Poesie di questo tema
Musica
Franco Cavallo
Lo sapevate
lo sapevate
che il piccolo Mozart
aveva orrore
per le trombette?
che un semplice squillo di tromba
era per il fragile
Volfgangerl
come una rivoltella carica
premuta sul cuore?
per questo egli ha scelto
l’acuta sinuosità
dei violini,
delle viole
e dei violoncelli,
la pacata
solitudine erbosa
degli oboi
e dei corni
e il pensiero canneggiante
dei clarinetti.
che il piccolo Mozart
aveva orrore
per le trombette?
che un semplice squillo di tromba
era per il fragile
Volfgangerl
come una rivoltella carica
premuta sul cuore?
per questo egli ha scelto
l’acuta sinuosità
dei violini,
delle viole
e dei violoncelli,
la pacata
solitudine erbosa
degli oboi
e dei corni
e il pensiero canneggiante
dei clarinetti.
Paolo Buzzi
Strawinsky
La nebulosa scoppia,
esce il semibarbaro
vestito a colori di Pasqua
e canta e danza mistico
e nel ballo rapina
alni, betulle, larici:
tutto è fiera e mercato e carrosello
e l’organino s’impasta con l’intonarumori
e piove wodka pura
e s’accendono, alle faville di pipa,
i fuochi d’artifizio
e l’orchestra arde a’ suoi legni:
tutto è girandola d’archi
e le trombe zampillano razzi
alle costellazioni i
e i tamburi petardano
eitam-tam
guancian gli astri in tremendi colpi d’oro.
Tutto ruota a vertigine:
l’idiozia mugika
vomita cacofonie divine,
la notte immalinconisce di lumi
lenti come catene viventi nella steppa.
Pace; è Notturno, o Terra Nera!
Ma la musica romba del cratere rosso
che non si spegnerà.
esce il semibarbaro
vestito a colori di Pasqua
e canta e danza mistico
e nel ballo rapina
alni, betulle, larici:
tutto è fiera e mercato e carrosello
e l’organino s’impasta con l’intonarumori
e piove wodka pura
e s’accendono, alle faville di pipa,
i fuochi d’artifizio
e l’orchestra arde a’ suoi legni:
tutto è girandola d’archi
e le trombe zampillano razzi
alle costellazioni i
e i tamburi petardano
eitam-tam
guancian gli astri in tremendi colpi d’oro.
Tutto ruota a vertigine:
l’idiozia mugika
vomita cacofonie divine,
la notte immalinconisce di lumi
lenti come catene viventi nella steppa.
Pace; è Notturno, o Terra Nera!
Ma la musica romba del cratere rosso
che non si spegnerà.
Ugo Foscolo
Le Grazie, inno secondo (La sonatrice)
Leggiadramente d’un ornato ostello,
che a lei d’Arno futura abitatrice
i pennelli posando edificava
il bel fabbro d’Urbino, esce la prima
vaga mortale, e siede all’ara; e il bisso
liberale acconsente ogni contorno
di sue forme eleganti; e fra il candore
delle dita s’avvivano le rose,
mentre accanto al suo petto agita l’arpa.
Scoppian dall’inquïete aeree fila,
quasi raggi di sol rotti dal nembo,
gioia insieme e pietà, poi che sonanti
rimembran come il ciel l’uomo concesse
alle gioie e agli affanni onde gli sia
librato e vario di sua vita il volo,
e come alla virtù guidi il dolore,
e il sorriso e il sospiro errin sul labbro
delle Grazie, e a chi son fauste e presenti,
dolce in core ei s’allegri e dolce gema.
Pari un concento, se pur vera è fama,
un dì Aspasia tessea lungo l’Ilisso:
era allor delle Dee sacerdotessa,
e intento al suono Socrate libava
sorridente a quell’ara, e col pensiero
quasi a’ sereni dell’Olimpo alzossi.
Quinci il veglio mirò volgersi obliqua,
affrettando or la via su per le nubi,
or ne’ gorghi letèi precipitarsi
di Fortuna la rapida quadriga
da’ viventi inseguita; e quel pietoso
gridò invano dall’alto: A cieca duce
siete seguaci, o miseri! e vi scorge
che a lei d’Arno futura abitatrice
i pennelli posando edificava
il bel fabbro d’Urbino, esce la prima
vaga mortale, e siede all’ara; e il bisso
liberale acconsente ogni contorno
di sue forme eleganti; e fra il candore
delle dita s’avvivano le rose,
mentre accanto al suo petto agita l’arpa.
Scoppian dall’inquïete aeree fila,
quasi raggi di sol rotti dal nembo,
gioia insieme e pietà, poi che sonanti
rimembran come il ciel l’uomo concesse
alle gioie e agli affanni onde gli sia
librato e vario di sua vita il volo,
e come alla virtù guidi il dolore,
e il sorriso e il sospiro errin sul labbro
delle Grazie, e a chi son fauste e presenti,
dolce in core ei s’allegri e dolce gema.
Pari un concento, se pur vera è fama,
un dì Aspasia tessea lungo l’Ilisso:
era allor delle Dee sacerdotessa,
e intento al suono Socrate libava
sorridente a quell’ara, e col pensiero
quasi a’ sereni dell’Olimpo alzossi.
Quinci il veglio mirò volgersi obliqua,
affrettando or la via su per le nubi,
or ne’ gorghi letèi precipitarsi
di Fortuna la rapida quadriga
da’ viventi inseguita; e quel pietoso
gridò invano dall’alto: A cieca duce
siete seguaci, o miseri! e vi scorge