Poesie di questo tema
Notte e luna
Agnolo Poliziano
La notte
La notte che le cose ci nasconde
tornava ombrata di stellato ammanto:
e l’usignuol sotto le amate fronde
cantando ripetea l’antico pianto;
ma solo a’ suoi lamenti eco risponde,
ch’ogn’altro augel quetato avea già il canto:
dalla cimmeria valle uscian le torme
de’ sogni negri con diverse forme.
tornava ombrata di stellato ammanto:
e l’usignuol sotto le amate fronde
cantando ripetea l’antico pianto;
ma solo a’ suoi lamenti eco risponde,
ch’ogn’altro augel quetato avea già il canto:
dalla cimmeria valle uscian le torme
de’ sogni negri con diverse forme.
Albino Pierro
Na catarra luntene
«Ca vó ittè u sagne»
dicì duce duce
na voce di porche nd’ ‘a notte,
e com’a na màscre di Carnuère
forte forte rirìte;
o chiangìte?
Na cosicella nivre s’annacàite
e na bacchetta ianche facì signe,
ma a chi?
a nu cristiène o a nu ciucce,
a nu sorge o a na iatte?
E si facì cchiù citte u scure
nda chille pétre e piscone,
e nu pòure chenicèlle scantète
si ni ì’ mure mure,
e nisciune nisciune rispunnìite
a chille menze iastéme,
e chiuvìte.
Na catarra luntene
uìta sapé cché séme.
dicì duce duce
na voce di porche nd’ ‘a notte,
e com’a na màscre di Carnuère
forte forte rirìte;
o chiangìte?
Na cosicella nivre s’annacàite
e na bacchetta ianche facì signe,
ma a chi?
a nu cristiène o a nu ciucce,
a nu sorge o a na iatte?
E si facì cchiù citte u scure
nda chille pétre e piscone,
e nu pòure chenicèlle scantète
si ni ì’ mure mure,
e nisciune nisciune rispunnìite
a chille menze iastéme,
e chiuvìte.
Na catarra luntene
uìta sapé cché séme.
Alda Merini
La cosa più superba è la notte
La cosa più superba è la notte
quando cadono gli ultimi spaventi
e l’anima si getta all’avventura.
Lui tace nel tuo grembo
come riassorbito dal sangue
che finalmente si colora di Dio
e tu preghi che taccia per sempre
per non sentirlo come un rigoglio fisso
fin dentro le pareti.
quando cadono gli ultimi spaventi
e l’anima si getta all’avventura.
Lui tace nel tuo grembo
come riassorbito dal sangue
che finalmente si colora di Dio
e tu preghi che taccia per sempre
per non sentirlo come un rigoglio fisso
fin dentro le pareti.
Aldo Palazzeschi
A palazzo Oro Ror
Nel cuor della notte, ogni notte,
la veglia incomincia a palazzo Oro Ror.
In riva allo stagno s’innalza il palazzo,
soltanto lo stagno lo guarda perenne e lo specchia.
Già lenta l’orchestra incomincia la danza,
la notte è profonda.
Comincian le dame che giungon da lungi,
discendon silenti dai cocchi dorati.
Dei ricchi broccati ricopron le dame,
ricopron le vesti cosparse di gemme i ricchi broccati.
Finestra non s’apre a palazzo Oro Ror,
ma solo la porta, la sera, pel passo alle dame.
In fila infinita si seguono i cocchi dorati,
discendon le dame silenti ravvolte nei ricchi broccati.
Lo stagno ne specchia l’entrata,
e l’oro dei cocchi risplende nell’acqua estasiata.
L’orchestra soltanto si sente.
Si perde il vaghissimo suono
confuso fra muover di serici manti.
La veglia ora è piena.
Di fuori più nulla.
Silenzio.
Un cocchio lucente ancora lontano risplende,
s’appressa più ratto del vento
e rapida scende la dama tardante.
Se n’ode soltanto il leggero frusciare del serico manto.
Il cocchio ora lento nell’ombra si perde.
la veglia incomincia a palazzo Oro Ror.
In riva allo stagno s’innalza il palazzo,
soltanto lo stagno lo guarda perenne e lo specchia.
Già lenta l’orchestra incomincia la danza,
la notte è profonda.
Comincian le dame che giungon da lungi,
discendon silenti dai cocchi dorati.
Dei ricchi broccati ricopron le dame,
ricopron le vesti cosparse di gemme i ricchi broccati.
Finestra non s’apre a palazzo Oro Ror,
ma solo la porta, la sera, pel passo alle dame.
In fila infinita si seguono i cocchi dorati,
discendon le dame silenti ravvolte nei ricchi broccati.
Lo stagno ne specchia l’entrata,
e l’oro dei cocchi risplende nell’acqua estasiata.
L’orchestra soltanto si sente.
Si perde il vaghissimo suono
confuso fra muover di serici manti.
La veglia ora è piena.
Di fuori più nulla.
Silenzio.
Un cocchio lucente ancora lontano risplende,
s’appressa più ratto del vento
e rapida scende la dama tardante.
