V’amo nei neonati,
candide, tenere, piccole
come i primi petali
del fiore del pero:
prensili,
nel vagito dei sogni,
prendere tentate
solo dei fiocchi
di neve di limbo
o la montagna rosea
della mammella nutrice
che lor nasconde il mondo.
Femmine? Maschi?

Chi può dire?
L’unghie dell’infanzia in fasce
è come l’infanzia medesima fasciata.
Non ha sesso.
Ed ogni falda di neve
ed ogni stilla di latte
che le imperli
degna è di fare,
d’una mano d’angelo piccolo,
il fiore paradisiaco della purità.

V’amo nelle donne:
siete lame di corno: potreste
ferire a sangue: potreste
tatuare di mille segni barbarici
la carne avversaria dell’amante.
Avete le lùnule, bianche
d’un sorriso adamantino, che saprebbero
ardere d’un pianto di rubino
se mai vi ficcaste gelose fino al fondo
d’una nuca diabolica di traditore.
E l’incarnato gelido dell’anime specchiasi
nei vostri segmenti
color delle pelli-rosa calde feroci.
M’inebriano i profumi concentrici
delle faccette vostre di vetri di fiala stappati;
e gli archi estremi, lucidi pallidi acuiti
come becchi di civette canarine,
adoro se a tornio di limucce e di stecchelli
vi lavorano dita pazientissime
per ore ed ore che le spio
dalla finestra rimpetto
ove un uomo odia la donna e pur la mangia d’occhi.

E v’amo, mie, in cima fulgide
queste mani di musico e di poeta:
v’amo, piccole fiamme dure diafane
su questa candelora bizzarra
delle mie dita sempre in fuochi di festa.
Ch’io scriva,
e voi fulgete chiare, doppie
alla punta oscura della penna.
Siete la luce, o unghie,
di cui la negra lancetta degli inchiostri è l’ombra.
Ch’io tocchi i tasti al pianoforte
– divino amico saldo
delle mie solitudini vertiginose –
e voi reggete il molle mistero tattile
dei polpastrelli, siete i miei dieci plettri
onde io ben tocco le corde
che legano i lacerti dell’anima mia
alle più profonde alghe sensitive
dell’Infinito.

E v’amo nei pazzi:
nei pazzi che vi tagliano e vi riserbano
in molti pacchetti preziosi:
ed uno uccise un altro
che gli rubò un cartoccio
delle piccole
tenere
ossee
reliquie.
Qual di noi pensa
alle sorti dell’unghie tagliate?
Dove cadono?
Chi le sperde?
Non sono le nostre particole?
Non sono i quarti di luna esili
crescenti con la marea delle giornate?

E dicono
che anche ai morti
crescan sotterra le unghie:
unghie felici, libere, logiche,
cui nessuna forbice taglierà.
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