Jolanda Insana

Jolanda Insana

1937–2016 · visse 79 anni IT IT

n. 1937-05-18, Messina · m. 2016-10-27, Roma

Cassa d’ultima amante

e se questi sono i tuoi dei falsi e bugiardi
e a questi sacrifichi non un bue né una giovenca
non un capro né una capretta
ma sacrifichi te stesso e la tua salute
con sacrificio poco ardente
scostandoti dall’aria fresca e chiara sotto la coltre
di questo vuoto di storia
ne vai disperso e ti disperdi dietro a molte cose
non molto necessarie
ma riferisci quanto pensi e quanto parli e quanto sai
e quanti incubi hai
e nel riferire forse troverai il possedimento
perché l’esteriore non s’appicchi al cuore -
e arrampicandosi sulle più insulse cose
discende e stima che nuotare nella sventura
sia il colmo della ventura
perché non imparò mai e mai imparerà
le mortali macchinazioni per lastricare la strada
della vita

molto imparò chi sa quanto basta alla dubbiosa pugna
e in uno stile senza lisciatura tenta le segrete
della mente che punta e stimolata fa il gesto
di rialzarsi
e più spesso accade
che s’infinga di non scorgere la palesità delle cose
e dunque bisogna darle notizia
che in un solo sapore si fondono i succhi
succhiati dalle api
ma io sperimentai con quale ostinato silenzio
preme sul cuore il male
e come più sicuramente danneggia
restando al coperto di tumultuanti affetti

e nessuno da lui si diparte disposto a risanare
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Poesie

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Cassa d’ultima amante

e se questi sono i tuoi dei falsi e bugiardi
e a questi sacrifichi non un bue né una giovenca
non un capro né una capretta
ma sacrifichi te stesso e la tua salute
con sacrificio poco ardente
scostandoti dall’aria fresca e chiara sotto la coltre
di questo vuoto di storia
ne vai disperso e ti disperdi dietro a molte cose
non molto necessarie
ma riferisci quanto pensi e quanto parli e quanto sai
e quanti incubi hai
e nel riferire forse troverai il possedimento
perché l’esteriore non s’appicchi al cuore -
e arrampicandosi sulle più insulse cose
discende e stima che nuotare nella sventura
sia il colmo della ventura
perché non imparò mai e mai imparerà
le mortali macchinazioni per lastricare la strada
della vita

molto imparò chi sa quanto basta alla dubbiosa pugna
e in uno stile senza lisciatura tenta le segrete
della mente che punta e stimolata fa il gesto
di rialzarsi
e più spesso accade
che s’infinga di non scorgere la palesità delle cose
e dunque bisogna darle notizia
che in un solo sapore si fondono i succhi
succhiati dalle api
ma io sperimentai con quale ostinato silenzio
preme sul cuore il male
e come più sicuramente danneggia
restando al coperto di tumultuanti affetti

e nessuno da lui si diparte disposto a risanare

È questa la ricchezza

ho un disturbo d’articolazione
un difetto d’occlusione
chiudo male la bocca
l’occhio mi balla
mi muovo con circospezione
non ho equilibrio né sostegno
non posso portare pesi
neppure la busta del latte
figurarsi di dare un calcio alle cartacce
e se chiedo aiuto mi sento dire
ma che fai? Non hai mica ottant’anni

era la sua unica forma di consolazione
atterrita e villana quanto basta

per trovare uno straccio di protezione
e farmi coraggio
la prossima volta chiamerò
chi non fa oltraggio
conoscendo l’arte dell’indiscrezione
e avendo un’alta concezione della riuscita
e guarita con tutt’e due le arcate combacianti
me ne infischierò delle fregnacce
e prenderò a morsi la vita

è così che affronterò il problema dell’emancipazione
procedendo dal molaggio selettivo
come il dentista sullo scheletrato
non sono la stracciarola
che per piazzare il suo strambello
si enfia e sibila
madonna mia quant’è bello

io strippo e sbuzzo il porcospino
che vuole farsi il giaciglio della mia tana

troppe spine non fanno piumoni

dopo Cernobyl nascono fragole giganti
alberi metà pino e metà abete
agnelli a cinque zampe
bambini con un occhio e senza piedi
deliranti

vigilare disinquinare
restituire il letto ai torrenti
l’acqua agli abbeveratoi
l’erba ai conigli
a questo serve la ricchezza
è questa la ricchezza che serve

altro che fondazione famiglia alternativa
comunità di strafottenti
che giostrando con mazze e catene
stringono al collo il protettore

svègliati e svuota il letamaio
il concime serve per il mangime
con la bocca si fa confessioni per essere salvati
ma è tutto un frastordimento
un fraintendimento di richieste e di offerte

anche la generosità è oscena e la formichina ha
mammella di cammella sgravidata
e volta pesi (...)