Se n’ode soltanto il leggero frusciare del serico manto.
Il cocchio ora lento nell’ombra si perde.
Aldo Palazzeschi
A palazzo Rari Or
Da vetri oscurissimi
leggera una nebbia viola traspare:
finissima luce.
E s’odon le note morenti
dei balli più lenti.
Si vedon dai vetri
passare volanti
le tuniche bianche
di coppie danzanti.
leggera una nebbia viola traspare:
finissima luce.
E s’odon le note morenti
dei balli più lenti.
Si vedon dai vetri
passare volanti
le tuniche bianche
di coppie danzanti.
Aldo Palazzeschi
Le fanciulle bianche
La gente cammina pian piano
su l’erta che mena alla chiesa.
E un lungo viale fra gli alti cipressi.
” La gente cammina pian piano.
AÀ mezzo dell’erta a sinistra
v’è un grande cancello che chiude un giardino.
Là dentro passeggiano al sole
le fanciulle bianche.
1° Passeggiano lento pel grande giardino.
Non ànno un sorriso.
La gente passando si ferma a guardare.
su l’erta che mena alla chiesa.
E un lungo viale fra gli alti cipressi.
” La gente cammina pian piano.
AÀ mezzo dell’erta a sinistra
v’è un grande cancello che chiude un giardino.
Là dentro passeggiano al sole
le fanciulle bianche.
1° Passeggiano lento pel grande giardino.
Non ànno un sorriso.
La gente passando si ferma a guardare.
Aldo Palazzeschi
Oro Doro Odoro Dodoro
In fondo al viale profondo è la nicchia gigante
ch’è cinta dagli alti cipressi.
La statua fu tolta nei tempi lontani.
La luna risplende sul bianco lucente del marmo
che sembra poggiarsi
sul nero profondo degli alti cipressi.
Vi sono alla base
quattr’uomini avvolti di neri mantelli.
Si guardan fra loro in silenzio,
non muovono un dito.
ch’è cinta dagli alti cipressi.
La statua fu tolta nei tempi lontani.
La luna risplende sul bianco lucente del marmo
che sembra poggiarsi
sul nero profondo degli alti cipressi.
Vi sono alla base
quattr’uomini avvolti di neri mantelli.
Si guardan fra loro in silenzio,
non muovono un dito.
Andrea Zanzotto
Sere del dì festivo
non v’è nulla, nel tuo tutto, che si chiami sera.
Sera che scende da se stessa come
purissima immemore autoctonia del gelo.
Sera che è festa di tratti unicizzanti
hàpax di unicità qui implicate
per orrore errore splendore 31-1, e poi
dannata euforia di guerriglie del gelo
Sera del dì di festa: e ogni vena, infine,
voluttà in lei ristagna
e poi rimbalza e scivola
e ogni grido-bisbiglio precipita
in luce umana scavata dentro vetri
in cui Beltà chances frammenti già ipèrmetri
sotto ogni grado zero
sotto la cuspide 31-1
vibrano allùcinano.
Sera che non vuole, anche se onnipotente,
che abbandonaaccantona futuro e passato
e pur nega il presente
ma
sera che non tradisce, sparge
duri perdoni, durissime consolazioni,
lacrime gloriosamente
folli-fossili.
Sera, immensa ti fai di suoni nani
di tossici juke-box
che nessuno mai rinvenne, udì, sostenne;
31-1, domenica, sera del dì di festa,
‘passione ghiacciooscura
nota e maisempre ignota,
sera fuori figura
sutura.
Sera che scende da se stessa come
purissima immemore autoctonia del gelo.
Sera che è festa di tratti unicizzanti
hàpax di unicità qui implicate
per orrore errore splendore 31-1, e poi
dannata euforia di guerriglie del gelo
Sera del dì di festa: e ogni vena, infine,
voluttà in lei ristagna
e poi rimbalza e scivola
e ogni grido-bisbiglio precipita
in luce umana scavata dentro vetri
in cui Beltà chances frammenti già ipèrmetri
sotto ogni grado zero
sotto la cuspide 31-1
vibrano allùcinano.
Sera che non vuole, anche se onnipotente,
che abbandonaaccantona futuro e passato
e pur nega il presente
ma
sera che non tradisce, sparge
duri perdoni, durissime consolazioni,
lacrime gloriosamente
folli-fossili.
Sera, immensa ti fai di suoni nani
di tossici juke-box
che nessuno mai rinvenne, udì, sostenne;
31-1, domenica, sera del dì di festa,
‘passione ghiacciooscura
nota e maisempre ignota,
sera fuori figura
sutura.
Corrado Govoni
Lucciole e raganelle del Berìgo
Sono le raganelle brune che sgretolan perle di pioggia, al Berìgo,
o la brezza marina che suona le rondini sui fili come note nel rigo?
I monti fumano quieti e oscuri; le case per spegnersi diventano
[rosa
e il mare si fa piccino, si chiude come una foglia di mimosa.
