sono matura per un’altra confittura
e rovescio il cannocchiale ma l’immagine
rimpicciolita mi trae al fondo e riemerge
con più impeto di prima
come farò a truccare occhi e orecchi
se il fuoco è fisso e la parlata si ostina gutturale?
obbligata è la scelta della gigantografia
non avendo coscienza del paesaggio
mi sono assentata per cinque minuti e non ritrovo il cielo
sotto i piedi e ai polmoni non arriva aria buona
perché conobbi la gravità del suo stato
e s’ingannò e mi ingannò sperdendo il molto piacere
e si contrassero i nervi a pensare come svampa
e come mia era la voce che chiamava
di me non posso dire quello che non voglio e non so
ma è certo che unicamente tu parando i colpi dei miei
scarsi pensieri
hai assestato il giusto colpo per gettarmi a terra
e se in molti non fossero venuti a dare una mano
starei qui a raspare
e però sono in piedi e ti scancello ogni memoria
perché tu non senta quanto poco a lungo
ho patito per trappole di troppo conto (...)
vedo nel vuoto dove piove chiara salute e mi svuoto del superfluo
di presenze specchiandomi nella palla di cristallo
il tumulto è grande e non mi lasciano uscire
ma per chi parte reggono i muri e si fanno più arditi
ardendo in spazi più spazi
nel vuoto più vuoto dei trenta metri quadrati
serrati dalle grate
rinchiavardo l’unica porta e così è impossibile rientrare
a scaldare i lunghissimi piedi dalle belle dita irregolari
dentro il camino
e vedere quanto resiste e dura la camera di combustione
rinfocolata con l’arte che sai
e mi dispiace per te
sono qui e dici no all’abbraccio ammagatore
perché non vuoi che si veda quanto poco si ragguaglia la misura
ma io posso testimoniare che non fu illusione e la vista
durò aguzza per due notti
poi la visione per più di un mese e ora nell’addiaccio
l’estasi perde in levatura e stramazza in stasi
si prega di non abbandonare rifiuti
si legge sul sentiero che dalla spiaggia porta alla tua quarta casa
covo di cazzame e straglio
bastardo e randa
l’empito per entrambi è rimesso in discussione
e la prima volta è sempre l’ultima
ma se esce pari vinco
e se esce dispari perdi
non riesco a riacciuffare il tuttocorpo effuso
dalla clausura della parlata monca e nel rintocco
del sangue il lutto è defraudato
ma quando dico di queste cose è di un’altra che parlo
di un’altra che finge di non parlare
so che per la consuetudine che hai di scozzare contro scogli
meno di un sughero pesi l’asino del sogno
al riparo di naufragi e dunque aspetto che la vela
approdi a riva perché calato il vento me ne torni alla mia stiva
fermamente risoluta a non tirare corde
offesa non ho che contemplarmi nella prima fenditura
riascoltando l’eco dell’ultima domanda
- io ti ho dato questa clausura
e tu cosa puoi darmi tu? (...)
il giorno ricomincia ogni giorno e non gli basta
il suo scardoso e travagliato manto
chi non viene ai miei picchetti non pianta tenda
ma la mia la svello e sposto di villaggio in miraggio
lasciando sguarniti i picchetti perché tu possa piantare la tua
e al rientro dall’esilio la smantello
ma però alterare l’immagine non doveva essere
uno dei primi comandamenti
il tutto che mi abita è un niente
se lo estrapolo dai suoi contorni certi
e lo scorporo dal fianco che frange il fragile momento
e posso pensare quanto voglio ma non riuscirò a pesare
quanto ardo e sento il male del corpo taglieggiato
non ho dimore dove accogliere il liutaio di Gliickstadt
che dalla foce dell’Elba rotti i frangivento irrompe
nel mio mondo perché ammutolito diventi il suo
e mi chiudo io alle irruzioni che ti mantengono nel mio deserto
che tu trivelli per trovare acqua alla tua sete
conosco il beneficio della festa e dei banchetti e volevo
dividerlo con chi seppe il maleficio di dissetarsi
all’altrui fonte come se fosse sua e l’abbandona sdesolata
rifluendo a un altro altrove dove spostare la sorgente (...)
io che portavo fasci e sterpi appiccavo radiche scontorte
a mantice soffiando sopra spergiuramenti
in fuoco e fiamma sbanchettata
rimango giorni e notti in impeto scordata
né mi risveglia nuovo stupore e calda lama non cala sul gelato
sarà perché non posseggo manco il lavello della cucina
che sono assetata e braitando sveglio arsura
mentre c’è chi si assesta tra i suoi poderi ma
perde vigore e perde colpi e non può più
rincalzare
sono e non mi fingo contemplascenari (...)
poiché lontana sto nell’esilio pontino
proprio quello delle paludi e della malaria
vivi quello che non potevi quando c’ero
così vicina che mi schiacciavi ripulendo lo specchio
per guardarti meglio
e però non mi recingi nell’orizzonte piatto dove non afferri
e sferri colpi perché mi muovo e smuovo
bestemmiando nostalgia della tua contorsione
- che vuoi Sibilla?
- sono voce e non voglio smorire
- parla-parla intanto che io ti smielo e svolo
se è questo che vuoi mi mozzo la mano e te ne faccio dono
bellezza cannibalica ma non espongo il sacrificio
perché non so che farmene della verità svergognata
o con quale colpa ricorrere alle madri per il primo cilicio
e dunque mi riprendo l’amaro e ti carpiono
e credo che la parola molto assista chi per lei molto
rischia e mi rapisce in mezzo all’ira
al vino e alla contusione
ma è stagione incendiaria e porterà altra fame (...)
ho le radici proprio qui beate nell’abisso di passione
e sono disgiunte e separate
e il pesco non saprà mai il sapore della pesca
né io posso chiamare beata l’anima che non sa il nome
atterrita da troppo fuoco
ed è acerbamente risaputo che è festa di spegnimento senza botto
per i luoghi disastrati della terra
non rompe le nevi né sprezza le piogge né il vento
e s’avventa occhi e cuore sul corpo
robusto disprezzatore di maneggi
e non arresta il corso
seguace di falsa apparenza perde quello che ha
e fluisce lasciando traccia di fiato
male avvertito a provocare né mai a godere
dianzi non ero così sbiancata e parlavo e ho mancato
quando che la zagaglia mi ha mancato
molti luoghi attraversando e in nessuno restando
e però il massimo dei lussi me lo sono goduto
disponendo tutto il mio tempo nello sforzo massimo
di stare dentro il tempo
di questa lotteria non ho mancato un biglietto
e giocata dalla tentazione arriverò in tempo per l’estrazione
godimento di tutti 1 piaceri senza confusione
abbrancare l’inabbrancabile
e corro e predo fino alla fattoria del profeta
Da MEDICINA CARNALE.
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La clausura · Jolanda Insana
Libri