Giovanni Berchet

Giovanni Berchet

1783–1851 · visse 68 anni IT IT

n. 1783-12-23, Milão · m. 1851-12-23, Turim

Il romito del Cenisio

Viandante alla ventura
L’ardue nevi del Cenisio
Un estranio superò;
E dell’itala pianura
Al sorriso interminabile
Dalla balza s’affacciò.

Gli occhi alacri, i passi arditi
Subitaneo in lui rivelano
Il tripudio del pensier.
Maravigliano i romiti,
Quei che pavido il sorressero
Su pei dubbi del sentier.

Ma l’un di essi, col dispetto
D’uom crucciato da miserie,
Rompe i gaudi al viator,
Esclamando: — «Maledetto
Chi s’accosta senza piangere
Alla terra del dolor!»

Qual chi scosso d’improvviso,
Si risente d’un’ingiuria
Che non sa di meritar;
Tal sul vecchio del Cenisio
Si rivolse quell’estranio
Scuro il guardo a saettar.

Ma fu un lampo. — Del Romito
Le pupille venerabili
Una lagrima velò;
E l’estranio, impietosito,
Ne’ misteri di quell’anima,
Sospettando, penetrò.

Che un dì a lui, nell’aule algenti
Là lontan su l’onda baltica,
Dall’Italia andò un romor
D’oppressori e di frementi,
Di speranze e di dissidi,
Di tumulti annunziator.

Ma confuso, ma fugace
Fu quel grido: e ratto a sperderlo
La parola uscì dei re,
Che narrò composta in pace
Tutta Italia a’ troni immobili
Plauder lieta, e giurar fè. —

Ei pensava: — Non è lieta,
Non può stanza esser del giubilo
Dove il pianto è al limitar. —
Con inchiesta mansueta
Tentò il cor del Solitario,
Che rispose al suo pregar:

«Non è lieta, ma pensosa;
Non v’è plauso, ma silenzio;
Non v’è pace, ma terror.
Come il mar su cui si posa,
Sono immensi i guai d’Italia,
Inesausto il suo dolor.

«Libertà volle; ma, stolta!
Credè ai prenci, e osò commettere
Ai lor giuri il suo voler.
I suoi prenci l’han travolta,
L’han ricinta di perfidie,
L’han venduta allo stranier.

«Da quest’Alpi infino a Scilla
La sua legge è il brando barbaro
Che i suoi regoli invocâr.
Da quest’Alpi infino a Scilla
È delitto amar la patria,
È una colpa il sospirar.

«Una ciurma irrequieta
Scosse i cenci, e giù dal Brennero
Corse ai Fori e li occupò:
Trae le genti alla segreta,
Dove iroso quei le giudica
Che bugiardo le accusò.

«Guarda; i figli dell’affanno
Su la marra incurvi sudano:
Va, ne interroga il sospir:
Queste braccia, ti diranno,
Scarne penano onde mietere
Il tributo a un stranio sir.

«Va, discendi, e le bandiere
Cerca ai prodi; cerca i lauri
Che all’Italia il pensier diè. —
Son disciolte le sue schiere;
È compresso il labbro ai savii;
Stretto in ferri ai giusti il piè:

«Tolta ai solchi, alle officine
Delle madri al caro eloquio
La robusta gioventù,
Data in rocche peregrine
Alla verga del vil Teutono
Che l’edùchi a servitù.

«Cerca il brio delle sue genti
All’Italia; i dì che furono
Alle cento sue città:
Dov’è il flauto che rammenti
Le sue veglie, e delle vergini
La danzante ilarità?

«Va, ti bea de’ Soli suoi;
Godi l’aure, spira vivide
Le fragranze de’ suoi fior.
Ma, che pro de’ gaudi tuoi?
Non avrai con chi dividerli:
Il sospetto ha chiusi i cor.

«Muti intorno degli alari
Vedrai padri ai figli stringersi:
Vedrai nuore impallidir
Su lo strazio de’ lor cari,
E fratelli membrar invidi
I fratelli che fuggîr.