Io non so più, questa sera, se siano proprio le raganelle
che mangiano perle o le lucciole che fanno scoppiare le stelle;
o se sia il mare che brilla che odora e che fruscia contro i giardini
[sporgenti,
o nel buio le vesti delle giovani donne e i lor occhi fosforescenti.
o la brezza marina che suona le rondini sui fili come note nel rigo?
I monti fumano quieti e oscuri; le case per spegnersi diventano
[rosa
e il mare si fa piccino, si chiude come una foglia di mimosa.
Io non so più, questa sera, se siano proprio le raganelle
che mangiano perle o le lucciole che fanno scoppiare le stelle;
o se sia il mare che brilla che odora e che fruscia contro i giardini
[sporgenti,
o nel buio le vesti delle giovani donne e i lor occhi fosforescenti.
Enrico Cavacchioli
Bivacco
1 monti inseguono ’L ombra turchina delle nubi e dei
Icirri,
ed un rosario di gr
si snoda nel cobalto d’un cielo indefinito
in una catena perlare: piantato su nuvole d’oro.
Silenzio. Le ali lontane combattono con lentezza
sotto alla nuvolaglia che sale
in uno spasimo floreale
e invade il dominio della Luna.
In questo bivacco crepuscolare, che riposa,
si sentirebbe cadere anche la luce di una stella,
anche il petalo d’una rosa,
e l’anima degli uomini sembrerebbe più semplice,
chiusa nel cielo che va oltre le montagne nere,
s’io non vedessi il mio piccolo mondo a cui scavo la fossa
viver dipinto, col suo prato fiorito e con la sua fontana
a getto interminabile, su di un vaso di porcellana
che fa morire tre fiori sulla mia tavola rossa...
Icirri,
ed un rosario di gr
si snoda nel cobalto d’un cielo indefinito
in una catena perlare: piantato su nuvole d’oro.
Silenzio. Le ali lontane combattono con lentezza
sotto alla nuvolaglia che sale
in uno spasimo floreale
e invade il dominio della Luna.
In questo bivacco crepuscolare, che riposa,
si sentirebbe cadere anche la luce di una stella,
anche il petalo d’una rosa,
e l’anima degli uomini sembrerebbe più semplice,
chiusa nel cielo che va oltre le montagne nere,
s’io non vedessi il mio piccolo mondo a cui scavo la fossa
viver dipinto, col suo prato fiorito e con la sua fontana
a getto interminabile, su di un vaso di porcellana
che fa morire tre fiori sulla mia tavola rossa...
Gabriele D'Annunzio
Canto dell’ospite
VII. O falce di luna calante
che brilli su l’acque deserte,
o falce d’argento, qual messe di sogni
ondeggia al tuo mite chiarore qua giù!
Aneliti brevi di foglie,
sospiri di fiori dal bosco
esalano al mare: non canto non grido
non suono pe ’l vasto silenzio va.
Oppresso d’amor, di piacere,
il popol de’ vivi s’addorme....
O falce calante, qual messe di sogni
ondeggia al tuo mite chiarore qua giù!
che brilli su l’acque deserte,
o falce d’argento, qual messe di sogni
ondeggia al tuo mite chiarore qua giù!
Aneliti brevi di foglie,
sospiri di fiori dal bosco
esalano al mare: non canto non grido
non suono pe ’l vasto silenzio va.
Oppresso d’amor, di piacere,
il popol de’ vivi s’addorme....
O falce calante, qual messe di sogni
ondeggia al tuo mite chiarore qua giù!
Gabriele D'Annunzio
La sera
Rimanete, vi prego, rimanete
qui. Non vi alzate! Avete voi bisogno
di luce? No. Fate che questo sogno
duri ancora. Vi prego: rimanete!
Ci ferirebbe forse, come un dardo,
la luce. Troppo lungo è stato il giorno:
oh, troppo! Ed io già penso al suo ritorno
con orrore. La luce è come un dardo.
Anche voi non l’amate; è vero? Gli occhi
vostri, nel giorno, sono stanchi. Pare
quasi che non possiate sollevare
le pàlpebre, su quei dolorosi occhi;
e nulla, veramente, nulla è più
triste de l’ombra che le ciglia immote
fanno talvolta a sommo de le gote
quando la bocca non sorride più.
II.
Ma chi vide più larghi e più profondi
occhi dei vostri, se incominci il sole
a morire? Quale anima si duole
fascinata da abissi più profondi?
Io non conosco, veramente, cosa
che somigli a quel lento dilatarsi
ne la sera: — non gli astri in alto apparsi,
non i fiori. Non so nessuna cosa.
E quale cosa eguaglia ne la vita
del mio spirito l’estasi e il terrore
che m’invadono? Il mio corpo non muore,
e pur sembra ch’io viva oltre la vita!
Sembra che in ciel l’innaturale forma
con la sera divina si congiunga,
poi che l’immensa ombra del ciel prolunga
i tuoi capelli in una sola forma,
in una sola onda, in un sol fiume
misterioso che con un suo largo
giro m’avvolge e trae nel suo letargo
dando l’oblìo come l’antico fiume.
qui. Non vi alzate! Avete voi bisogno
di luce? No. Fate che questo sogno
duri ancora. Vi prego: rimanete!
