ERMENGARDA, sostenuta da due DONZELLE, ANSBERGA.

ermengarda.
Qui sotto il tiglio, qui.
(s’adagia sur un sedile)
Come è soave
Questo raggio d’april! come si posa
Sulle frondi nascenti! Intendo or come
Tanto ricerchi il sol colui, che, d’anni
Carco, fuggir sente la vita!
(alle DONZELLE)
A voi
Grazie, a voi, che, reggendo il fianco infermo,
Pago feste l’amor ch’oggi mi prese
Di circondarmi ancor di queste aperte
Aure, ch’io prime respirai, del Mella;
Sotto il mio cielo di sedermi, e tutto
Vederlo ancor, fin dove il guardo arriva.
- Dolce sorella, a Dio sacrata madre,
Pietosa Ansberga!
(le porge la mano: le DONZELLE si ritirano: ANSBERGA siede.)
- Di tue cure il fine
S’appressa, e di mie pene. Oh! con misura
Le dispensa il Signor. Sento una pace
Stanca, foriera della tomba: incontro
L’ora di Dio più non combatte questa
Mia giovinezza doma; e dolcemente,
Più che sperato non avrei, dal laccio
L’anima, antica nel dolor, si solve.
L’ultima grazia ora ti chiedo: accogli
Le solenni parole, i voti ascolta
Della morente, in cor li serba, e puri
Rendili un giorno a quei ch’io lascio in terra.
- Non turbarti, o diletta: oh! non guardarmi

Accorata così. Di Dio, nol vedi?,
Questa è pietà. Vuoi che mi lasci in terra
Pel dì che Brescia assaliran? per quando
Un tal nemico appresserà? che a questo
Ineffabile strazio Ei qui mi tenga?

ansberga.
Cara infelice, non temer: lontane
Da noi son l’armi ancor: contra Verona,
Contra Pavia, de’ re, dei fidi asilo,
Tutte le forze sue quell’empio adopra;
E, spero in Dio, non basteranno. Il nostro
Nobil cugin, l’ardito Baudo, il santo
Vescovo Ansvaldo, a queste mura intorno
Del Benaco i guerrieri e delle valli
Han radunati; e immoti stanno, accinti
A difesa mortal. Quando Verona
Cada e Pavia (Dio, nol consenti!) un novo
Lungo conflitto...

ermengarda.
Io nol vedrò: disciolta
Già d’ogni tema e d’ogni amor terreno,
Dal rio sperar, lunge io sarò; pel padre
Io pregherò, per quell’amato Adelchi,
Per te, per quei che soffrono, per quelli
Che fan soffrir, per tutti. - Or tu raccogli
La mia mente suprema. Al padre, Ansberga,
Ed al fratel, quando li veda - oh questa
Gioia negata non vi sia! - dirai
Che, all’orlo estremo della vita, al punto
In cui tutto s’obblia, grata e soave
Serbai memoria di quel dì, dell’atto
Cortese, allor che a me tremante, incerta
Steser le braccia risolute e pie,
Nè una reietta vergognar; dirai
Che al trono del Signor, caldo, incessante,
Per la vittoria lor stette il mio prego;
E s’Ei non l’ode, alto consiglio è certo
Di pietà più profonda; e ch’io morendo
Gli ho benedetti. - Indi, sorella.... oh! questo
Non mi negar.... trova un Fedel che possa,
Quando che sia, dovunque, a quel feroce
Di mia gente nemico approssimarsi....

ansberga.
Carlo!

ermengarda.
Tu l’hai nomato: e sì gli dica:
Senza rancor passa Ermengarda: oggetto

D’odio in terra non lascia, e di quel tanto
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