Le fantasie, IV (La pace di Costanza)

Lo stesso evangelo toccato da’ suoi,
Toccammo a vicenda; giurammo anche noi
Quel ch’egli col labbro dei Conti giurò.
Su l’anime nostre, su quella di lui
Sta il patto: la perda, la danni colui
Del quale avran detto che primo il falsò.

In Curia solenne, fra un nugol di sguardi,
Qual pari con pari, coi Messi lombardi
Fu duopo al superbo legarsi di fè!
Il popol ch’ei volle punito, soggetto,
Gli sfugge dal piglio; gli siede a rimpetto,
Levata la fronte, sicuro di sè.

La pace! la pace! Rechiamola ai figli,
Nunziamo alle spose finiti i perigli
Di ch’elle tant’anni pei cari tremâr.
L’immune abituro pregato ai mariti,
Or l’han; nè più mogli di servi scherniti,
Ma donne di franchi s’udranno chiamar.

Addio, belle rive del fiume straniero,
E tu, mitigato signor dell’impero,
E tu, pei Lombardi la fausta città.
Tornati a sedere su i fiumi nativi,
Compagno de’ nostri pensieri più giulivi,
Costanza, il tuo nome perpetuo verrà.

Ma quando da canto le nostre lettiere
Vedrem le sospese labarde guerriere,
E i grumi del sangue che un dì le bruttò;
Un altro bel nome ricorso alla mente
Diremo alle donne; ciascuna, ridente,
Poggiatasi al braccio che i fieri prostrò.

Direm lo sbaraglio del campo battuto,
E il sir di tant’oste tre giorni perduto,
Tre notti fra dumi tentando un sentier.
La regia consorte tre notti l’aspetta,
Tre giorni lo chiama dall’alta veletta:
Al quarto, — misviene fra i muti scudier.

L’han cerco nel greto, nell’ampia boscaglia;
Indarno! — Sergenti, valletti in gramaglia,
Preparan nell’aula l’esequie del re. —
No, povera afflitta, non metterlo il bruno.
Giù al ponte v’è gridi; — lo passa qualcuno:
È desso, — in castello; — domanda di te.

No, povera afflitta, tu colpa non hai;
E il ciel te lo rende; nè tu le saprai
Le angosce sofferte dall’uom del tuo cor.
Ma taci; e ti basti che vano è il corrotto.
Nessun di battaglia s’attenti far motto;
Nessun con inchieste gl’irriti il rossor.

È altrove, è fra i balli del popol ritroso
Che fervon racconti del dì sanguinoso.
Là chiede ogni voce: Guerrieri, che fu? —
Oh, bello! sul campo venir di que’ prodi,
Tracciarne i vestigi, ridirne le lodi,
Membrarne per tutto l’audace virtù!

Nei dì del Signore, dinanzi gli altari,
Allor che l’uom, netto d’affanni volgari,
L’origin più intende da cui derivò;
Ignoti al rimorso d’averla smentita,
Oh bello! in sen piena sentirci la vita,
Volenti, possenti, quai Dio ne creò!

Nel coglier dell’uve, nel mieter del grano,
Dovunque è una gioia, fia sempre Legnano
L’altera parola che il canto dirà.
Ma, guai pe’ nipoti! se ad essi discesa,
Diventa parola che muor non compresa:
Quel giorno l’infame dei giorni sarà.

Snerbato, curante ciascun di sè solo;
Qual correr d’estranei! qual onta sul suolo
Che a noi tanto sangue, tant’ansie costò.
Allor, non distinti dai vili i gementi,
Guardando un tal volgo, diranno le genti:
I re che ha sul collo, son quei che mertò. —
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