Il magico quadrato

non posso evitare il veleno
amando io il pungitopo della vita
e in dosi quotidiane lo prendo
antidoto contro il grande veleno amaro
e così pure avendo ferite aperte sulle mani
tocco le cose e punto i piedi
per spostare la parete massello di falso male
traendo la vita alla sua via nel piccolo quadrato
che sta dentro il magico quadrato
della forza e del suo giorno

qualcosa è stato scritto in qualche centro
e però srotolando la scrittura devio e mi ribello
perdutamente sommersa l’immagine anguillosa
volendo essere un’altra senza copiatura
e ritorno animale sulla traccia del seme e del pane
per lusinghevole promessa di temporale regname

aperta quarantanove volte la porta
nessuno vi passò e dovevo sapere
che l’altra porta era chiusa
e nessuno poteva uscire
e si riaprirà ancora la porta
e non passa chi si chiude dall’altra parte
e non mette mani a sue malie

ho conosciuto il càid del villaggio
e l’ansito che batte da fuori verso dentro
nella crivellatura del miglio
e il sapore del fico catalano
schiacciato dentro il pane
ascoltando la voce vaticinante
tra la piena di luppoli e melissa
meraviglioso odore contro i morbi
per uscire dalla latrinosa tenebra
ingozzando il desiderio come un pollo

poiché la vita taglia
come filo scoperto male afferrato
la vita malamente afferrata in parolette brevi
e senza gusto affrontatore
e l’anima paga della raccolta s’addormenta
e non sa su quale paglia giacerà
continuo a strappare il fiore
con il pollice e l’anulare
e l’avvolgo in rosso panno

e costruire trappole per acchiappare l’anima
fuoriuscita dal corpo sveglio e sottratta alla pazzia
riportarla alla sua culla viva
prima che il vuoto ricominci a ribollire e la divori

La colica passione

sono matura per un’altra confittura
e rovescio il cannocchiale ma l’immagine
rimpicciolita mi trae al fondo e riemerge
con più impeto di prima

come farò a truccare occhi e orecchi
se il fuoco è fisso e la parlata si ostina gutturale?
obbligata è la scelta della gigantografia
non avendo coscienza del paesaggio

mi sono assentata per cinque minuti e non ritrovo il cielo
sotto i piedi e ai polmoni non arriva aria buona
perché conobbi la gravità del suo stato
e s’ingannò e mi ingannò sperdendo il molto piacere
e si contrassero i nervi a pensare come svampa
e come mia era la voce che chiamava

di me non posso dire quello che non voglio e non so
ma è certo che unicamente tu parando i colpi dei miei
scarsi pensieri
hai assestato il giusto colpo per gettarmi a terra
e se in molti non fossero venuti a dare una mano
starei qui a raspare
e però sono in piedi e ti scancello ogni memoria
perché tu non senta quanto poco a lungo
ho patito per trappole di troppo conto (...)

La parabola del cuore

vedo nel vuoto dove piove chiara salute e mi svuoto del superfluo
di presenze specchiandomi nella palla di cristallo
il tumulto è grande e non mi lasciano uscire
ma per chi parte reggono i muri e si fanno più arditi
ardendo in spazi più spazi
nel vuoto più vuoto dei trenta metri quadrati
serrati dalle grate

rinchiavardo l’unica porta e così è impossibile rientrare
a scaldare i lunghissimi piedi dalle belle dita irregolari
dentro il camino
e vedere quanto resiste e dura la camera di combustione
rinfocolata con l’arte che sai
e mi dispiace per te

sono qui e dici no all’abbraccio ammagatore
perché non vuoi che si veda quanto poco si ragguaglia la misura
ma io posso testimoniare che non fu illusione e la vista
durò aguzza per due notti
poi la visione per più di un mese e ora nell’addiaccio
l’estasi perde in levatura e stramazza in stasi

si prega di non abbandonare rifiuti
si legge sul sentiero che dalla spiaggia porta alla tua quarta casa
covo di cazzame e straglio
bastardo e randa

l’empito per entrambi è rimesso in discussione
e la prima volta è sempre l’ultima
ma se esce pari vinco
e se esce dispari perdi

non riesco a riacciuffare il tuttocorpo effuso
dalla clausura della parlata monca e nel rintocco
del sangue il lutto è defraudato
ma quando dico di queste cose è di un’altra che parlo
di un’altra che finge di non parlare

so che per la consuetudine che hai di scozzare contro scogli
meno di un sughero pesi l’asino del sogno
al riparo di naufragi e dunque aspetto che la vela
approdi a riva perché calato il vento me ne torni alla mia stiva
fermamente risoluta a non tirare corde

offesa non ho che contemplarmi nella prima fenditura
riascoltando l’eco dell’ultima domanda
- io ti ho dato questa clausura
e tu cosa puoi darmi tu? (...)