Ci ferirebbe forse, come un dardo,
la luce. Troppo lungo è stato il giorno:
oh, troppo! Ed io già penso al suo ritorno
con orrore. La luce è come un dardo.
Anche voi non l’amate; è vero? Gli occhi
vostri, nel giorno, sono stanchi. Pare
quasi che non possiate sollevare
le pàlpebre, su quei dolorosi occhi;
e nulla, veramente, nulla è più
triste de l’ombra che le ciglia immote
fanno talvolta a sommo de le gote
quando la bocca non sorride più.
II.
Ma chi vide più larghi e più profondi
occhi dei vostri, se incominci il sole
a morire? Quale anima si duole
fascinata da abissi più profondi?
Io non conosco, veramente, cosa
che somigli a quel lento dilatarsi
ne la sera: — non gli astri in alto apparsi,
non i fiori. Non so nessuna cosa.
E quale cosa eguaglia ne la vita
del mio spirito l’estasi e il terrore
che m’invadono? Il mio corpo non muore,
e pur sembra ch’io viva oltre la vita!
Sembra che in ciel l’innaturale forma
con la sera divina si congiunga,
poi che l’immensa ombra del ciel prolunga
i tuoi capelli in una sola forma,
in una sola onda, in un sol fiume
misterioso che con un suo largo
giro m’avvolge e trae nel suo letargo
dando l’oblìo come l’antico fiume.
Giovanni Giudici
Luna
Bella luna di penombra
Quando voltata alla finestra
Tendi la tenda che nasconda
Un batticuore di foresta
Nella città dove la ruota
Sul gran prato gira e gioca
Bianco pane pace di perla
Nella penombra senza velo
Che una linea dritta e ferma
Spicca nel duplice emisfero
Dove scherzava suggerita
Quasi una forma della vita
Quando voltata alla finestra
Tendi la tenda che nasconda
Un batticuore di foresta
Nella città dove la ruota
Sul gran prato gira e gioca
Bianco pane pace di perla
Nella penombra senza velo
Che una linea dritta e ferma
Spicca nel duplice emisfero
Dove scherzava suggerita
Quasi una forma della vita
Giovanni Pascoli
Cantano trosignoli entro laureti
Cantano trosignoli entro laureti,
ne l’albor siderale. A cento a cento
effondon sotto i chiari occhi d’argento
nembi di note ai languidi roseti.
E il mondo dorme ne l’incantamento.
Palpitano le stelle armoniosa -
mente (un divino brivido le assale . . . ?)
E d’amor canta per la musicale
notte um’Anima. . . . Tu, misteriosa
Anima solitaria, universale!
IO
Nubi d’effluvii navigano lente
come musiche sotto aperti cieli.
Ne Palto angeli erranti, èsili veli,
ali di sogni passano repente . . . ?
Spiriti vanno, a ignote altezze, aneli.
Odi! Ogni luce, ogni alito, ogni fronda
mesce sua nota al numeroso coro.
A quando a quando un fremito sonoro
scuote la pace limpida e profonda. . . .
Trema il Silenzio in suoi tintinni d’oro.
Notte, cui li astri ingemman di ghirlande
l’alto zaffiro de l’olimpica urna!
a contener l’ebrietà notturna
altro vaso si porge, assai più grande. . . .
Il mio cuore mortale, o Taciturna!
Il mio cuore mortal tutti riceve
gl’in te diffusi spiriti lucenti:
e a l’orlo del mio cuor, prona, con lenti
sorsi, l’eterna sitibonda beve
Anima de le cose conviventi. . . .
ne l’albor siderale. A cento a cento
effondon sotto i chiari occhi d’argento
nembi di note ai languidi roseti.
E il mondo dorme ne l’incantamento.
Palpitano le stelle armoniosa -
mente (un divino brivido le assale . . . ?)
E d’amor canta per la musicale
notte um’Anima. . . . Tu, misteriosa
Anima solitaria, universale!
IO
Nubi d’effluvii navigano lente
come musiche sotto aperti cieli.
Ne Palto angeli erranti, èsili veli,
ali di sogni passano repente . . . ?
Spiriti vanno, a ignote altezze, aneli.
Odi! Ogni luce, ogni alito, ogni fronda
mesce sua nota al numeroso coro.
A quando a quando un fremito sonoro
scuote la pace limpida e profonda. . . .
Trema il Silenzio in suoi tintinni d’oro.
Notte, cui li astri ingemman di ghirlande
l’alto zaffiro de l’olimpica urna!
a contener l’ebrietà notturna
altro vaso si porge, assai più grande. . . .
Il mio cuore mortale, o Taciturna!
Il mio cuore mortal tutti riceve
gl’in te diffusi spiriti lucenti:
e a l’orlo del mio cuor, prona, con lenti
sorsi, l’eterna sitibonda beve
Anima de le cose conviventi. . . .
Giovanni Pascoli
Il gelsomino notturno
E s’aprono i fiori notturni,
nell’ora che penso ai miei cari.
Sono apparse in mezzo ai viburni
le farfalle crepuscolari.
