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Frammenti di poema
Umberto Piersanti
1971
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Frammenti di poema

1971

Il cardo rosso

quando scirocco cessa, il ceppo aspro
- restano le spine nel lungo inverno,
se ne lamenta il bove che sprofonda
per la sua massa bianca nella neve -
butta fuori il suo fiore tra gli stecchi
rosso che tira al sangue, una punta viola
radicato alla terra, non lo vedi
le erbe sono folte nell’aprile

giungono le ragazze verso sera
colgono l’erbe buone per la festa
staccano le vitalbe, scavano intorno
per toglierli alla terra i grugni fondi
ma chi s’è fatta donna proprio quel giorno
e striscia la sua mano sopra il cardo
resta un ago sepolto nella carne
butta la mano sangue, un poco sempre
per sempre lei odia l’uomo
gli sta lontana.

Il favagello

è d’un giallo squillante, nessun fiore
l’uguaglia anche se prendi l’anno intero .
copre a febbraio i greppi
verdissima è la foglia
umida sempre un poco e immacolata
quando la neve cade che ritarda
il favagello rimane sotto intatto

se sta sotto la neve tre giorni sani
e viene ua ragazza che lo coglie
dinnanzi alla specchiera, in un bicchiere
col gambo dentro acqua poi lo mette
sale nel vetro l’uomo, sale le scale
bussa alla porta
e aspetta se lei apre

Il ranuncolo delle canne

crescono radi e alti tra le canne
che d’aprile sono verdi come foglie
nitida la corolla, nitida e gialla
splende nell’acqua marcia, un poco trema
stacca i suoi lembi il vento, li depone
dove l’anima ch’è nel fondo
talvolta sale

solo tre fiori uscirono quell’anno
dentro le canne fitte del fontanino
ma l’ha colti l’Imelde, tutti quanti,
quando la donna dorme vede passare
l’anima dentro il muro, dall’orcio
prende i ranuncoli ed esce,
quando si sveglia
nella stanza non c’è neanche un fiore

L’anima

10 non avevo mai capito
da dove l’anima viene tra gli spini
ma l’anima è piccola, fatta d’aria,
passa tra gli spini e non si graffia

La casa

O casa di mia madre sulle Cesane
bella giù per il fosso,
coi campi, gli alberi di noce, la bersigana,
la bersigana sotto...la bersigana era un’uva rossa,
con le magnate grandi alla battitura
e gli acini del grano fino ai ginocchi
e cassette di vesprina e di bianchello
che si portavano giù dalla piantata
o casa di mia nonna sotto Camorciano
con i meli, i meli colmi, gli alberi, le robe
o casa di mia nonna a undici anni!
ricordo che una volta m’ammalai
e il contadino mi portò di sopra, su per lo stradino,
mi prese in spalla fino in cima,
avevo la febbre alta, a trentanove
e gli scotani tutti grandi, rossi
c’avevo visto venendo giù con la corriera
o casa di mia nonna e dei racconti
ed il nonno Madìo con lo sprovinglo,
lo sprovinglo, il diavolo cane nero,
il diavolo che era sempre a quattro passi.
D’inverno, quando è già inoltre novembre
entrava nei birocci, saltava dentro le fonti

Lo spino bianco

le lunghe bacche rosse splendono
intatte quando l’ottobre entra,
1 cieli sono i più azzurri
dell’anno, ma freddi e brevi,
porta pace lo spino
gli agnelli bianchi brucano foglie
e frutti, dormono al ceppo

ma quando viene la bruma
nera e spessa
e scolora le bacche, cascano secche
spegne malva e falasco
fa l’acqua nera
escono allora le anime dai rami
girano come fuochi quasi spenti
ma solo chi è malvagia lascia lo spino
se c’è uno che passa
quando annotta
dovrà seguirla
e perdere la strada
❦ Frammenti di poema · Umberto Piersanti · 1971
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