La parabola del cuore

vedo nel vuoto dove piove chiara salute e mi svuoto del superfluo
di presenze specchiandomi nella palla di cristallo
il tumulto è grande e non mi lasciano uscire
ma per chi parte reggono i muri e si fanno più arditi
ardendo in spazi più spazi
nel vuoto più vuoto dei trenta metri quadrati
serrati dalle grate

rinchiavardo l’unica porta e così è impossibile rientrare
a scaldare i lunghissimi piedi dalle belle dita irregolari
dentro il camino
e vedere quanto resiste e dura la camera di combustione
rinfocolata con l’arte che sai
e mi dispiace per te

sono qui e dici no all’abbraccio ammagatore
perché non vuoi che si veda quanto poco si ragguaglia la misura
ma io posso testimoniare che non fu illusione e la vista
durò aguzza per due notti
poi la visione per più di un mese e ora nell’addiaccio
l’estasi perde in levatura e stramazza in stasi

si prega di non abbandonare rifiuti
si legge sul sentiero che dalla spiaggia porta alla tua quarta casa
covo di cazzame e straglio
bastardo e randa

l’empito per entrambi è rimesso in discussione
e la prima volta è sempre l’ultima
ma se esce pari vinco
e se esce dispari perdi

non riesco a riacciuffare il tuttocorpo effuso
dalla clausura della parlata monca e nel rintocco
del sangue il lutto è defraudato
ma quando dico di queste cose è di un’altra che parlo
di un’altra che finge di non parlare

so che per la consuetudine che hai di scozzare contro scogli
meno di un sughero pesi l’asino del sogno
al riparo di naufragi e dunque aspetto che la vela
approdi a riva perché calato il vento me ne torni alla mia stiva
fermamente risoluta a non tirare corde

offesa non ho che contemplarmi nella prima fenditura
riascoltando l’eco dell’ultima domanda
- io ti ho dato questa clausura
e tu cosa puoi darmi tu? (...)

il giorno ricomincia ogni giorno e non gli basta
il suo scardoso e travagliato manto
chi non viene ai miei picchetti non pianta tenda
ma la mia la svello e sposto di villaggio in miraggio
lasciando sguarniti i picchetti perché tu possa piantare la tua
e al rientro dall’esilio la smantello
ma però alterare l’immagine non doveva essere
uno dei primi comandamenti

il tutto che mi abita è un niente
se lo estrapolo dai suoi contorni certi
e lo scorporo dal fianco che frange il fragile momento
e posso pensare quanto voglio ma non riuscirò a pesare
quanto ardo e sento il male del corpo taglieggiato

non ho dimore dove accogliere il liutaio di Gliickstadt
che dalla foce dell’Elba rotti i frangivento irrompe
nel mio mondo perché ammutolito diventi il suo
e mi chiudo io alle irruzioni che ti mantengono nel mio deserto
che tu trivelli per trovare acqua alla tua sete
conosco il beneficio della festa e dei banchetti e volevo
dividerlo con chi seppe il maleficio di dissetarsi
all’altrui fonte come se fosse sua e l’abbandona sdesolata
rifluendo a un altro altrove dove spostare la sorgente (...)

io che portavo fasci e sterpi appiccavo radiche scontorte
a mantice soffiando sopra spergiuramenti
in fuoco e fiamma sbanchettata
rimango giorni e notti in impeto scordata
né mi risveglia nuovo stupore e calda lama non cala sul gelato

sarà perché non posseggo manco il lavello della cucina
che sono assetata e braitando sveglio arsura
mentre c’è chi si assesta tra i suoi poderi ma
perde vigore e perde colpi e non può più
rincalzare

sono e non mi fingo contemplascenari (...)

poiché lontana sto nell’esilio pontino
proprio quello delle paludi e della malaria
vivi quello che non potevi quando c’ero
così vicina che mi schiacciavi ripulendo lo specchio
per guardarti meglio
e però non mi recingi nell’orizzonte piatto dove non afferri
e sferri colpi perché mi muovo e smuovo
bestemmiando nostalgia della tua contorsione

- che vuoi Sibilla?
- sono voce e non voglio smorire
- parla-parla intanto che io ti smielo e svolo
se è questo che vuoi mi mozzo la mano e te ne faccio dono
bellezza cannibalica ma non espongo il sacrificio
perché non so che farmene della verità svergognata
o con quale colpa ricorrere alle madri per il primo cilicio
e dunque mi riprendo l’amaro e ti carpiono

e credo che la parola molto assista chi per lei molto
rischia e mi rapisce in mezzo all’ira
al vino e alla contusione
ma è stagione incendiaria e porterà altra fame (...)
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