«Oh! Perchè non posso anch’io,
Con la mente ansia, fra gli esuli
Il mio figlio rintracciar?
O mio Silvio, o figlio mio,
Perchè mai nell’incolpabile
Tua coscienza ti fidar?

«Oh, l’improvido! — l’han colto
Come agnello al suo presepio;
E di mano al percussor
Sol dai perfidi fu tolto
Perchè, avvinto in ceppi, il calice
Beva lento del dolor;

«Dove un pio mai non consola,
Dove i giorni non gli numera
Altro mai che l’alternar
Delle scolte...» — La parola
Su le labbra qui del misero
I singulti soffocâr. —

«Di conforto lo sovviene,
La man stende a lui l’estranio. —
Quei sul petto la serrò:
Poi, com’uom che più ’l rattiene
Più gli sgorga il pianto, all’eremo
Col compagno s’avviò.

Ahi! qual alpe sì romita
Può sottrarlo alle memorie,
Può le angosce in lui sopir
Che dal turbin della vita,
Dalle care consuetudini,
Disperato, il dipartir? —

Come il voto che la sera,
Fe’ il briaco nel convivio,
Rinnegato è al nuovo dì;
Tal, sul l’itala frontiera,
Dell’Italia il desiderio
All’estranio in sen morì.

Ai bei soli, a’ bei vigneti
Contristati dalle lagrime
Che i tiranni fan versar,
Ei preferse i tetri abeti,
Le sue nebbie ed i perpetui
Aquiloni del suo mar.
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Poesie

3

Il romito del Cenisio

Viandante alla ventura
L’ardue nevi del Cenisio
Un estranio superò;
E dell’itala pianura
Al sorriso interminabile
Dalla balza s’affacciò.

Gli occhi alacri, i passi arditi
Subitaneo in lui rivelano
Il tripudio del pensier.
Maravigliano i romiti,
Quei che pavido il sorressero
Su pei dubbi del sentier.

Ma l’un di essi, col dispetto
D’uom crucciato da miserie,
Rompe i gaudi al viator,
Esclamando: — «Maledetto
Chi s’accosta senza piangere
Alla terra del dolor!»

Qual chi scosso d’improvviso,
Si risente d’un’ingiuria
Che non sa di meritar;
Tal sul vecchio del Cenisio
Si rivolse quell’estranio
Scuro il guardo a saettar.

Ma fu un lampo. — Del Romito
Le pupille venerabili
Una lagrima velò;
E l’estranio, impietosito,
Ne’ misteri di quell’anima,
Sospettando, penetrò.

Che un dì a lui, nell’aule algenti
Là lontan su l’onda baltica,
Dall’Italia andò un romor
D’oppressori e di frementi,
Di speranze e di dissidi,
Di tumulti annunziator.

Ma confuso, ma fugace
Fu quel grido: e ratto a sperderlo
La parola uscì dei re,
Che narrò composta in pace
Tutta Italia a’ troni immobili
Plauder lieta, e giurar fè. —

Ei pensava: — Non è lieta,
Non può stanza esser del giubilo
Dove il pianto è al limitar. —
Con inchiesta mansueta
Tentò il cor del Solitario,
Che rispose al suo pregar:

«Non è lieta, ma pensosa;
Non v’è plauso, ma silenzio;
Non v’è pace, ma terror.
Come il mar su cui si posa,
Sono immensi i guai d’Italia,
Inesausto il suo dolor.

«Libertà volle; ma, stolta!
Credè ai prenci, e osò commettere
Ai lor giuri il suo voler.
I suoi prenci l’han travolta,
L’han ricinta di perfidie,
L’han venduta allo stranier.

«Da quest’Alpi infino a Scilla
La sua legge è il brando barbaro
Che i suoi regoli invocâr.
Da quest’Alpi infino a Scilla
È delitto amar la patria,
È una colpa il sospirar.

