Ad Emma
Perché della tua porta, Emma gentile,
la vergogna mi ferma al limitar?
Perché sei tanto bella e tanto vile?
Perché ti bacio e non ti posso amar?
Lieta tu pur m’accogli e ne’ giocondi
occhi di voluttà trema un balen;
piovon disciolti i tuoi capelli biondi
sulle giunonie spalle e il nudo sen.
Oh, le lunghe carezze e l’infocate
strane lascivie tue chi dir le può?
Chi l’ha baciate, di’, chi l’ha baciate
le tue labbra frementi e le scordò?
Oh, quante volte stanco io chiusi gli occhi
poiché la forza al mio desir fallì,
e il capo riposai sui tuoi ginocchi
desiderando di morir così!
Ma quando sull’aurora una lontana
squilla di bronzi entrambi ci destò,
pagai le tue carezze, o cortigiana,
e la vergogna in cor mi ritornò.
Torna, sordida cagna, al tuo covile,
sotto ai bruti irruenti a spasimar;
torna all’infamia tua; sei troppo vile,
sei troppo vile; non ti posso amar!
Il guado
Fiume che scendi giù dal Bolognese,
fiume dall’acqua cristallina e cheta,
o caro fiumicel del mio paese,
tu sol m’hai fatto diventar poeta:
tra i floridi giuncheti e la cortese
delle tue fresche rive ombra segreta,
tra la verdura tua serrata e folta
ho conosciuto amor la prima volta.
Sovra la sabbia d’or della tua sponda
con un fruscio gentil l’acqua fuggiva,
e là dov’è più chiara e men profonda
noi dovevam passar sull’altra riva.
Ella cantava e la canzon gioconda
laggiù, laggiù tra i salici moriva:
ella era bionda, bella ed io l’amavo;
glielo volevo dire, e non l’osavo.
Stretti, serrati insiem come due sposi
delle prime carezze all’indomani,
soli camminavam per misteriosi
silenzi, all’ombra delle querce immani:
e dalle vesti sue, dagli odorosi
capegli uscìano quei profumi arcani,
quei profumi di carne e di salute
che vanno al cor per vie non conosciute.
Al margine del guado alfin venuti
un pensiero ci colse all’improvviso,
e così ci fermammo irresoluti,
così tra la vergogna e tra il sorriso.
Eravamo soletti e non veduti
ed arrossendo ci guardammo in viso:
con un fruscio gentil l’acqua fuggiva
e dovevam passar sull’altra riva.
Pur mi feci coraggio e dissi: «Vieni,
vieni, ti porterò tra le mie braccia».
Ella disse di sì, rise e i sereni
occhi mi fisse arditamente in faccia.
Io mi sentii fuggir su per le reni
la voluttà come una lama diaccia;
la lingua ribellossi alla parola
e il cor parea che mi saltasse in gola.
Chinato sovra l’erba io mi scalzai;
ella avea gli occhi bassi e pur guardava;
la presi in braccio e dentro all’acqua entrai…
Io me la presi in braccio, io che l’amava!
Così la prima volta mi serrai
forte contro al suo sen che palpitava
come una colombella spaurita
palpita nella man che l’ha ghermita.
O bei piedini così ben calzati,
per non guardarla in viso io vi guardava,
per non veder quegli occhi spaventati
dove il sorriso col timor lottava!
Sotto a’ miei diti stretti ed agitati
cedea la carne e il busto scricchiolava
e l’alito gentil del suo sorriso
caldo e procace mi saliva al viso;
e si serrava al petto mio, mettendo
ad ogni passo un riso di spavento,
ed una ciocca di capegli, uscendo
di mezzo all’altre, m’irritava il mento.
Le vidi in viso balenar fuggendo
il riflesso dell’acqua, e in quel momento
divenni forte e non v’ho più guardati,
o bèi piedini così ben calzati!
Ebbi il coraggio di guardarla in faccia,
di guardarla negli occhi e non tremai;
la sua carne fremea tra le mie braccia,
eravam sulla riva e mi fermai;
e la mal chiusa veste aprìa la traccia
di candidi misteri e li guardai,
finché mi vinse amor… Caddi a ginocchi,
la baciai sulla bocca e chiusi gli occhi.
Che cosa avvenne poi? Vide ed intese
l’acqua del fiume cristallina e cheta,
e tu fiume lo sai del mio paese,
tu che m’hai fatto diventar poeta;
lo sanno i tuoi giuncheti e la cortese
delle tue fresche rive ombra segreta,
e la verdura tua serrata e folta
dove conobbi amor la prima volta.
In bicicletta
Giammai, scoccata da una man feroce
dall’arco teso non fuggì saetta
come sul suo sentier corre veloce
Volan le rote e mentre sulla via
nessun rumor presso di lei si sente,
qualche imbecille al corridore invia
A me che importa se della canaglia
m’insegue il riso o il mormorar d’alcuni,
se l’iniqua parola altri mi scaglia
o il molla Buni?
Io corro, io volo sulla bicicletta
questo ideal delle cavalcature:
chi soffre d’emorroidi o di bolletta
ch’io son beata e un fremito m’assale,
mi avvolge un’onda di piacer sovrano
quando vengo stringendo il trionfale
Io son beata allor che fra le gambe
sento il rigido ordigno e in quegli istanti
tendo le coscie e l’agitar d’entrambe
Le tue carezze
Le tue carezze le conosco io solo
e il tuo guancial per me non ha segreti;
viviam di notte come il rosignolo
e come lui cantiam sotto ai roseti.
Guai se potesse dir quel letticciolo,
se potessero dir quelle pareti
che baci ardenti come il vetriolo,
ch’ebbrezze, che follie tu non mi vieti!
Guai se sapesse alcun sino a che cosa
ti trascina la carne e che certami,
che strane voluttà tenti furiosa!
E pur tu che mi cerchi e che mi chiami
sol ch’io ti manchi un’ora, e sei gelosa
e soffri e piangi e bruci, e pur non m’ami!
Nel Settecento
Mormora l’arpa toccata in sordina
lento un motivo che par minuetto.
Lenta la dama danzante s’inchina,
tutta eleganza, sussiego e belletto.
Di nèi segnata, la pelle argentina
manda un profumo sottil di zibetto:
sotto una nebbia di candida trina
ansano i bianchi segreti del petto.
Danza e sul molle tappeto trascina
la ricca veste ed il piè piccioletto
col portamento d’altera regina.
Tutti scoraggia col rigido aspetto,
con l’occhio pieno di calma divina,
e lo staffiere l’attende nel letto.