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Poesie di questo tema

Notte e luna

Giovanni Pascoli

Giovanni Pascoli

La sera fiesolana

le mie parole ne la sera
ti sien come il fruscìo che fan le foglie
del gelso ne la man di chi le coglie
silenzioso e ancor s’attarda a l’opra lenta
su l’alta scala che s’annera
contro il fusto che s’inargenta
con le sue rame spoglie
mentre la Luna è prossima a le soglie
cerule e par che innanzi a sè distenda un velo
ove il nostro sogno si giace
e par che la campagna già si senta
da lei sommersa nel notturno gelo
e da lei beva la sperata pace
senza vederla.
Laudata sii pel tuo viso di perla,
o Sera, e pe’ tuoi grandi umidi occhi ove si tace
l’acqua del cielo!
Dolci le mie parole ne la sera
ti sien come la pioggia che bruiva
tepida e fuggitiva,
commiato lagrimoso de la primavera,
su i gelsi e su gli olmi e su le viti
e su i pini dai novelli rosei diti
che giocano con l’aura che si perde,
e su ’l grano che non è biondo ancòra
e non è verde,
e su ’Î fieno che già patì la falce
e trascolora,
e su gli olivi, su i fratelli olivi
che fan di santità pallidi i clivi
e sorridenti.
Laudata sii per le tue vesti aulenti,
o Sera, e pel cinto che ti cinge come il salce
il fien che odora!
To ti dirò verso quali reami
d’amor ci chiami il fiume, le cui fonti
eterne a l’ombra de gli antichi rami
parlano nel mistero sacro dei monti;
e ti dirò per qual segreto
le colline su i limpidi orizzonti
s’incurvino come labbra che un divieto
chiuda, e perchè la volontà - dire
le faccia belle
oltre ogni uman desire
e nel silenzio lor sempre novelle
consolatrici, sì che pare
che ogni sera l’anima le possa amare
d’amor più forte.

Laudata sii per la tua pura morte,
o Sera, e per l’attesa che in te fa palpitare
le prime stelle!
Giovanni Pascoli

Giovanni Pascoli

Le stelle

Come vicine le stelle,
ciascuna a ciascuna, e a noi
solinghi! Accennano e palpitano
prodighe di tenerezza.
Non le consuma una opaca
febre; non le fa schive
disparità; nè disio
le incenerisce o silenzio
lima lor cuore; nè acerbo
gonfia lor pupille il pianto.

Ospite, guarda le stelle
infinite ne l’infinito
cielo. La Notte, l’eterna
l’antica madre si è tutta
ringiovanita di luce.
Ignuda a specchio del cielo
si piace di sua vaghezza.
Ride e piange di luce.
Pare una primavera
triste, più grande, fuggita
oltre la morte e la vita,
immemore del breve mondo,
signora di praterie
di luce, di fiumane
di luce, di paradisi
di luce.... Ospite, guarda;
poi che non giova guardare
nel cuore umano ch’è un mare
bujo. Guarda le stelle!
Tremano come a un vento
di giubilo. Tremano e palpitano.
Son fiori eterni che sbocciano,
cesarie d’oro che ondeggiano,
perlati veli che fluttuano,
pensosi occhi che affisano?...
O prodigii! O misterii,
su nostre anime attonite!

Un riso innumerevole
propagasi in oceani
d’opale. Entro, di liquide
gemme isole fiammeggiano.
Gonfia gl’irremeabili
oceani il volubile
incendio. Le miriadi
di stelle da i pinnacoli
del cielo agita un èmpito
concorde. Anche le pallide
nebulose hanno brividi
di candore. Ali battono?...
O invadono i siderei
silenzi onde di musiche?...

Cittadino del Cielo
e tu fammi, purpurea
Notte! Prendimi e sperdimi
nel golfo immensurabile!
Mesci il mio nel tuo palpito
immenso, o moltitudine
ardente! Fra’ tuoi atomi
accogli e fra la polvere
di stelle anche la minima
anima! Non li empirei
spazii, non fiamma o tenebra,
non violare i termini
del Tempo, entrar nel limite
de l’Infinito e naufrago
rotear nel tuo gurgite,
non m’impaura. Questo,
m’impaura, mio labile
uman cuore.... E tu avvolgimi
nel tuo candente velo,
Notte! Affrancami, e fammi
cittadino del Cielo!
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