«Una ciurma irrequieta
Scosse i cenci, e giù dal Brennero
Corse ai Fori e li occupò:
Trae le genti alla segreta,
Dove iroso quei le giudica
Che bugiardo le accusò.

«Guarda; i figli dell’affanno
Su la marra incurvi sudano:
Va, ne interroga il sospir:
Queste braccia, ti diranno,
Scarne penano onde mietere
Il tributo a un stranio sir.

«Va, discendi, e le bandiere
Cerca ai prodi; cerca i lauri
Che all’Italia il pensier diè. —
Son disciolte le sue schiere;
È compresso il labbro ai savii;
Stretto in ferri ai giusti il piè:

«Tolta ai solchi, alle officine
Delle madri al caro eloquio
La robusta gioventù,
Data in rocche peregrine
Alla verga del vil Teutono
Che l’edùchi a servitù.

«Cerca il brio delle sue genti
All’Italia; i dì che furono
Alle cento sue città:
Dov’è il flauto che rammenti
Le sue veglie, e delle vergini
La danzante ilarità?

«Va, ti bea de’ Soli suoi;
Godi l’aure, spira vivide
Le fragranze de’ suoi fior.
Ma, che pro de’ gaudi tuoi?
Non avrai con chi dividerli:
Il sospetto ha chiusi i cor.

«Muti intorno degli alari
Vedrai padri ai figli stringersi:
Vedrai nuore impallidir
Su lo strazio de’ lor cari,
E fratelli membrar invidi
I fratelli che fuggîr.

«Oh! Perchè non posso anch’io,
Con la mente ansia, fra gli esuli
Il mio figlio rintracciar?
O mio Silvio, o figlio mio,
Perchè mai nell’incolpabile
Tua coscienza ti fidar?

«Oh, l’improvido! — l’han colto
Come agnello al suo presepio;
E di mano al percussor
Sol dai perfidi fu tolto
Perchè, avvinto in ceppi, il calice
Beva lento del dolor;

«Dove un pio mai non consola,
Dove i giorni non gli numera
Altro mai che l’alternar
Delle scolte...» — La parola
Su le labbra qui del misero
I singulti soffocâr. —

«Di conforto lo sovviene,
La man stende a lui l’estranio. —
Quei sul petto la serrò:
Poi, com’uom che più ’l rattiene
Più gli sgorga il pianto, all’eremo
Col compagno s’avviò.

Ahi! qual alpe sì romita
Può sottrarlo alle memorie,
Può le angosce in lui sopir
Che dal turbin della vita,
Dalle care consuetudini,
Disperato, il dipartir? —

Come il voto che la sera,
Fe’ il briaco nel convivio,
Rinnegato è al nuovo dì;
Tal, sul l’itala frontiera,
Dell’Italia il desiderio
All’estranio in sen morì.

Ai bei soli, a’ bei vigneti
Contristati dalle lagrime
Che i tiranni fan versar,
Ei preferse i tetri abeti,
Le sue nebbie ed i perpetui
Aquiloni del suo mar.

Il trovatore

Va per la selva bruna
Solingo il trovator
Domato dal rigor
Della fortuna.

La faccia sua sì bella
La disfiorò il dolor;
La voce del cantor
Non è più quella.

Ardea nel suo segreto;
E i voti, i lai, l’ardor
Alla canzon d’amor
Fidò indiscreto.

Dal talamo inaccesso
Udillo il suo signor:
L’improvido cantor
Tradì sè stesso. —

Pei dì del giovinetto
Tremò alla donna il cor,
Ignara fino allor
Di tanto affetto.

E supplice al geloso,
Ne contenea il furor:
Bella del proprio onor
Piacque allo sposo.

Rise l’ingenua. Blando
L’accarezzò il signor:
Ma il giovin Trovator
Cacciato è in bando.

De’ cari occhi fatali
Più non vedrà il fulgor,
Non berrà più da lor
L’obblio de’ mali.

Varcò quegli atri muto
Ch’ei rallegrava ognor
Con gl’inni del valor,
Col suo liuto.