Da un pezzo si tacquero i gridi:
là sola una casa bisbiglia.
Sotto l’ali dormono i nidi,
come gli occhi sotto le ciglia.
Dai calici aperti si esala
l’odore di fragole rosse.
Splende un lume là nella sala.
Nasce l’erba sopra le fosse.
Un’ape tardiva sussurra
trovando già prese le celle.
La Chioccetta per l’aia azzurra
va col suo pigolio di stelle.
Per tutta la notte s’esala
l’odore che passa col vento.
Passa il lume su per la scala;
brilla al primo piano: s’è spento...
È l’alba: si chiudono i petali
un poco gualciti; si cova,
dentro l’urna molle e segreta,
non so che felicità nuova.
nell’ora che penso ai miei cari.
Sono apparse in mezzo ai viburni
le farfalle crepuscolari.
Da un pezzo si tacquero i gridi:
là sola una casa bisbiglia.
Sotto l’ali dormono i nidi,
come gli occhi sotto le ciglia.
Dai calici aperti si esala
l’odore di fragole rosse.
Splende un lume là nella sala.
Nasce l’erba sopra le fosse.
Un’ape tardiva sussurra
trovando già prese le celle.
La Chioccetta per l’aia azzurra
va col suo pigolio di stelle.
Per tutta la notte s’esala
l’odore che passa col vento.
Passa il lume su per la scala;
brilla al primo piano: s’è spento...
È l’alba: si chiudono i petali
un poco gualciti; si cova,
dentro l’urna molle e segreta,
non so che felicità nuova.
Giovanni Pascoli
L’assiuolo
Dov’era la luna? ché il cielo
notava in un’alba di perla,
ed ergersi il mandorlo e il melo
parevano a meglio vederla.
Venivano soffi di lampi
da un nero di nubi laggiù;
veniva una voce dai campi:
chiù ...
Le stelle lucevano rare”?
tra mezzo alla nebbia di latte:
sentivo il cullare del mare,
sentivo un fru fru’° tra le fratte;*!
sentivo nel cuore un sussulto,
comv’eco d’un grido che fu.
Sonava lontano il singulto:!?
chiù ...
Su tutte le lucide vette
tremava un sospiro di vento;
squassavano le cavallette
finissimi sistri’’ d’argento
(tintinni’’ a invisibili porte
che forse non s’aprono più?
e c’era quel pianto di morte”? ...
chiù ...
notava in un’alba di perla,
ed ergersi il mandorlo e il melo
parevano a meglio vederla.
Venivano soffi di lampi
da un nero di nubi laggiù;
veniva una voce dai campi:
chiù ...
Le stelle lucevano rare”?
tra mezzo alla nebbia di latte:
sentivo il cullare del mare,
sentivo un fru fru’° tra le fratte;*!
sentivo nel cuore un sussulto,
comv’eco d’un grido che fu.
Sonava lontano il singulto:!?
chiù ...
Su tutte le lucide vette
tremava un sospiro di vento;
squassavano le cavallette
finissimi sistri’’ d’argento
(tintinni’’ a invisibili porte
che forse non s’aprono più?
e c’era quel pianto di morte”? ...
chiù ...
Giovanni Pascoli
La sera
Icnupa de’ molli suoi veli
la sera prevale nei cieli
perlati. Di stelle non una
pur anco, nè bianco di luna.
Silenzio. Ma vivo ma intento.
A pena i bisbigli del vento
o forse nel sonno profondo
il fiato pacato del mondo.
O anima nostra sospesa
ne l’alto in ascolto o in attesa
quest’ora che pende più sola
e
ti dica l’amica parola.
Poi come s’accendono a mille
a mille le eterne faville,
tu, come l’Amore conduce,
t’effondi per mondi di luce.
la sera prevale nei cieli
perlati. Di stelle non una
pur anco, nè bianco di luna.
Silenzio. Ma vivo ma intento.
A pena i bisbigli del vento
o forse nel sonno profondo
il fiato pacato del mondo.
O anima nostra sospesa
ne l’alto in ascolto o in attesa
quest’ora che pende più sola
e
ti dica l’amica parola.
Poi come s’accendono a mille
a mille le eterne faville,
tu, come l’Amore conduce,
t’effondi per mondi di luce.
Giovanni Pascoli
La sera fiesolana
le mie parole ne la sera
ti sien come il fruscìo che fan le foglie
del gelso ne la man di chi le coglie
silenzioso e ancor s’attarda a l’opra lenta
su l’alta scala che s’annera
contro il fusto che s’inargenta
con le sue rame spoglie
mentre la Luna è prossima a le soglie
cerule e par che innanzi a sè distenda un velo
ove il nostro sogno si giace
e par che la campagna già si senta
da lei sommersa nel notturno gelo
e da lei beva la sperata pace
senza vederla.
Laudata sii pel tuo viso di perla,
o Sera, e pe’ tuoi grandi umidi occhi ove si tace
l’acqua del cielo!