il giorno ricomincia ogni giorno e non gli basta
il suo scardoso e travagliato manto
chi non viene ai miei picchetti non pianta tenda
ma la mia la svello e sposto di villaggio in miraggio
lasciando sguarniti i picchetti perché tu possa piantare la tua
e al rientro dall’esilio la smantello
ma però alterare l’immagine non doveva essere
uno dei primi comandamenti

il tutto che mi abita è un niente
se lo estrapolo dai suoi contorni certi
e lo scorporo dal fianco che frange il fragile momento
e posso pensare quanto voglio ma non riuscirò a pesare
quanto ardo e sento il male del corpo taglieggiato

non ho dimore dove accogliere il liutaio di Gliickstadt
che dalla foce dell’Elba rotti i frangivento irrompe
nel mio mondo perché ammutolito diventi il suo
e mi chiudo io alle irruzioni che ti mantengono nel mio deserto
che tu trivelli per trovare acqua alla tua sete
conosco il beneficio della festa e dei banchetti e volevo
dividerlo con chi seppe il maleficio di dissetarsi
all’altrui fonte come se fosse sua e l’abbandona sdesolata
rifluendo a un altro altrove dove spostare la sorgente (...)

io che portavo fasci e sterpi appiccavo radiche scontorte
a mantice soffiando sopra spergiuramenti
in fuoco e fiamma sbanchettata
rimango giorni e notti in impeto scordata
né mi risveglia nuovo stupore e calda lama non cala sul gelato

sarà perché non posseggo manco il lavello della cucina
che sono assetata e braitando sveglio arsura
mentre c’è chi si assesta tra i suoi poderi ma
perde vigore e perde colpi e non può più
rincalzare

sono e non mi fingo contemplascenari (...)

poiché lontana sto nell’esilio pontino
proprio quello delle paludi e della malaria
vivi quello che non potevi quando c’ero
così vicina che mi schiacciavi ripulendo lo specchio
per guardarti meglio
e però non mi recingi nell’orizzonte piatto dove non afferri
e sferri colpi perché mi muovo e smuovo
bestemmiando nostalgia della tua contorsione

- che vuoi Sibilla?
- sono voce e non voglio smorire
- parla-parla intanto che io ti smielo e svolo
se è questo che vuoi mi mozzo la mano e te ne faccio dono
bellezza cannibalica ma non espongo il sacrificio
perché non so che farmene della verità svergognata
o con quale colpa ricorrere alle madri per il primo cilicio
e dunque mi riprendo l’amaro e ti carpiono

e credo che la parola molto assista chi per lei molto
rischia e mi rapisce in mezzo all’ira
al vino e alla contusione
ma è stagione incendiaria e porterà altra fame (...)

Malie vermicose

Giakarta brucia
a Hebron è una carneficina
e più di trecento sono i morti sommersi
dove con le fogne e gli escrementi
si scioglie scivola scola il grasso dei potenti

aria acqua terra e fuoco
intossicati affogati terremotati bruciati

il fango di Sarno dispiega la forma
della mente del paese
e mentre si indaga sul magistrato
che denuncia ricatti e confusione
scappa il condannato per mafia bancarotta eversione

nella fossa biologica precipitano i nomi delle cose
e tutti a sciacquarsi le palle con 35 ore sì e 35 ore no

Non c’è tempo

ho le radici proprio qui beate nell’abisso di passione
e sono disgiunte e separate
e il pesco non saprà mai il sapore della pesca
né io posso chiamare beata l’anima che non sa il nome
atterrita da troppo fuoco
ed è acerbamente risaputo che è festa di spegnimento senza botto
per i luoghi disastrati della terra

non rompe le nevi né sprezza le piogge né il vento
e s’avventa occhi e cuore sul corpo
robusto disprezzatore di maneggi
e non arresta il corso
seguace di falsa apparenza perde quello che ha
e fluisce lasciando traccia di fiato
male avvertito a provocare né mai a godere

dianzi non ero così sbiancata e parlavo e ho mancato
quando che la zagaglia mi ha mancato
molti luoghi attraversando e in nessuno restando
e però il massimo dei lussi me lo sono goduto
disponendo tutto il mio tempo nello sforzo massimo
di stare dentro il tempo

di questa lotteria non ho mancato un biglietto
e giocata dalla tentazione arriverò in tempo per l’estrazione
godimento di tutti 1 piaceri senza confusione
abbrancare l’inabbrancabile
e corro e predo fino alla fattoria del profeta
Da MEDICINA CARNALE.

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