Scese — varcò le porte —
Stette — guardolle ancor:
E gli scoppiava il cor
Come per morte. —

Venne alla selva bruna:
Quivi erra il Trovator,
Fuggendo ogni chiaror
Fuor che la luna.

La guancia sua sì bella
Più non somiglia un fior;
La voce del cantor

Le fantasie, IV (La pace di Costanza)

Lo stesso evangelo toccato da’ suoi,
Toccammo a vicenda; giurammo anche noi
Quel ch’egli col labbro dei Conti giurò.
Su l’anime nostre, su quella di lui
Sta il patto: la perda, la danni colui
Del quale avran detto che primo il falsò.

In Curia solenne, fra un nugol di sguardi,
Qual pari con pari, coi Messi lombardi
Fu duopo al superbo legarsi di fè!
Il popol ch’ei volle punito, soggetto,
Gli sfugge dal piglio; gli siede a rimpetto,
Levata la fronte, sicuro di sè.

La pace! la pace! Rechiamola ai figli,
Nunziamo alle spose finiti i perigli
Di ch’elle tant’anni pei cari tremâr.
L’immune abituro pregato ai mariti,
Or l’han; nè più mogli di servi scherniti,
Ma donne di franchi s’udranno chiamar.

Addio, belle rive del fiume straniero,
E tu, mitigato signor dell’impero,
E tu, pei Lombardi la fausta città.
Tornati a sedere su i fiumi nativi,
Compagno de’ nostri pensieri più giulivi,
Costanza, il tuo nome perpetuo verrà.

Ma quando da canto le nostre lettiere
Vedrem le sospese labarde guerriere,
E i grumi del sangue che un dì le bruttò;
Un altro bel nome ricorso alla mente
Diremo alle donne; ciascuna, ridente,
Poggiatasi al braccio che i fieri prostrò.

Direm lo sbaraglio del campo battuto,
E il sir di tant’oste tre giorni perduto,
Tre notti fra dumi tentando un sentier.
La regia consorte tre notti l’aspetta,
Tre giorni lo chiama dall’alta veletta:
Al quarto, — misviene fra i muti scudier.

L’han cerco nel greto, nell’ampia boscaglia;
Indarno! — Sergenti, valletti in gramaglia,
Preparan nell’aula l’esequie del re. —
No, povera afflitta, non metterlo il bruno.
Giù al ponte v’è gridi; — lo passa qualcuno:
È desso, — in castello; — domanda di te.

No, povera afflitta, tu colpa non hai;
E il ciel te lo rende; nè tu le saprai
Le angosce sofferte dall’uom del tuo cor.
Ma taci; e ti basti che vano è il corrotto.
Nessun di battaglia s’attenti far motto;
Nessun con inchieste gl’irriti il rossor.

È altrove, è fra i balli del popol ritroso
Che fervon racconti del dì sanguinoso.
Là chiede ogni voce: Guerrieri, che fu? —
Oh, bello! sul campo venir di que’ prodi,
Tracciarne i vestigi, ridirne le lodi,
Membrarne per tutto l’audace virtù!

Nei dì del Signore, dinanzi gli altari,
Allor che l’uom, netto d’affanni volgari,
L’origin più intende da cui derivò;
Ignoti al rimorso d’averla smentita,
Oh bello! in sen piena sentirci la vita,
Volenti, possenti, quai Dio ne creò!

Nel coglier dell’uve, nel mieter del grano,
Dovunque è una gioia, fia sempre Legnano
L’altera parola che il canto dirà.
Ma, guai pe’ nipoti! se ad essi discesa,
Diventa parola che muor non compresa:
Quel giorno l’infame dei giorni sarà.

Snerbato, curante ciascun di sè solo;
Qual correr d’estranei! qual onta sul suolo
Che a noi tanto sangue, tant’ansie costò.
Allor, non distinti dai vili i gementi,
Guardando un tal volgo, diranno le genti:
I re che ha sul collo, son quei che mertò. —

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