Dolci le mie parole ne la sera
ti sien come la pioggia che bruiva
tepida e fuggitiva,
commiato lagrimoso de la primavera,
su i gelsi e su gli olmi e su le viti
e su i pini dai novelli rosei diti
che giocano con l’aura che si perde,
e su ’l grano che non è biondo ancòra
e non è verde,
e su ’Î fieno che già patì la falce
e trascolora,
e su gli olivi, su i fratelli olivi
che fan di santità pallidi i clivi
e sorridenti.
Laudata sii per le tue vesti aulenti,
o Sera, e pel cinto che ti cinge come il salce
il fien che odora!
To ti dirò verso quali reami
d’amor ci chiami il fiume, le cui fonti
eterne a l’ombra de gli antichi rami
parlano nel mistero sacro dei monti;
e ti dirò per qual segreto
le colline su i limpidi orizzonti
s’incurvino come labbra che un divieto
chiuda, e perchè la volontà - dire
le faccia belle
oltre ogni uman desire
e nel silenzio lor sempre novelle
consolatrici, sì che pare
che ogni sera l’anima le possa amare
d’amor più forte.
Laudata sii per la tua pura morte,
o Sera, e per l’attesa che in te fa palpitare
le prime stelle!
ti sien come il fruscìo che fan le foglie
del gelso ne la man di chi le coglie
silenzioso e ancor s’attarda a l’opra lenta
su l’alta scala che s’annera
contro il fusto che s’inargenta
con le sue rame spoglie
mentre la Luna è prossima a le soglie
cerule e par che innanzi a sè distenda un velo
ove il nostro sogno si giace
e par che la campagna già si senta
da lei sommersa nel notturno gelo
e da lei beva la sperata pace
senza vederla.
Laudata sii pel tuo viso di perla,
o Sera, e pe’ tuoi grandi umidi occhi ove si tace
l’acqua del cielo!
Dolci le mie parole ne la sera
ti sien come la pioggia che bruiva
tepida e fuggitiva,
commiato lagrimoso de la primavera,
su i gelsi e su gli olmi e su le viti
e su i pini dai novelli rosei diti
che giocano con l’aura che si perde,
e su ’l grano che non è biondo ancòra
e non è verde,
e su ’Î fieno che già patì la falce
e trascolora,
e su gli olivi, su i fratelli olivi
che fan di santità pallidi i clivi
e sorridenti.
Laudata sii per le tue vesti aulenti,
o Sera, e pel cinto che ti cinge come il salce
il fien che odora!
To ti dirò verso quali reami
d’amor ci chiami il fiume, le cui fonti
eterne a l’ombra de gli antichi rami
parlano nel mistero sacro dei monti;
e ti dirò per qual segreto
le colline su i limpidi orizzonti
s’incurvino come labbra che un divieto
chiuda, e perchè la volontà - dire
le faccia belle
oltre ogni uman desire
e nel silenzio lor sempre novelle
consolatrici, sì che pare
che ogni sera l’anima le possa amare
d’amor più forte.
Laudata sii per la tua pura morte,
o Sera, e per l’attesa che in te fa palpitare
le prime stelle!
Giovanni Pascoli
La servetta di monte
Sono usciti tutti. La serva
è in cucina, sola e selvaggia.
In un canto siede ed osserva
tanti rami appesi alla staggia.
Fa un giro con gli occhi, e bel bello
ritorna a guardarsi il pannello.
Non c’è nulla ch’essa conosca.
Tutto pende tacito e tetro.
E non ode che qualche mosca
che d’un tratto ronza ad un vetro;
non ode che il croccolìo roco
che rende la pentola al fuoco.
Il musino aguzzo del topo
è apparito ad uno spiraglio.
È sparito, per venir dopo:
fa già l’acqua qualche sonaglio...
Lontano lontano lontano
si sente sonare un campano.
È un muletto per il sentiero,
che s’arrampica su su su;
che tra i faggi piccolo e nero
si vede e non si vede più.
Ma il suo campanaccio si sente
sonare continuamente.
È forse anco un’ora di giorno.
C’è nell’aria un fiocco di luna.
Come è dolce questo ritorno
nella sera che non imbruna!
per una di queste serate!
tra tanto odorino d’estate!
La ragazza guarda, e non sente
più il campano che a quando a quando.
Glielo vela forse il torrente
che a’ suoi piedi cade scrosciando;
se forse non glielo nasconde
la brezza che scuote le fronde
od il canto dell’usignolo
che, tacendo passero e cincia,
solo solo con l’assïuolo
la sua lunga veglia comincia,
ch’ha fine su l’alba, alla squilla,
nel cielo, della tottavilla.
è in cucina, sola e selvaggia.
In un canto siede ed osserva
tanti rami appesi alla staggia.
Fa un giro con gli occhi, e bel bello
ritorna a guardarsi il pannello.
Non c’è nulla ch’essa conosca.
Tutto pende tacito e tetro.
E non ode che qualche mosca
che d’un tratto ronza ad un vetro;
non ode che il croccolìo roco
che rende la pentola al fuoco.
Il musino aguzzo del topo
è apparito ad uno spiraglio.
È sparito, per venir dopo:
fa già l’acqua qualche sonaglio...
