Tum tum... tum tum... - Ell’era stata in chiesa
a pregar sola, a dir la sua corona
sotto la sola lampadina accesa.

Avea chiesto perdono a chi perdona
tutto, di nulla; simile ad ancella
ch’ha gli occhi in mano della sua padrona;

a una che su l’uscio di sorella
ricca, socchiuso, prega piano, a volo;
ch’altri non oda. Era tornata in cella.

E ora avanti il Cristo morto solo,
avanti l’agonia di Santa Rita,
si toglieva il suo velo, il suo soggólo.

Il cingolo a tre nodi dalla vita
poi si scioglieva: un giallo teschio d’osso
girò tre volte nelle ceree dita.

Tum tum... - Chi picchia? Si rimise in dosso
lo scapolare. Forse alla parete
dell’altra stanza. L’uscio non s’è mosso.

Forse qualche educanda. Una ch’ha sete,
ch’ha male... Aprì soavemente l’uscio.
Entrò. Niente. I capelli nella rete,

le braccia in croce, gli occhi nel lor guscio...

ii

dormivano, composte, accomodate,
le due bambine. Aperta la finestra
era a una gran serenità d’estate.

L’avea lasciata aperta la maestra
per via del caldo. Un alito di vento
recava odor d’acacia e di ginestra.

Ma che frufrù nell’orto del convento!
Passava, ora d’un gufo, ora d’un gatto,
un sordo sgnaulìo subito spento.

Un grillo ora trillava, ora d’un tratto
taceva: come? Come se lì presso
fosse venuto chi sa chi, d’appiatto.

Un fischiettare, un camminar represso,
un raspare, un frugare, uno sfrascare
improvviso su su per il cipresso...

Brillavan qua e là lucciole rare,
come spiando. Un ululo ogni tanto
veniva da un lontano casolare.

L’urlo d’un cane alla catena, e il canto
più lontano d’un rauco vagabondo,
nell’alta notte, era la gioia e il pianto

che al monastero pervenìa, dal mondo.
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