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Poesie di questo tema

Corpo

Jolanda Insana

Jolanda Insana

Il magico quadrato

non posso evitare il veleno
amando io il pungitopo della vita
e in dosi quotidiane lo prendo
antidoto contro il grande veleno amaro
e così pure avendo ferite aperte sulle mani
tocco le cose e punto i piedi
per spostare la parete massello di falso male
traendo la vita alla sua via nel piccolo quadrato
che sta dentro il magico quadrato
della forza e del suo giorno

qualcosa è stato scritto in qualche centro
e però srotolando la scrittura devio e mi ribello
perdutamente sommersa l’immagine anguillosa
volendo essere un’altra senza copiatura
e ritorno animale sulla traccia del seme e del pane
per lusinghevole promessa di temporale regname

aperta quarantanove volte la porta
nessuno vi passò e dovevo sapere
che l’altra porta era chiusa
e nessuno poteva uscire
e si riaprirà ancora la porta
e non passa chi si chiude dall’altra parte
e non mette mani a sue malie

ho conosciuto il càid del villaggio
e l’ansito che batte da fuori verso dentro
nella crivellatura del miglio
e il sapore del fico catalano
schiacciato dentro il pane
ascoltando la voce vaticinante
tra la piena di luppoli e melissa
meraviglioso odore contro i morbi
per uscire dalla latrinosa tenebra
ingozzando il desiderio come un pollo

poiché la vita taglia
come filo scoperto male afferrato
la vita malamente afferrata in parolette brevi
e senza gusto affrontatore
e l’anima paga della raccolta s’addormenta
e non sa su quale paglia giacerà
continuo a strappare il fiore
con il pollice e l’anulare
e l’avvolgo in rosso panno

e costruire trappole per acchiappare l’anima
fuoriuscita dal corpo sveglio e sottratta alla pazzia
riportarla alla sua culla viva
prima che il vuoto ricominci a ribollire e la divori
Paolo Buzzi

Paolo Buzzi

Le unghie

V’amo nei neonati,
candide, tenere, piccole
come i primi petali
del fiore del pero:
prensili,
nel vagito dei sogni,
prendere tentate
solo dei fiocchi
di neve di limbo
o la montagna rosea
della mammella nutrice
che lor nasconde il mondo.
Femmine? Maschi?

Chi può dire?
L’unghie dell’infanzia in fasce
è come l’infanzia medesima fasciata.
Non ha sesso.
Ed ogni falda di neve
ed ogni stilla di latte
che le imperli
degna è di fare,
d’una mano d’angelo piccolo,
il fiore paradisiaco della purità.

V’amo nelle donne:
siete lame di corno: potreste
ferire a sangue: potreste
tatuare di mille segni barbarici
la carne avversaria dell’amante.
Avete le lùnule, bianche
d’un sorriso adamantino, che saprebbero
ardere d’un pianto di rubino
se mai vi ficcaste gelose fino al fondo
d’una nuca diabolica di traditore.
E l’incarnato gelido dell’anime specchiasi
nei vostri segmenti
color delle pelli-rosa calde feroci.
M’inebriano i profumi concentrici
delle faccette vostre di vetri di fiala stappati;
e gli archi estremi, lucidi pallidi acuiti
come becchi di civette canarine,
adoro se a tornio di limucce e di stecchelli
vi lavorano dita pazientissime
per ore ed ore che le spio
dalla finestra rimpetto
ove un uomo odia la donna e pur la mangia d’occhi.

E v’amo, mie, in cima fulgide
queste mani di musico e di poeta:
v’amo, piccole fiamme dure diafane
su questa candelora bizzarra
delle mie dita sempre in fuochi di festa.
Ch’io scriva,
e voi fulgete chiare, doppie
alla punta oscura della penna.
Siete la luce, o unghie,
di cui la negra lancetta degli inchiostri è l’ombra.
Ch’io tocchi i tasti al pianoforte
– divino amico saldo
delle mie solitudini vertiginose –
e voi reggete il molle mistero tattile
dei polpastrelli, siete i miei dieci plettri
onde io ben tocco le corde
che legano i lacerti dell’anima mia
alle più profonde alghe sensitive
dell’Infinito.

E v’amo nei pazzi:
nei pazzi che vi tagliano e vi riserbano
in molti pacchetti preziosi:
ed uno uccise un altro
che gli rubò un cartoccio
delle piccole
tenere
ossee
reliquie.
Qual di noi pensa
alle sorti dell’unghie tagliate?
Dove cadono?
Chi le sperde?
Non sono le nostre particole?
Non sono i quarti di luna esili
crescenti con la marea delle giornate?

E dicono
che anche ai morti
crescan sotterra le unghie:
unghie felici, libere, logiche,
cui nessuna forbice taglierà.
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