Lontano lontano lontano
si sente sonare un campano.
È un muletto per il sentiero,
che s’arrampica su su su;
che tra i faggi piccolo e nero
si vede e non si vede più.
Ma il suo campanaccio si sente
sonare continuamente.
È forse anco un’ora di giorno.
C’è nell’aria un fiocco di luna.
Come è dolce questo ritorno
nella sera che non imbruna!
per una di queste serate!
tra tanto odorino d’estate!
La ragazza guarda, e non sente
più il campano che a quando a quando.
Glielo vela forse il torrente
che a’ suoi piedi cade scrosciando;
se forse non glielo nasconde
la brezza che scuote le fronde
od il canto dell’usignolo
che, tacendo passero e cincia,
solo solo con l’assïuolo
la sua lunga veglia comincia,
ch’ha fine su l’alba, alla squilla,
nel cielo, della tottavilla.
Giovanni Pascoli
Le stelle
Come vicine le stelle,
ciascuna a ciascuna, e a noi
solinghi! Accennano e palpitano
prodighe di tenerezza.
Non le consuma una opaca
febre; non le fa schive
disparità; nè disio
le incenerisce o silenzio
lima lor cuore; nè acerbo
gonfia lor pupille il pianto.
Ospite, guarda le stelle
infinite ne l’infinito
cielo. La Notte, l’eterna
l’antica madre si è tutta
ringiovanita di luce.
Ignuda a specchio del cielo
si piace di sua vaghezza.
Ride e piange di luce.
Pare una primavera
triste, più grande, fuggita
oltre la morte e la vita,
immemore del breve mondo,
signora di praterie
di luce, di fiumane
di luce, di paradisi
di luce.... Ospite, guarda;
poi che non giova guardare
nel cuore umano ch’è un mare
bujo. Guarda le stelle!
Tremano come a un vento
di giubilo. Tremano e palpitano.
Son fiori eterni che sbocciano,
cesarie d’oro che ondeggiano,
perlati veli che fluttuano,
pensosi occhi che affisano?...
O prodigii! O misterii,
su nostre anime attonite!
Un riso innumerevole
propagasi in oceani
d’opale. Entro, di liquide
gemme isole fiammeggiano.
Gonfia gl’irremeabili
oceani il volubile
incendio. Le miriadi
di stelle da i pinnacoli
del cielo agita un èmpito
concorde. Anche le pallide
nebulose hanno brividi
di candore. Ali battono?...
O invadono i siderei
silenzi onde di musiche?...
Cittadino del Cielo
e tu fammi, purpurea
Notte! Prendimi e sperdimi
nel golfo immensurabile!
Mesci il mio nel tuo palpito
immenso, o moltitudine
ardente! Fra’ tuoi atomi
accogli e fra la polvere
di stelle anche la minima
anima! Non li empirei
spazii, non fiamma o tenebra,
non violare i termini
del Tempo, entrar nel limite
de l’Infinito e naufrago
rotear nel tuo gurgite,
non m’impaura. Questo,
m’impaura, mio labile
uman cuore.... E tu avvolgimi
nel tuo candente velo,
Notte! Affrancami, e fammi
cittadino del Cielo!
ciascuna a ciascuna, e a noi
solinghi! Accennano e palpitano
prodighe di tenerezza.
Non le consuma una opaca
febre; non le fa schive
disparità; nè disio
le incenerisce o silenzio
lima lor cuore; nè acerbo
gonfia lor pupille il pianto.
Ospite, guarda le stelle
infinite ne l’infinito
cielo. La Notte, l’eterna
l’antica madre si è tutta
ringiovanita di luce.
Ignuda a specchio del cielo
si piace di sua vaghezza.
Ride e piange di luce.
Pare una primavera
triste, più grande, fuggita
oltre la morte e la vita,
immemore del breve mondo,
signora di praterie
di luce, di fiumane
di luce, di paradisi
di luce.... Ospite, guarda;
poi che non giova guardare
nel cuore umano ch’è un mare
bujo. Guarda le stelle!
Tremano come a un vento
di giubilo. Tremano e palpitano.
Son fiori eterni che sbocciano,
cesarie d’oro che ondeggiano,
perlati veli che fluttuano,
pensosi occhi che affisano?...
O prodigii! O misterii,
su nostre anime attonite!
Un riso innumerevole
propagasi in oceani
d’opale. Entro, di liquide
gemme isole fiammeggiano.
Gonfia gl’irremeabili
oceani il volubile
incendio. Le miriadi
di stelle da i pinnacoli
del cielo agita un èmpito
concorde. Anche le pallide
nebulose hanno brividi
di candore. Ali battono?...
O invadono i siderei
silenzi onde di musiche?...
Cittadino del Cielo
e tu fammi, purpurea
Notte! Prendimi e sperdimi
nel golfo immensurabile!
