Come vicine le stelle,
ciascuna a ciascuna, e a noi
solinghi! Accennano e palpitano
prodighe di tenerezza.
Non le consuma una opaca
febre; non le fa schive
disparità; nè disio
le incenerisce o silenzio
lima lor cuore; nè acerbo
gonfia lor pupille il pianto.

Ospite, guarda le stelle
infinite ne l’infinito
cielo. La Notte, l’eterna
l’antica madre si è tutta
ringiovanita di luce.
Ignuda a specchio del cielo
si piace di sua vaghezza.
Ride e piange di luce.
Pare una primavera
triste, più grande, fuggita
oltre la morte e la vita,
immemore del breve mondo,
signora di praterie
di luce, di fiumane
di luce, di paradisi
di luce.... Ospite, guarda;
poi che non giova guardare
nel cuore umano ch’è un mare
bujo. Guarda le stelle!
Tremano come a un vento
di giubilo. Tremano e palpitano.
Son fiori eterni che sbocciano,
cesarie d’oro che ondeggiano,
perlati veli che fluttuano,
pensosi occhi che affisano?...
O prodigii! O misterii,
su nostre anime attonite!

Un riso innumerevole
propagasi in oceani
d’opale. Entro, di liquide
gemme isole fiammeggiano.
Gonfia gl’irremeabili
oceani il volubile
incendio. Le miriadi
di stelle da i pinnacoli
del cielo agita un èmpito
concorde. Anche le pallide
nebulose hanno brividi
di candore. Ali battono?...
O invadono i siderei
silenzi onde di musiche?...

Cittadino del Cielo
e tu fammi, purpurea
Notte! Prendimi e sperdimi
nel golfo immensurabile!
Mesci il mio nel tuo palpito
immenso, o moltitudine
ardente! Fra’ tuoi atomi
accogli e fra la polvere
di stelle anche la minima
anima! Non li empirei
spazii, non fiamma o tenebra,
non violare i termini
del Tempo, entrar nel limite
de l’Infinito e naufrago
rotear nel tuo gurgite,
non m’impaura. Questo,
m’impaura, mio labile
uman cuore.... E tu avvolgimi
nel tuo candente velo,
Notte! Affrancami, e fammi
cittadino del Cielo!
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