Non ha sesso.
Ed ogni falda di neve
ed ogni stilla di latte
che le imperli
degna è di fare,
d’una mano d’angelo piccolo,
il fiore paradisiaco della purità.
V’amo nelle donne:
siete lame di corno: potreste
ferire a sangue: potreste
tatuare di mille segni barbarici
la carne avversaria dell’amante.
Avete le lùnule, bianche
d’un sorriso adamantino, che saprebbero
ardere d’un pianto di rubino
se mai vi ficcaste gelose fino al fondo
d’una nuca diabolica di traditore.
E l’incarnato gelido dell’anime specchiasi
nei vostri segmenti
color delle pelli-rosa calde feroci.
M’inebriano i profumi concentrici
delle faccette vostre di vetri di fiala stappati;
e gli archi estremi, lucidi pallidi acuiti
come becchi di civette canarine,
adoro se a tornio di limucce e di stecchelli
vi lavorano dita pazientissime
per ore ed ore che le spio
dalla finestra rimpetto
ove un uomo odia la donna e pur la mangia d’occhi.
E v’amo, mie, in cima fulgide
queste mani di musico e di poeta:
v’amo, piccole fiamme dure diafane
su questa candelora bizzarra
delle mie dita sempre in fuochi di festa.
Ch’io scriva,
e voi fulgete chiare, doppie
alla punta oscura della penna.
Siete la luce, o unghie,
di cui la negra lancetta degli inchiostri è l’ombra.
Ch’io tocchi i tasti al pianoforte
– divino amico saldo
delle mie solitudini vertiginose –
e voi reggete il molle mistero tattile
dei polpastrelli, siete i miei dieci plettri
onde io ben tocco le corde
che legano i lacerti dell’anima mia
alle più profonde alghe sensitive
dell’Infinito.
E v’amo nei pazzi:
nei pazzi che vi tagliano e vi riserbano
in molti pacchetti preziosi:
ed uno uccise un altro
che gli rubò un cartoccio
delle piccole
tenere
ossee
reliquie.
Qual di noi pensa
alle sorti dell’unghie tagliate?
Dove cadono?
Chi le sperde?
Non sono le nostre particole?
Non sono i quarti di luna esili
crescenti con la marea delle giornate?
E dicono
che anche ai morti
crescan sotterra le unghie:
unghie felici, libere, logiche,
cui nessuna forbice taglierà.
Esco alla notte
contro gli amici lampioni.
Son gli occhi dei nuovi mostri terreni. Sfavillano
la luce ignota a’ miei avi. Mi fan l’aria moderna
onde questo respiro d’uomo semplice
diventa verso libero di poeta complesso.
Amo le ombre lunghe a sbarra dei lampioni
e vi cammino con piedi sicuri e sogni di vertigine
come l’equilibrista sul filo teso al precipizio.
E più amo i fogliami d’alberi del viale
che la luce elettrica dipinge ad acquerello
sul cartone prolisso dei lastricati.
E più amo la mia ombra che pare
lo svelto impaccio della mia stessa anima fra’ miei piedi.
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Versi liberi · Paolo Buzzi
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