Temi
Poesie di questo tema

Vita ed esistenza

Giuseppe Conte

Giuseppe Conte

Ai Lari

Lo so che non sei qui, o padre, lo so
bene che non sei oltre questa lastra
di granito che una patina strana
come grani di sale o di sabbia
incrostata rende opaca; non sei
oltre questa foto che scegliemmo
forse in fretta noi della famiglia
e che ben poco ti assomiglia.
Qui, dove noi rimasti deponiamo
fiori – orchidee, perché ci ricordiamo
che le prediligevi – e con l’accendino
cerchiamo di un cero lo stoppino
finché una scintilla non si rifletta
remando sopra il granito, scavandovi
labili incendi puntiformi. Eppure
io vengo qui per parlare con te
e solo per te ho riappreso a pregare.
Tu sei il principio, tu la fonte.
Se io sono qui, materia vivente,
ci sono grazie a te, ora che non hai
né il peso né la gioia del corpo. Mai
meno separati di così siamo
stati: noi due, facciamo l’invisibile e il visibile
simili alle due facce della luna
legati come sono le onde ai fondali.
Io sto sotto questi cieli autunnali.
E tu? Se c’è una luce oltre cielo
è vortice, è vertigine, orbita
di altri stati dell’essere, superiori
a noi come sono sempre più alti i fiori
della zolla, come tende all’alto il fuoco
sulla terra. Non ne conosciamo nulla.

Perché poco sappiamo noi del mondo:
che niente vale, niente è necessario
che è vano, che insensato, assurdo
è, che è deserto, vuoto, che
trionfano rovina e morte e oblio.
Tutto finisce come è finito
così in fretta il tuo tempo, padre:
le case che tu hai costruito,
le rose, le ortensie che hai piantato
e gli amori che hai inseguito. Finiscono
sotto dune di cenere statue e libri,
declinano e poi cadono gli imperi.
Anche di questi pini che tramano
l’aria con i rami nuovi, di queste
palme quasi arpe contro il mare
non resterà niente, anche il vento
sarà sibilo astrale e poi silenzio.
Niente vale, niente è necessario.
Tutto spazzerà il tempo, coprirà
il ghiaccio o arderà il fuoco. Eppure
io qui materia vivente sono,
delle albe e dei tramonti ho ancora il dono,
degli autunni e delle primavere,

di soffrire, di piangere, di pregare
ancora ho fame e sete. Eppure
io qui materia vivente vivo
e qui amo e grido e rido e scrivo..

(...) Era un antico patto tra noi uomini:
più antico di quello che regge
democrazia, famiglia, legge.
Onorare chi non c’è più, curarne
le spoglie e mantenerne la memoria.
La morte diventa una vendemmia,
anche il terrore era dolce, sacro vino.
E ci rendeva uomini quel patto,
conoscere il nostro mortale destino. (...)
Siamo noi, noi soli tra gli esseri
che camminano sotto il cielo
e che si aprono verso il sole
noi soli che curviamo le parole
alla dolce pazzia della preghiera
che giungiamo le nostre mani nude
e salutiamo chi non c’è più.
Giuseppe Conte

Giuseppe Conte

Le stagioni della terra

*
Non tocca terra, l’anima.
La vede come vedevamo
noi quel giardino, dall’alto
del terrazzino della nostra casa
senza individuarne
i confini
senza conoscerne
i proprietari, e neppure
sapere dove aveva
l’ingresso principale.
E lo ricordi? Di là, dall’alto
appariva così mobile
ora nuvoloso, compatto
ora sgranato, limpido
il verde del fogliame che copriva
muretti, pareti, sentieri.

C’era un’euforbia, forse
tante araucarie come
sagome di velieri
antichi, arenati
più che centenari eucalipti
cedri del Libano, e pini,
e intere famiglie di piante.

I colori che ritornavano, stagione
dopo stagione, te li ricordi?
Quello candido e torbido
della ginestra,
l’oro mutevole, ora più
a ponente ora più a levante
a volte introvabile, a volte
così bruciante delle mimose
il bianco nevoso dei ciliegi
a giugno lo scarlatto
marino nelle serre delle rose.

L’azzurro dei palissandri disegnava
tra il verde come un fiume, che sorgeva
lassù e poi dilagava sino quasi
alla bordura dei cipressi e tuie.

Non potevamo scenderci, ma al mattino
lo guardavamo. Fra la nostra gioia.

Ci sarà ancora quel giardino? Dove
finiva? E di chi sarà
stato?
La terra, l’amore, lo sono
un Giardino che l’anima ha soltanto
sognato, a lungo?

*
Ci pensi, non ho mai piantato un albero,
non hai mai avuto un figlio.
Tanto assomiglio al mare,
solitario, sterile.
Né un crespo cipresso, né un salice
umido e lento, né un’euforbia
diramata a delta, né un pesco
né un susino né un melo
ho mai fatto crescere, né un ramo
rosa o candido di marzo, né un piccolo
di uomo.

Come l’onda percuote la riva
senza fecondarla, senza lasciarvi
altro che alghe e consunte radici
così - non lo dici? — io percuoto
la vita.
Eppure, l’ho amata, la
terra, ti ho amata.