Mesci il mio nel tuo palpito
immenso, o moltitudine
ardente! Fra’ tuoi atomi
accogli e fra la polvere
di stelle anche la minima
anima! Non li empirei
spazii, non fiamma o tenebra,
non violare i termini
del Tempo, entrar nel limite
de l’Infinito e naufrago
rotear nel tuo gurgite,
non m’impaura. Questo,
m’impaura, mio labile
uman cuore.... E tu avvolgimi
nel tuo candente velo,
Notte! Affrancami, e fammi
cittadino del Cielo!
Giuseppe Ungaretti
Dolina notturna
Il volto
di stanotte
è secco
come una
pergamena
Questo nomade
adunco
morbido di neve
si lascia
come una foglia
accartocciata
L’interminabile
tempo
mi adopera
come un
fruscio
di stanotte
è secco
come una
pergamena
Questo nomade
adunco
morbido di neve
si lascia
come una foglia
accartocciata
L’interminabile
tempo
mi adopera
come un
fruscio
Giuseppe Ungaretti
Notte di maggio
Tl cielo pone in capo
Il cielo pone in capo
ai minareti
ai minareti
ghirlandette di lumini
ghirlande di lumini
Il cielo pone in capo
ai minareti
ai minareti
ghirlandette di lumini
ghirlande di lumini
Giuseppe Ungaretti
Sonnolenza
Da Devetachi al San Michele il 25 agosto 1916
Questi dossi di monti
si sono coricati
nel buio delle valli
Non c’è più niente
che un gorgoglio
di grilli che mi raggiunge
E s’accompagna
alla mia inquietudine
Questi dossi di monti
si sono coricati
nel buio delle valli
Non c’è più niente
che un gorgoglio
di grilli che mi raggiunge
E s’accompagna
alla mia inquietudine
Guido Gozzano
da Della testa di morto
[...]
L’Acherontia frequenta le campagne,
i giardini degli uomini, le ville;
di giorno giace contro i muri e i tronchi,
nei corridoi più cupi, nei solai
più desolati, sotto le grondaie,
dorme con l’ali ripiegate a tetto.
E n’esce a sera. Nelle sere illuni
fredde stellate di settembre, quando
il crepuscolo già cede alla notte
e le farfalle della luce sono
scomparse, l’Acherontia lamentosa
si libra solitaria nelle tenebre
tra i camerops, le tuje, sulle ajole
dove dianzi scherzavano i fanciulli,
le Vanesse, le Arginnidi, i Papilî.
L’Acherontia s’aggira: il pipistrello
l’evita con un guizzo repentino.
L’Acherontia s’aggira. Alto è il silenzio
comentato, non rotto, dalle strigi,
dallo stridio monotono dei grilli.
La villa è immersa nella notte. Solo
spiccano le finestre della sala
da pranzo dove la famiglia cena.
L’Acherontia s’appressa esita spia
numera i commensali ad uno ad uno,
sibila un nome, cozza contro i vetri
tre quattro volte come nocca ossuta.
La giovinetta più pallida s’alza
con un sussulto, come ad un richiamo.
«Chi c’è?» Socchiude la finestra, esplora
il giardino invisibile, protende
il capo d’oro nella notte illune.
«Chi c’è? Chi c’è?» «Non c’è nessuno, Mamma!»
Richiude i vetri, con un primo brivido
risiede a mensa, tra le sue sorelle.
Ma già s’ode il garrito dei fanciulli
giubilanti per l’ospite improvvisa,
per l’ospite guizzata non veduta.
Intorno al lume turbina ronzando
la cupa messaggiera funeraria.
L’Acherontia frequenta le campagne,
i giardini degli uomini, le ville;
di giorno giace contro i muri e i tronchi,
nei corridoi più cupi, nei solai
più desolati, sotto le grondaie,
dorme con l’ali ripiegate a tetto.
E n’esce a sera. Nelle sere illuni
fredde stellate di settembre, quando
il crepuscolo già cede alla notte
e le farfalle della luce sono
scomparse, l’Acherontia lamentosa
si libra solitaria nelle tenebre
tra i camerops, le tuje, sulle ajole
dove dianzi scherzavano i fanciulli,
le Vanesse, le Arginnidi, i Papilî.
L’Acherontia s’aggira: il pipistrello
l’evita con un guizzo repentino.
L’Acherontia s’aggira. Alto è il silenzio
comentato, non rotto, dalle strigi,
dallo stridio monotono dei grilli.
La villa è immersa nella notte. Solo
spiccano le finestre della sala
da pranzo dove la famiglia cena.
L’Acherontia s’appressa esita spia
numera i commensali ad uno ad uno,
sibila un nome, cozza contro i vetri
tre quattro volte come nocca ossuta.
La giovinetta più pallida s’alza
con un sussulto, come ad un richiamo.
«Chi c’è?» Socchiude la finestra, esplora
il giardino invisibile, protende
il capo d’oro nella notte illune.
«Chi c’è? Chi c’è?» «Non c’è nessuno, Mamma!»
Richiude i vetri, con un primo brivido
risiede a mensa, tra le sue sorelle.
Ma già s’ode il garrito dei fanciulli
giubilanti per l’ospite improvvisa,
per l’ospite guizzata non veduta.
Intorno al lume turbina ronzando
la cupa messaggiera funeraria.
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